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Negli ultimi mesi il cosiddetto caso della “famiglia del bosco” ha avuto un’ampia eco mediatica, generando un acceso dibattito pubblico che, tuttavia, rischia di spostare l’attenzione dai reali bisogni dei minori coinvolti. Come spesso accade in situazioni fortemente polarizzate, la complessità viene semplificata in narrazioni contrapposte: da un lato la famiglia rappresentata come vittima di un sistema invasivo, dall’altro le istituzioni percepite come arbitrarie e intrusive. In questo scenario, il punto di vista dei bambini – che dovrebbe rimanere il fulcro di ogni intervento – tende a scomparire o a essere strumentalizzato.
Uno degli effetti più problematici di questa rappresentazione è la progressiva delegittimazione, agli occhi dell’opinione pubblica, del lavoro svolto da professionisti, servizi sociali e autorità giudiziarie. Si diffonde l’idea che le istituzioni “strappino” i figli alle famiglie, alimentando sfiducia e sospetto verso un sistema che, al contrario, è chiamato a operare secondo criteri rigorosi, fondati su valutazioni tecniche, giuridiche e cliniche. Questa narrazione non solo è fuorviante, ma rischia di compromettere la possibilità stessa di costruire alleanze di lavoro efficaci con le famiglie.
È importante ricordare con chiarezza che, nel nostro ordinamento, l’allontanamento di un minore dalla famiglia di origine rappresenta una misura estrema, adottata solo in presenza di condizioni di grave pregiudizio. Non si tratta di un intervento leggero né frequente: al contrario, i dati mostrano come l’Italia sia il Paese europeo che ricorre meno all’allontanamento, con percentuali che vanno dalla metà a un terzo.
In realtà si osserva una tendenza opposta: ovvero una significativa tolleranza anche di fronte a situazioni problematiche, con il risultato che, assai spesso, vi sono minori che rimangono a lungo esposti a contesti inadeguati prima che vengano attivate misure di protezione efficaci.
Le ragioni di tale carente azione di tutela sono molteplici: giuridiche, psicologiche e culturali. Non ultima quella dovuta al fatto che, se si interviene, si può facilmente essere attaccati e messi all’indice; viceversa, se non si interviene, nessuno censurerà la mancata azione di protezione, salvo nei casi – che purtroppo accadono, ma fortunatamente sono rari – in cui si verifica una disgrazia.
In questo senso, l’idea che esista un eccesso di intervento appare difficilmente sostenibile. Piuttosto, il sistema è chiamato a trovare un equilibrio complesso tra il rispetto del diritto dei genitori a crescere i propri figli e il dovere di tutela dei minori quando tali diritti vengono compromessi. Il principio secondo cui “i figli sono dei genitori” rappresenta una semplificazione fuorviante: i figli non sono “di qualcuno”, ma sono soggetti di diritto, portatori di bisogni e interessi che devono essere riconosciuti e tutelati anche, se necessario, indipendentemente dalle scelte o dalle convinzioni degli adulti. Allo stesso tempo, è fondamentale che i professionisti mantengano uno sguardo autocritico sul proprio operato.
Il rischio, nelle situazioni ad alta conflittualità, è quello di entrare in dinamiche simmetriche con le famiglie, alimentando escalation relazionali che possono irrigidire le posizioni e rendere più probabili proprio quegli interventi limitativi della responsabilità genitoriale che si intenderebbe evitare. La capacità di mantenere una postura professionale equilibrata, non reattiva e orientata al dialogo rappresenta un elemento cruciale per prevenire tali derive.
In conclusione, casi come quello della “famiglia del bosco” richiedono una lettura attenta e non ideologica, capace di tenere insieme la complessità delle situazioni e la centralità dei diritti dei minori. Solo così è possibile evitare semplificazioni dannose e contribuire a una cultura della tutela che non sia né persecutoria né deresponsabilizzante, ma realmente orientata al benessere dei bambini.
*Marco Chistolini, responsabile scientifico CIAI (il primo ente italiano ad occuparsi di adozione internazionale)








