Il Veneto ribolle contro i social. Troppi problemi nascono da lì per adolescenti e bambini che senza filtri hanno accesso a testo, immagini, filmati violenti o a sfondo sessuale. Sta prendendo forma una proposta di legge statale di iniziativa della Regione Veneto, secondo quanto previsto dalla Costituzione. Lo annuncia il presidente della Regione Veneto Alberto Stefani. «Ho attivato gli uffici regionali e nella proposta coinvolgeremo tutte le forze politiche. Insieme decideremo come svilupparla». Il limite di accesso dovrebbe essere posto a 14 anni e dovrebbe sfruttare i sistemi per il riconoscimento delle identità digitali. Oggi i più giovani bypassano facilmente i limiti di iscrizione ai social mentendo sull’età.

L’allarme è risuonato da tempo nel Veneto. A Spinea, in provincia di Venezia, nel febbraio 2025, una ragazzina è stata brutalmente aggredita in piazza e il video del pestaggio è finito direttamente in rete; le baby bulle avevano tra i 12 e i 16 anni. A dicembre dei bulletti hanno aggredito quattro giovani in centro a Treviso e poi postato la bravata online. Si definivano la “gang di San Liberale”. A Verona, nel febbraio 2024, gli agenti della polizia fermano per un controllo tre ragazzi che reagiscono con minacce, offese e spintoni, iniziando anche una diretta social per mostrare le loro gesta.

Ma il fenomeno è più pervasivo. Lo denuncia la Unimpresa CNA Treviso, Confederazione nazionale degli artigiani. «La condanna di un tribunale di Los Angeles contro Meta e YouTube a un risarcimento di 6 milioni di dollari alla famiglia di una ragazza afflitta da dipendenza dai social dimostra che le piattaforme sono in grado di ingegnerizzare la dipendenza psicologica nei minori. Come per il tabacco, si guadagna dalla dipendenza. Scorrimento infinito, autoplay, notifiche a rinforzo intermittente sono deliberatamente progettati per creare dipendenza». Perché Cna alza la voce? Perché il danno si ripercuote sulla produttività delle imprese. «Una parte importante dei ragazzi che entrano nelle aziende – afferma la presidente di Cna Treviso, Lucia De Bortoli – ha difficoltà di concentrazione, scarsa tolleranza alla frustrazione, incapacità di reggere l’attesa e il sacrificio che ogni mestiere manuale richiede. Non è pigrizia, non è mancanza di carattere: è il risultato di anni di esposizione a meccanismi progettati per sequestrare l’attenzione e indebolire la forza di volontà».

Se da un lato la Cna ha riconosciuto gli sforzi delle Ulss venete, ha citato in particolare l'Ulss 2 di Treviso con il progetto “S-collegati”, dall’altro ha chiesto un salto di scala: da servizio di supporto a programma strutturato, sistematico e universale.

È subito intervenuto il governatore Alberto Stefani: «Occorre cambiare prospettiva e rimettere al centro la salute dei giovani e il loro benessere psicologico. Ne va della sicurezza delle famiglie e del futuro della nostra comunità».

Il suo impegno in questo ambito non è nuovo: «L’ultimo disegno di legge che ho firmato da componente della Camera dei deputati va in questa direzione e prevede lo stop all’utilizzo dei social network per i minori di 14 anni. A quell’età i giovani hanno bisogno di esperienze vere e incontri reali, non di finzione. E, soprattutto, devono essere tutelati dal rischio di emulazione e dall’esposizione a contenuti violenti che possono influenzarli e spingerli a commettere reati nel mondo reale. La Regione del Veneto sta facendo la sua parte per promuovere il benessere psicologico e prevenire forme di disagio. Il testo che ho depositato nei giorni scorsi, per l’istituzione dello psicologo territoriale, ne è un esempio. Ma, di fronte a quanto succede nel nostro Paese, come l’accoltellamento dell'insegnante a Bergamo, non possiamo più aspettare».

Stefani non si è limitato a proporre una legge. «I nostri ragazzi hanno bisogno di vita vera, esperienze formative, relazioni reali con i loro coetanei e, in seconda battuta, con gli adulti. Il divieto all’uso dei social network ai minori di 14 anni è urgente e necessario, ma da solo non può bastare. Servono momenti di condivisione e di comunità. Per questo abbiamo deciso di depositare un emendamento al bilancio che stanzia 100 mila euro per finanziare campus estivi per giovani, promuovendo percorsi di impegno sociale che aiutino i ragazzi a mettersi alla prova, scoprire le proprie capacità e sentirsi parte di qualcosa di più grande, ad esempio nei gruppi della Protezione civile. Può essere un’occasione di crescita personale e di responsabilità, fuori dai social, nella vita vera».

L’emergenza è mondiale: dal 2012 – anno in cui l’uso degli smartphone tra gli adolescenti è diventato di massa – si è registrato un aumento del 150 per cento dei casi gravi di depressione tra gli adolescenti, del 188 per cento delle ragazze che praticano autolesionismo rispetto al 2010 e del 91 per cento del tasso di suicidio tra i giovani. Inoltre, un minore su quattro presenta un uso problematico dello smartphone e il 78 per cento dei ragazzi tra i 13 e i 17 anni controlla il dispositivo almeno una volta all’ora.

Tante le reazioni alla proposta del governatore. «I social producono effetti reali» afferma la psicologa Cesia Polloni, psicoterapeuta attiva da quarant’anni nella Castellana e coordinatrice del Centro Mastermind di Castelfranco Veneto. «Il problema è che bambini e adolescenti non sono in grado di autoregolare la propria risposta emotiva. Le emozioni si attivano in modo rapidissimo e intenso e spesso non riescono nemmeno a essere riconosciute. Se non si capisce ciò che si prova, diventa difficile organizzare il pensiero e riflettere. Si indebolisce la capacità di “mentalizzazione”, cioè dare un nome alle emozioni, comprendere da dove nascono e valutare se ciò che si sta vivendo fa bene o male».

Commenti anche dal mondo della scuola. Alessio Perpolli, dirigente scolastico a Bosco Chiesanuova, a Verona, e referente dell’area per le scuole medie, dichiara a L’Arena: «Le limitazioni d’età esistono già, ma un ruolo fondamentale lo hanno soprattutto i genitori. Non una critica totale, ma un utilizzo consapevole e controllato».

Al giornale diocesano La Vita del Popolo, don Paolo Magoga, presidente del Centro di formazione professionale di Fonte (circa 800 studenti), richiama i genitori: «Oggi, con le App di localizzazione, i genitori sanno dove sono i figli, ma molto meno cosa stanno facendo. Più che vietare, è importante capire come li controlliamo. Quanti adulti guardano davvero la cronologia di cellulari e pc? È normale che i genitori di ragazzi molto giovani abbiano le password e possano accedere a messaggi e relazioni. Con serenità, bisogna sapere dove sono i figli, non solo fisicamente ma anche online».