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Il Teologo
 

Il teologo: «Nessun parroco può rifiutare un funerale. Né a boss né a suicidi»

21/08/2015  Silvano Sirboni spiega che solo in caso di “scandalo offerto ai fedeli” si può dire no. A patto che il parroco sia informato e ne informi il vescovo, cosa che non è avvenuta nel caso dei funerali di Vittorio Casamonica a Roma. Nella stessa chiesa dove si negarono le esequie a Piergiorgio Welby.

“Nessun parroco può rifiutare di celebrare un funerale, a meno che non ci siano prove che sia stato rifiutato dal defunto stesso”. E’ il parere del teologo Silvano Sirboni, che interviene sulla vicenda del funerale del boss Vittorio Casamonica svoltosi ieri a Roma. Esequie da principe rinascimentale, con più di un tocco di  palese volgarità. Che tuttavia non toccano alcun punto della dottrina cristiana. “Il funerale non santifica la vita di nessuno – continua Sirboni – mette le mani di ciascuno nelle mani della infinita misericordia di Dio”.

- Anche se si tratta di una vita “scandalosa”?

Assolutamente sì. A meno di esplicito rifiuto, anche coloro che nella vita  sono stati incalliti peccatori hanno diritto alle esequie in quanto battezzati. Magari sono stati infedeli al battesimo, ma la Chiesa prega anche per loro.

- Cosa dice esattamente il diritto canonico?

Il Canone 1184 (n. 3 par. 1) afferma che le esequie si negano “ai peccatori manifesti ai quali non è possibile concederle senza pubblico scandalo dei fedeli”. E subito dopo (par. 2): “Presentandosi qualche dubbio si rimanda all’ordinario del luogo al cui giudizio bisogna stare”. Gli unici su cui si afferma esplicitamente il divieto sono “apostati, eretici e scismatici”. Dunque solo lo scandalo grave dei fedeli, accertato dal vescovo,  può evitare il funerale.

- Non c’è nulla che dia scandalo nei fedeli in quanto è avvenuto nella chiesa romana di San Giovanni Bosco?

A vederlo dopo, ovviamente  sì. Ma evidentemente il parroco non era al corrente. In quel caso sarebbe toccato al vescovo, in previsione di una cerimonia certamente eccessiva, dire di no. Se non è avvenuto è perché il vescovo, in questo caso il Vicario di Roma, non è stato informato, probabilmente perché il sacerdote era inconsapevole di quel che stava per accadere.

- Se consapevoli, avrebbero fatto bene a  intervenire.

Io credo di sì, a vedere quel che è poi accaduto. Ma c’è un altro punto dottrinario che semmai merita una riflessione.

- Quale?

Quanto è avvenuto mette in discussione la prassi eucaristica delle esequie a cui si associa l’eucarestia. Non è detto, forse non è bene, che le due cose vadano assieme. L’eucarestia presuppone una comunità di credenti che spesso non è quella che si forma in una chiesa per dare l’addio a un a defunto. Magari si stratta di persone non praticanti o non credenti. L’eucarestia è un atto molto impegnativo. E si tratta di rispettarne la santità e la stessa posizione delle persone che assistono.

- Nella stessa chiesa dieci anni fa furono negati i funerali a Piergiorgio Welby che scelse l’eutanasia e ne fece una battaglia pubblica. Il dubbio di molti è: quel che si può concedere a un boss non  si può permettere a un uomo che sceglie l’eutanasia. Cosa dice in merito il diritto canonico?

Che anche i suicidi hanno diritto ai funerali in chiesa.  Né nel rito delle esequie né nel diritto canonico c’è alcunché che dica il contrario. A meno che – e questa è una precisazione importante - il darsi la morte non sia stato un segno di esplicito ateismo, e dunque il suicidio  assuma la valenza di un atto di odio verso la Chiesa e il Vangelo. 

- Non era il caso di Welby. E allora perché a lui si disse di no?

Non per ragioni “giuridiche”, che appunto non esistono ma perché era diventato un caso politico. Quel funerale sarebbe stato un palcoscenico su cui dare pubblicità a posizioni sull’eutanasia inaccettabili. Non fu un atto dettato dalla dottrina ma da ragioni di opportunità. Fu una decisione dolorosa, effetto delle polemiche che avevano preceduto il caso. Sarebbe stato  ben diverso, ne sono certo, se quella morte non fosse stata strumentalizzata dalla politica.

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