«Dopo le 20 sono costretta a curare i migranti in strada, tra le macchine in sosta». A Trieste, per Lorena Fornasir e i volontari di Linea d’Ombra, assistere le persone in fuga lungo la rotta balcanica è diventato più difficile: la Questura ha limitato il servizio in piazza Libertà, ribattezzata Piazza del Mondo, a due ore al giorno, dalle 18 alle 20, dal lunedì al venerdì, vietandolo completamente nel fine settimana. Una stretta che la volontaria definisce «drammatica, insensata e disumana» e che rischia di lasciare senza cure, cibo e un punto di riferimento uomini, donne e bambini appena arrivati in città dalla rotta balcanica e che hanno bisogno di essere rifocillati e curati soprattutto per le piaghe ai piedi, provati da chilometri di cammino. «È da almeno tre settimane che siamo in questa situazione, in cui l’umanità è stata sfrattata», denuncia. Sulla vicenda è intervenuta anche la Camera degli Avvocati per i Diritti Umani e degli Stranieri (CADUS), che solleva dubbi sulla legittimità e sulla proporzionalità delle restrizioni.

Il presidio di assistenza ai migranti in piazza Libertà
Il presidio di assistenza ai migranti in piazza Libertà

Il presidio di assistenza ai migranti in piazza Libertà 

«In due ore non c’è spazio per l’accoglienza»

Lorena Fornasir, che insieme al marito Gian Andrea Franchi ha fondato l’associazione Linea d’Ombra, contesta innanzitutto le ragioni che hanno portato al provvedimento della Questura. «Nonostante inviassimo tutte le comunicazioni previste dalla legge in materia di pubblica sicurezza, dopo il decreto Sicurezza approvato dal Governo a giugno, la Questura ha emanato questo divieto», spiega, «la solidarietà non è assimilabile a una manifestazione. Eppure siamo costretti a comunicare la nostra presenza in piazza e, proprio per questo, ci hanno ridotto il tempo in cui possiamo restare».

Il problema, per chi ogni sera si mette a disposizione dei migranti, non è soltanto organizzativo. È soprattutto umano. In due ore bisogna medicare i piedi martoriati da giorni di cammino, distribuire cibo e scarpe, offrire vestiti e cercare di rispondere ai bisogni di persone spesso arrivate a Trieste dopo viaggi estenuanti, attraverso boschi, fiumi e sentieri impervi. «È un tempo in cui viene completamente cancellata la relazione con le persone, la possibilità di accogliere, di guardarle, di chiedere: come ti chiami?», racconta Fornasir, «in due ore dobbiamo fare tutto: curare i feriti, dare da mangiare, trovare le scarpe e quello che serve».

Le necessità cambiano ogni sera. Possono arrivare quindici persone oppure settanta. La rotta balcanica continua a essere percorsa da uomini, donne e minori che, una volta giunti in città, hanno bisogno di cure immediate e di un primo orientamento e di un posto dove dormire. Linea d’Ombra può contare anche sul sostegno di una rete di circa settanta gruppi provenienti da tutta Italia, che contribuiscono a garantire gli aiuti necessari.

Ma le nuove prescrizioni, sostiene la volontaria, stanno rendendo sempre più difficile questo lavoro: «Molti volontari si sono fermati, sono quasi intimoriti dal clima cupo che è calato sulla piazza. E anche i ragazzi che arrivano dalla rotta balcanica fanno fatica ad avvicinarsi, perché hanno paura quando vedono tutti quei mezzi blindati e quelle forze dell’ordine che presidiano la piazza».

I controlli e il tema della sicurezza

Nel provvedimento della Questura le restrizioni sono motivate dalla necessità di prevenire possibili turbative dell’ordine e della sicurezza pubblica e di garantire il regolare svolgimento delle attività di socialità, intrattenimento, svago, libera circolazione e delle iniziative economiche. L’ordinanza richiama inoltre criticità e turbative registrate in precedenza nell’area. Il tema della sicurezza è stato sollevato anche dal presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, che ha ricordato episodi di violenza avvenuti negli ultimi mesi nella zona, tra cui due accoltellamenti, oltre a minacce rivolte agli operatori impegnati nella distribuzione dei pasti.

