C’è una domanda che attraversa la ventiduesima edizione di Fa' la cosa giusta! come un filo teso tra le coscienze: “Di quante persone abbiamo bisogno? (per cambiare il mondo)”. La risposta, dice la direttrice editoriale Miriam Giovanzana, è semplice e radicale: di tutti. Tutti necessari, nessuno escluso. Eppure, mentre alla Fiera Milano Rho si preparano tre giorni di incontri, cammini, consumo critico e parole sulla pace, c’è un gruppo di ragazze e ragazzi per cui quella domanda non è retorica, ma urgenza.

Sono gli studenti di Ain Ebel, nel Sud del Libano, sotto assedio dal 9 ottobre 2024. Con i coetanei degli istituti Russel e Boccioni di Milano e del Parini di Seregno hanno intrecciato per mesi una corrispondenza fitta, paziente, ostinata. Un gemellaggio nel nome del dialogo, mentre intorno cadevano le bombe. Per la prima volta avrebbero dovuto incontrarsi dal vivo, stringersi la mano, dare un volto alle parole.

Ma oggi quell’incontro è sospeso a un filo. La ripresa dei bombardamenti da parte di Israele nel Sud del Libano rende concreto il rischio che la delegazione libanese non riesca a partire. La guerra irrompe ancora una volta nello spazio fragile dell’adolescenza e lo mette in scacco. Il viaggio verso Milano, che doveva essere un attraversamento simbolico di frontiere, rischia di trasformarsi in un’impossibilità logistica, in una frontiera chiusa.

Se le condizioni generali non consentiranno la partenza, l’incontro si terrà comunque. In videochiamata. Uno schermo al posto di un abbraccio, una connessione digitale a sostituire la presenza fisica. Non è la stessa cosa, ma è una scelta ostinata: non interrompere il dialogo. Non lasciare che la guerra abbia l’ultima parola.

Questo appuntamento si inserisce nel percorso che la fiera dedica ai conflitti che devastano il presente – dalla Palestina all’Ucraina, dal Myanmar al Sud Sudan – sotto il titolo “Ascoltare il dolore degli altri”. È un programma che non si limita a elencare tragedie, ma prova a costruire spazi di riconoscimento reciproco. Domenica sarà raccontata l’esperienza di Neve Shalom Wahat al-Salam, il villaggio in cui ebrei e palestinesi, cittadini israeliani, vivono insieme da oltre cinquant’anni scegliendo la convivenza come pratica quotidiana.

Intanto la fiera dispiega i suoi numeri: 500 realtà espositive, 350 incontri, 500 relatori su 30mila metri quadrati. E i suoi volti: dal climatologo Luca Mercalli a don Luigi Ciotti, da Eraldo Affinati a Benedetta Tobagi. C’è l’area dei Grandi Cammini, con un’attenzione speciale al Cammino di Santiago di Compostela, e c’è la scuola, con il programma SFIDE dedicato a “Orientarci nella complessità”.

Ma il cuore vero, quest’anno, batte forse in quell’incontro incerto tra studenti. Perché la domanda iniziale – di quante persone abbiamo bisogno – trova lì la sua misura concreta. Servono ragazzi che non si rassegnano alla narrazione dell’odio. Servono insegnanti che tengono aperto il filo. Servono organizzatori che, davanti ai bombardamenti, non cancellano ma rilanciano.

Attorno a questo asse si muove l’intera architettura della manifestazione. Le aree tematiche – dall’abitare sostenibile alla moda etica, dalla cosmesi naturale al turismo responsabile – non sono compartimenti stagni ma tasselli di una stessa visione: mettere in relazione scelte individuali e responsabilità collettive. Nello spazio dedicato all’ambiente, il confronto sul cambiamento climatico non resta confinato ai dati, ma interroga stili di vita e modelli produttivi; nell’area dedicata all’alimentazione, il rito della panificazione collettiva diventa gesto simbolico, pratica comunitaria prima ancora che laboratorio gastronomico.

La Fiera dei Grandi Cammini, con i suoi cento appuntamenti, racconta un’Italia che prova a riscoprirsi passo dopo passo, mentre il Club Alpino Italiano porta una montagna che non è solo vetta e performance, ma educazione, inclusione, responsabilità. E dentro il programma culturale si intrecciano voci diverse: scienziati, scrittori, attivisti, educatori. Non per comporre un coro uniforme, ma per mettere in scena la complessità.

Anche la riflessione sulla scuola – con il ciclo SFIDE dedicato a “Orientarci nella complessità” – assume un valore particolare in un tempo in cui educare significa abitare l’incertezza. L’autonomia dei docenti, le nuove indicazioni nazionali, la sfida della cittadinanza digitale non sono temi tecnici, ma snodi politici nel senso più alto: riguardano la forma della convivenza futura.

In questo quadro, l’eventuale collegamento in videoconferenza con Ain Ebel non sarebbe una soluzione di ripiego, ma un segno dei tempi. La tecnologia che spesso divide può diventare strumento di prossimità. La distanza forzata può trasformarsi in responsabilità condivisa. I ragazzi milanesi e quelli libanesi, separati da una guerra che non hanno scelto, continuerebbero a parlarsi. A interrogarsi. A riconoscersi.

Di quante persone abbiamo bisogno per cambiare il mondo? Forse di abbastanza da riempire un padiglione fieristico. Ma soprattutto di quelle che, anche quando un volo viene cancellato e i cieli si riempiono di fumo, decidono che il dialogo resta una priorità. Non come parola astratta, ma come pratica quotidiana. Non come slogan, ma come scelta.