di Paolo Fischiardi

Trentasei appuntamenti, quattro biblioteche di quartiere e una sfida ambiziosa: imparare a comunicare con quegli "alieni" che spesso sembrano essere gli adolescenti. Da gennaio a maggio 2026, Milano ospita "Adolescenti: questi alieni", un ciclo di incontri promosso dalla Fondazione Hapax per offrire strumenti concreti a chiunque accompagni i ragazzi nel complesso viaggio verso l’età adulta.

In un momento in cui la cronaca ci mette di fronte a ferite aperte e drammatiche, come la tragedia di Crans-Montana, la distanza tra adulti e ragazzi sembra farsi più profonda, caricandosi di ansie, silenzi e incomprensioni. Abbiamo incontrato la psicoanalista e psicologa clinica Laura Pigozzi per capire come reagiscono i giovani di fronte al lutto, come gestire la paura dei genitori e perché, oggi più che mai, educare significhi anche saper fare un passo indietro.

Quando capitano tragedie come Crans-Montana, come elabora un sedicenne il lutto di un coetaneo? Hanno davvero bisogno di noi per dargli un senso?

«Dipende molto dal giovane, ma c’è una premessa fondamentale: dalle immagini di quel giorno sembra proprio che i ragazzi non sembravano rendersi conto del pericolo. È come se la civiltà dell’immagine in cui sono immersi tolga senso di realtà alle cose, anche al corpo. Il modo in cui si è sviluppato l’incidente ha dell’incredibile: al netto della responsabilità dei proprietari, solo pochissimi ragazzi sono riusciti a fuggire, forse perché è mancata un’educazione alla risposta al pericolo. Questo è il dato più sconcertante: l’incapacità di pensare di doversi salvare da sé. L’episodio di Crans Montana ci dice quanto i nostri ragazzi siano impreparati. I genitori spesso dicono: "li geolocalizziamo perché non si sa mai", ma una volta fuori, i genitori non possono trasformarsi in Wonder Woman o nell’Uomo Ragno. Bisogna dotare i ragazzi di una strategia, di un sapere che dal pericolo si devono salvare prima di tutto da soli. Ed è questo che nell’educazione contemporanea non passa. I ragazzi hanno visto i loro compagni perdere la vita nella passività: questo mette in luce una falla educativa. Noi siamo nel soccorso dei figli, ma con il nostro aiuto continuo li teniamo in una condizione di dipendenza e non li aiutiamo ad aiutarsi».

Notizie così scatenano il panico nei genitori. Come si evita di diventare troppo protettivi o "soffocanti" dopo un fatto di cronaca così nero?

«Il mio è un appello: non usate questo episodio tragico per tenere a casa i figli. A Crans-Montana c’è stato un incrocio nefasto di responsabilità, ma c’è stato anche un corto circuito: di fronte al pericolo si pensa all’immagine e non a salvare il corpo. Ai genitori dico: non prendiamo questo episodio come un emblema. Non lasciatevi suggestionare per limitare la libertà dei ragazzi, che invece va protetta. È nel gruppo dei pari – oratori, scout, amici – che si impara il mondo. Bisogna costruire ponti, adattarsi alle situazioni. Questa educazione al mondo oggi manca perché il genitore si crede onnipotente e pensa di dover sempre salvare il figlio. Fate un passo indietro: la frustrazione è una grande arma di educazione».

Perché chiamare i ragazzi “alieni”? È davvero così difficile parlarci o siamo noi adulti a essere rimasti indietro?

«Che gli adulti rimangano indietro è una costante della storia. Quello che c'è di nuovo è avere adolescenti molto attenti a non contraddirci, a compiacerci. Su questo ho scritto due libri: Adolescenza zero (Nottetempo) e L'età dello sballo (Rizzoli). I ragazzi oggi capiscono benissimo cosa vogliamo e sono più compiacenti rispetto al passato, quando si litigava apertamente. Adesso il conflitto è un tabù. Sono compiacenti, ma dall’altra parte vivono in un mondo parallelo di cui sappiamo poco. Questa è la mia interpretazione: alieni sono sempre stati, però oggi questo vivere in un mondo parallelo che non possono portare in casa li rende "alienati"».

Perché fare questi incontri nelle biblioteche di quartiere e non, ad esempio, a scuola?

«Spero che le biblioteche raccolgano anche chi non va a scuola; abbiamo abbandoni scolastici molto gravi. Poi, secondo me, è sempre meglio lasciare i genitori un po' fuori dalla scuola. L'iperprotezione si gioca spesso su una troppa presenza negli istituti. È molto meglio trovarsi in un luogo pubblico che simbolicamente rappresenti il sociale e un tessuto che non sia quello familiare».

Oggi i ragazzi sembrano sempre sotto esame. Quanto pesa la paura di deludere le aspettative dei genitori sulla loro salute mentale?

«Spesso l’unica performance richiesta è quella di non deludere i genitori. I voti non li prendi più per te, ma per portarli a casa: è un risultato familiare. Vedo ragazzi che scelgono facoltà che non li rappresentano solo per assecondare le mode o i desideri dei genitori: volevano fare filosofia o musica e si ritrovano a fare economia. Stare nel sogno di un altro è il peggior incubo. Fare filosofia, ad esempio, ti apre la mente, ma spesso ai ragazzi viene detto che "non serve a niente". È una questione di soddisfazione familiare, e molte persone stanno male perché hanno preso in mano l'azienda del padre di cui non gli importava nulla».

Cosa sperate che si porti a casa un genitore da questi incontri? Qual è il primo passo per ricominciare a parlarsi?

«Bisogna togliersi dall’idea che i figli vadano solo coccolati. Dobbiamo uscire dal narcisismo genitoriale e introdurre piani di frustrazione. La frustrazione va data perché solo così nasce il desiderio. Se tuo figlio vuole fare una cosa che desidera, allora puoi pretendere il massimo, ma devi saper dire di no alle pretese materiali. Quello che non dobbiamo fare è dare "privazioni" simboliche, come vietare una gita per un brutto voto: il mondo dei pari va sempre sostenuto. I genitori devono fare un passo indietro, smetterla di sentirsi "narcisizzati" dall’avere figli. Essere genitori è una fatica, un impegno, non uno status. Sostenete il legame sociale tra i pari e attrezzateli per difendersi da soli dai pericoli del mondo».