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Oggi, 9 agosto, è la Giornata internazionale dei popoli indigeni, istituita dall’ONU nel 1994 per valorizzare il contributo unico che essi danno alla diversità umana e promuovere la protezione dei loro diritti umani e territoriali.
I popoli indigeni del mondo contano più di 476 milioni di persone e abitano in oltre 90 nazioni. Sono straordinariamente diversi, e i migliori custodi di molti dei luoghi più biodiversi del Pianeta. Ciò nonostante, vengono derubati delle loro terre e risorse per profitto. In prima linea nella difesa dei loro territori, subiscono razzismo e violenza genocida, ma non si arrenderanno
,Questa Giornata non riguarda solo loro, ma l’equilibrio e la salvaguardia delle foreste amazzoniche, delle savane africane o delle isole più remote, e qui di riguarda la salvezza del Pianeta e di conseguenza anche ognuno di noi.
I popoli indigeni continuano a custodire lingue, culture, saperi e territori che rappresentano una parte essenziale della diversità umana. Ma proprio quei territori sono sempre più esposti a pressioni economiche, violenze e progetti che rischiano di cancellare intere comunità.
Secondo Survival International, l’organizzazione internazionale che dal 1969 sostiene la loro lotta per la loro vita, le loro terre e il diritto di decidere liberamente del proprio futuro, una delle principali minacce per questi popoli è rappresentata dalla sottrazione delle terre ancestrali. Dall’Amazzonia al bacino del Congo, dal Kalahari all’India, comunità indigene devono fare i conti con l’avanzata di miniere, allevamenti, disboscamento, grandi infrastrutture e attività estrattive. La perdita della terra non significa soltanto perdere una risorsa economica: per molti popoli significa perdere la possibilità stessa di vivere secondo la propria cultura, di trasmettere le proprie conoscenze e di mantenere un rapporto con l’ambiente costruito nel corso di generazioni.


Un caso emblematico arriva proprio in questi giorni dal Brasile. Il 6 agosto Survival International ha annunciato il completamento della delimitazione fisica del territorio dei Kawahiva Rio Pardo, uno dei popoli incontattati (cioè che non sono mai entrati in contatto con popolazioni e civiltà esterne alla loro) più vulnerabili dell’Amazzonia. Sono trascorsi 27 anni da quando la presenza del gruppo su quelle terre era stata confermata dalle autorità. Ora, perché il territorio venga ufficialmente istituito, manca soltanto la firma del presidente Luiz Inácio Lula da Silva. È una notizia che mostra quanto possa essere lunga e difficile la strada per garantire un diritto fondamentale: poter vivere nella propria terra senza essere aggrediti o costretti al contatto.


Survival stima che nella sola Amazzonia vivano circa cento gruppi che non hanno contatti regolari con il mondo esterno. Per loro anche un contatto non desiderato può avere conseguenze devastanti: malattie contro le quali non possiedono difese immunitarie, violenze, perdita del territorio e distruzione del proprio modo di vivere. La scelta di non avere contatti deve quindi essere considerata una forma di autodeterminazione e non un ostacolo allo sviluppo.
Un principio riconosciuto anche dalla giustizia internazionale. Nel marzo 2025 la Corte interamericana dei diritti umani ha stabilito che l’Ecuador ha violato i diritti dei popoli incontattati Tagaeri e Taromenane, sottolineando che il loro diritto all’autodeterminazione comprende anche il diritto a rimanere incontattati. La sentenza rappresenta un precedente importante a livello mondiale.


Ma le minacce non arrivano soltanto da miniere e disboscamento. Survival denuncia da anni anche quella che definisce “conservazione coloniale”: la creazione di parchi e aree protette che, invece di riconoscere il ruolo delle popolazioni indigene nella tutela dei loro territori, finiscono per espellerle dalle proprie terre. È un paradosso particolarmente grave in un’epoca di crisi climatica: proprio coloro che hanno sviluppato una conoscenza profonda degli ecosistemi vengono spesso esclusi dalle decisioni sulla loro protezione.
Eppure la Giornata del 9 agosto non è soltanto una giornata di denuncia. È anche una giornata di resistenza. In molte parti del mondo i popoli indigeni stanno organizzando proprie forme di difesa, chiedendo il riconoscimento dei territori, opponendosi alle invasioni e rivendicando il diritto a decidere del proprio futuro. Nel marzo scorso, in Indonesia, leader e organizzazioni indigene si sono riuniti per rafforzare un’alleanza internazionale a tutela dei popoli incontattati, arrivando alla firma di una nuova dichiarazione per riconoscerne i diritti.
La difesa dei popoli indigeni significa difendere il diritto alla diversità, all’autodeterminazione e alla dignità. Significa anche riconoscere che proteggere una foresta non può voler dire necessariamente allontanare chi quella foresta la abita e la conosce. In questa Giornata internazionale, dare visibilità ai gravi problemi che gli oltre 476 milioni di indigeni devono affrontare a causa delle azioni predatorie altrui è necessario per il loro futuro, ma è anche urgente per l’intera umanità. Sono i migliori custodi del mondo naturale, in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici. Il loro futuro è anche quello di ognuno di noi.


In questa Giornata internazionale possiamo dare voce ai loro appelli. Attraverso la piattaforma Voci indigene!
Voci indigene è un progetto pionieristico che Survival ha lanciato insieme ai popoli indigeni oltre 10 anni fa. Una piattaforma che raccoglie video sulla situazione di queste popolazioni e sulle loro lotte, video che sono un potente strumento di sensibilizzazione: sono proiettati durante proteste, festival e in luoghi frequentati come mezzi pubblici, musei, gallerie e università; vengono utilizzati dai popoli indigeni per scambiarsi esperienze fatte in altri territori e continenti; e vengono persino mostrati ad autorità governative e amministratori aziendali.