Fornasir contesta però l’idea che limitare l’assistenza sia la risposta al problema: «Ci sono stati episodi di violenza, è vero, ma accadono anche in altre zone di Trieste. Dovrebbero chiudere tutta la città, se questo è il ragionamento». Per lei, la presenza dei volontari contribuisce anzi a rendere la piazza un luogo più sicuro, grazie alla relazione, alla condivisione e all’attenzione rivolta alle persone.

La preoccupazione riguarda soprattutto chi rischia di rimanere senza alcun punto di riferimento. Nei giorni scorsi, racconta, è arrivata a Trieste una madre curda con cinque figli, uno dei quali ancora neonato. Il marito era stato incarcerato in Croazia. La donna si è ritrovata sola, senza sapere dove trovare un riparo per la notte. Nella stessa piazza sono arrivati anche dodici ragazzi con i piedi segnati da tagli e vesciche, dopo un lungo viaggio. Alcuni, riferisce la volontaria, non mangiavano da giorni.

Sono situazioni nelle quali l’assistenza immediata può fare la differenza: «Queste persone non hanno nulla, nemmeno un centesimo. Se togli loro anche l’unico luogo in cui possono ricevere aiuto, aumenti la marginalità. Una persona che non ha niente rischia molto più facilmente di finire nelle reti della microcriminalità».

Un migrante arrivato a Trieste soccorso e medicato
Un migrante arrivato a Trieste soccorso e medicato

Un migrante arrivato a Trieste soccorso e medicato

«La solidarietà non è una manifestazione»

Sulla vicenda è intervenuta anche la Camera degli Avvocati per i Diritti Umani e degli Stranieri (CADUS), che esprime preoccupazione per le prescrizioni imposte a Linea d’Ombra e alle altre realtà di volontariato attive in piazza Libertà. In attesa di conoscere il testo integrale del provvedimento, l’organizzazione richiama i limiti costituzionali alle restrizioni delle riunioni in luogo pubblico e solleva una questione preliminare: «L’assistenza umanitaria non può essere automaticamente equiparata a una manifestazione soltanto perché viene svolta collettivamente in uno spazio pubblico».

CADUS sottolinea inoltre che eventuali limitazioni devono fondarsi su un pericolo concreto ed essere adeguatamente motivate, nel rispetto dei principi di necessità, adeguatezza e proporzionalità. Per questo i riferimenti alla tutela delle attività di svago, intrattenimento e commercio come ragioni per limitare l’assistenza a persone vulnerabili destano perplessità.

Nel suo comunicato, l’associazione ricorda che la sicurezza deve essere garantita insieme alle libertà costituzionali e al dovere di solidarietà sancito dall’articolo 2 della Costituzione. E conclude: «La sicurezza pubblica e la solidarietà non sono valori contrapposti. Il compito delle istituzioni è garantirli entrambi nel rispetto della Costituzione».

«Io non mollo»

Per Fornasir, la questione va oltre le prescrizioni amministrative e riguarda l’idea stessa di città e di convivenza. «È da almeno tre settimane che siamo in questa situazione, in cui l’umanità è stata sfrattata», dice. La sua paura è che, dietro le limitazioni imposte alla piazza, si perda di vista la condizione concreta di chi arriva dalla rotta balcanica: persone che spesso hanno attraversato violenze, respingimenti e viaggi pericolosi, e che a Trieste non trovano immediatamente un luogo in cui essere accolte.

La volontaria ricorda anche la morte di cinque giovani annegati nel fiume Kupa, lungo il confine tra Croazia e Slovenia, mentre tentavano di attraversarlo. Un altro ragazzo, di 17 anni, è sopravvissuto. Storie che restituiscono la drammaticità di un percorso nel quale la ricerca di un futuro più sicuro si trasforma, spesso, in una lotta per la sopravvivenza.

Nonostante le difficoltà, Fornasir non intende fermarsi. «C’è un odio incredibile», afferma, «ma io non ho mai mollato ed è certo che vado avanti. Non posso morire lasciando il mondo così. Lo lascerò, ma almeno avrò tentato di fare qualcosa».