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Lorenzo Radice mostra come si porta una stoccata a una giovanissima fiorettista.
In tutta l’iconografia del mondo, le lame delle spade e dei fioretti tagliano e dividono, all’Accademia scherma Milano no, uniscono, includono atleti normodotati e altri con tante disabilità ed esigenze diverse. E, adesso, grazie a un progetto europeo si aprono al mondo, per esportare l’idea di fondo e consentire ad altri di riapplicarla altrove adattandola. «La nostra filosofia», racconta, Lorenzo Radice fondatore e presidente dell’Accademia, «è che tutti possano fare sport, non necessariamente e non solo agonismo, ma anche quello se lo vogliono».
L’Accademia è nata nel 2019, ma la sua storia ha radici lontane nella vita del fondatore: «Ho fatto scherma a livello agonistico, vincendo due titoli italiani e disputando gare di Coppa del mondo, ma stavo studiando Economia e commercio e dovevo pensare a cosa fare da grande. Mi piaceva quello che studiavo e mi ci sono dedicato a tempo pieno, anche se l’esperienza fatta come allievo istruttore durante l’università mi aveva lasciato il sogno di aprire un centro in cui davvero tutti potessero praticare sport. Ne parlai con mio padre e mi consigliò di concentrarmi sugli studi, ci sarebbe stato tempo per quello un domani. Con mio padre non ho più potuto riparlarne perché è mancato poco dopo».
Ma intanto il lavoro si era fatto, e presto, assorbente: «Sono diventato dirigente, mi occupavo di marketing nel largo consumo e a 33 anni ero direttore estero. Ma nel 2008 in un momento difficile della mia vita privata a mia madre è stata diagnosticata la malattia di Alzheimer. Nel 2013, un altro anno molto difficile in cui lei era peggiorata molto, sono andato a fare il cammino di Santiago, un pezzo perché non potevo restare fuori troppo tempo, e una sera in un posto importante di quel percorso l’idea della scherma è riaffiorata. Nel settembre 2014 ho iniziato come volontario, insegnando a due ragazzi in carrozzina, ma quando li accompagnai a una gara mi fecero difficoltà, perché non ero maestro, mi sono dovuto riqualificare».
Nel 2017 un altro terremoto nella vita: «Nell’azienda in cui lavoravo, un’impresa che cresceva, mi hanno chiesto di gestire una ristrutturazione con il Jobs Act, ho espresso le mie perplessità e il primo a perdere il lavoro sono stato io. In quel momento ha ripreso forma l’idea dell’Accademia. Abbiamo comprato l’immobile, con mia sorella, dando fondo ai miei risparmi e lo abbiamo ristrutturato perché fosse accessibile a tutti, nel 2018 abbiamo fondato la società sportiva e nel 2019 abbiamo aperto l’Accademia, che nel febbraio 2020 abbiamo dovuto chiudere per il covid. Però ci siamo ingegnati, abbiamo inventato le lezioni online, anche chi aveva solo una lezione alla settimana poteva collegarsi con noi ogni giorno e lì c’è stato un passaparola molto positivo: quando abbiamo potuto riaprire c’era fiducia in noi, adesso abbiamo 250 tesserati».


L’inclusione a tutto tondo come punto di riferimento: «Accogliamo atleti normodotati e disabili che fanno gare di altissimo livello e altri che non ne fanno per niente, normodotati che scelgono di allenarsi senza competere ma anche ragazzi con disabilità cognitiva per cui non esistono ancora competizioni strutturate. Abbiamo atleti con disabilità visiva, cognitivo-relazionale e motoria, ma abbiamo anche un percorso di riabilitazione giocosa per donne operate al seno; un progetto per malati di Alzheimer e uno per il Parkinson che stiamo per far partire. A adesso si lavora anche per portare la scherma fuori dall’Accademia: collaborazioni con centri socioeducativi e centri diurni, con l’unità spinale del Gaetano Pini in cui insegniamo a persone con lesioni midollari, ma anche con il servizio di giustizia riparativa del Comune di Milano, per cui ogni anno inseriamo per un percorso di volontariato almeno un ragazzo che deve riparare il suo debito con la società».
L’ultima frontiera è l’estero: «Una volta usciti dalla nostra struttura, società straniere si sono interessate al nostro lavoro. È nata così l’idea di presentare un progetto all’Unione Europea per esportare il modello: la proposta ha ottenuto un buon punteggio e adesso abbiamo in corso il progetto Feib (Fencing, Equity, Inclusion and Belonging) con altri quattro partner in Spagna, Francia, Ucraina e Romania di consentire altri di riadattare in contesti diversi quello che già noi facciamo a Milano: stiamo facendo un corso online per 50 tecnici e le lezioni resteranno su Youtube in modo che possano essere fruite da chi desidera informarsi: un lavoro che culminerà in una serie di eventi a Milano nella primavera del 2027».
Lorenzo Radice sta per tornare sul Cammino di Santiago, e si commuove mentre lo racconta: «Stavolta lo farò tutto, in memoria di mi mamma, mancata pochi mesi fa».







