C’era un tempo in cui comprare usato era considerato un ripiego, una soluzione da adottare solo quando il nuovo era fuori portata. Oggi quello scenario appare profondamente cambiato. La seconda mano non è più l’ultima opzione, ma spesso la prima. E racconta qualcosa di importante sul modo in cui stanno cambiando le abitudini, le priorità e persino i valori degli italiani.

A dirlo è l’Osservatorio Second Hand Economy 2025 di Ipsos Doxa per Subito: il 68% degli italiani dichiara di partire proprio dall’usato quando deve acquistare qualcosa. Un salto significativo rispetto all’anno precedente: nove punti percentuali in più. È un cambiamento culturale prima ancora che economico.

La fotografia scattata dalla ricerca mostra un Paese che, di fronte all’incertezza economica e all’aumento del costo della vita, sceglie nuove strategie per proteggere il bilancio familiare. Oltre 28,2 milioni di italiani – il 65% della popolazione – hanno comprato o venduto beni usati nell’ultimo anno. Una crescita costante che conferma come la second hand economy non sia una moda passegera ma una pratica ormai strutturale.

Il dato economico aiuta a comprendere la portata del fenomeno: il settore genera un valore di 27,2 miliardi di euro, pari all’1,2% del Prodotto interno lordo italiano. Numeri che parlano di una vera economia parallela, capace di incidere concretamente nella vita quotidiana delle famiglie.

Le ragioni della scelta sono molto concrete. Guadagnare qualcosa da ciò che non si usa più e risparmiare su nuovi acquisti sono le motivazioni principali. Chi vende ricava in media 834 euro all’anno; chi compra percepisce un risparmio medio del 44% rispetto al nuovo, percentuale che in alcune categorie – come abbigliamento, libri, biciclette o articoli per bambini – arriva persino al 50%.

Una ragazza intenta a scegliere un capo usato da acquistare.
Una ragazza intenta a scegliere un capo usato da acquistare.

Una ragazza intenta a scegliere un capo usato da acquistare.

(Getty Images)

Dietro i numeri, però, emerge una realtà che riguarda da vicino la vita familiare. In tempi di inflazione e incertezza, l’usato diventa un alleato silenzioso nella gestione del bilancio domestico. Non si tratta soltanto di spendere meno: significa anche recuperare valore, evitare sprechi e utilizzare con maggiore consapevolezza le risorse disponibili.

Non sorprende allora che comprare e vendere beni usati sia ormai considerato il secondo comportamento sostenibile più diffuso nel Paese, subito dopo la raccolta differenziata. Prima ancora delle lampadine a basso consumo o di altri gesti associati alla sostenibilità ambientale.

Anche il modo di acquistare sta cambiando. Oggi il motore della crescita è l’online: il 71% degli italiani utilizza canali digitali per la compravendita dell’usato. Dieci anni fa erano appena il 30%. Velocità, comodità, ampiezza dell’offerta e possibilità di fare tutto da casa spiegano una trasformazione che appare ormai consolidata.

La fiducia cresce soprattutto perché le piattaforme digitali vengono percepite come più sicure e strutturate rispetto al passato. Sempre più utenti dichiarano di sceglierle anche per evitare truffe e gestire l’intero processo in modo semplice.

Tra i settori trainanti continua a spiccare quello dei veicoli, che da solo genera oltre 11 miliardi di euro. E anche qui emerge un dato significativo: negli ultimi tre anni un italiano su cinque ha acquistato un’auto usata. Persino tra i giovani della Generazione Z, spesso descritti come meno interessati all’automobile, l’usato conquista spazio e consenso.

Il cambiamento, dunque, va oltre il semplice atto d’acquisto. Sembra emergere una nuova cultura del consumo, più attenta al valore reale delle cose e meno legata all’idea che nuovo significhi necessariamente migliore.

L’usato racconta la capacità di adattarsi ai tempi difficili senza rinunciare ai propri bisogni. E anche di riscoprire un principio antico, spesso caro alla tradizione familiare italiana: dare nuova vita alle cose, perché ciò che è stato utile una volta può ancora avere valore per qualcuno.