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mercoledì 22 novembre 2017
 
Per non dimenticare
 

Piersanti Mattarella, il coraggio della trasparenza

01/09/2017  Piersanti Mattarella era il fratello maggiore di Sergio, Capo dello Stato. Era Presidente della Regione Sicilia quando la sua battaglia per la trasparenza gli è costata la vita per mano della mafia.

Dal giorno in cui suo fratello Sergio è diventato Presidente della Repubblica, la storia di Piersanti Mattarella va raccontata cominciando dalla fine.  E’ il giorno dell’Epifania del 1980 quando, in via Libertà a Palermo, davanti al civico 147, una grandine di pallottole sorprende, sotto gli occhi di moglie e figli, Piersanti Mattarella, 44 anni, Presidente della Regione Sicilia, dimissionario dopo una crisi del Governo regionale, in quel momento senza scorta: non arriverà vivo in ospedale. A confermare alla gente raccolta fuori dalla clinica che non c’è più nulla da fare è Sergio Mattarella, fratello minore di Piersanti che, nella vita in quel momento,  sta facendo e vorrebbe continuare a fare il professore di diritto.

Se il suo percorso ha svoltato è stato per quel giorno, uno dei tanti drammatici dell’Italia insanguinata dagli assassini di Giorgio Ambrosoli, del giudice Cesare Terranova, del giornalista Mario Francese, del capo della Mobile di Palermo Boris Giuliano, di Aldo Moro che di Piersanti era amico. E la cronaca di questi anni –accidentalmente nelle pieghe - ci ricorda che di quel sangue è impastato il nostro presente: il giorno in cui Sergio Mattarella è diventato Presidente  della Repubblica, il 2 febbraio del 2015, a passargli le consegne ha ritrovato il giovane con il cappotto che il giorno della morte di Piesanti Mattarella arrivò a ispezionare la 132 blu bucherellata dalle pallottole: era il sostituto procuratore di turno quel giorno e di nome fa Pietro Grasso. E all’opposizione in Regione Lombardia ha trovato Umberto Ambrosoli (dimessosi pochi mesi fa) figlio di Giorgio ucciso dai sicari di Sindona a quei tempi là.

Per una beffa della sorte quel 6 gennaio 1980 il Giornale di Sicilia usciva proprio con un’intervista a Piersanti Mattarella. Una delle risposte di quell’intervista, come riferisce Giovanni Grasso, autore della biografia per San Paolo, si legge oggi come un testamento. Si fa riferimento alla mafia - il maxi processo era di là da venire e l’adagio più gettonato all’epoca era il “non esiste” ora migrato al Nord  - e Piersanti Matterella commenta così un’analisi contenuta nella lettera pastorale per l’Avvento del cardinale Pappalardo: “Il problema esiste  perché nella società a diversi livelli, nella classe dirigente e non solo politica, ma pure economica e finanziaria , si affermano comportamenti individuali e collettivi  che favoriscono la mafia. Bisogna intervenire per eliminare quanto a livello pubblico, attraverso intermediazioni, e parassitismi, ha fatto e fa proliferare la mafia”.

Figlio di Bernardo Mattarella tra i fondatori della Dc, Piersanti si trasferisce a Roma con la famiglia quando il padre diventa ministro. Studia al San Leone Magno retto dai Fratelli maristi e milita in Azione cattolica mostrandosi battagliero sostenitore della dottrina sociale della Chiesa che si va affermando. Nel frattempo si laurea a pieni voti in Giurisprudenza alla Sapienza  con una tesi in Economia Politica, sui problemi dell’integrazione economica europea”. L’argomento è la spia di uno sguardo che va avanti e lontano, pur restando aperto sui problemi della Sicilia dove Piersanti Mattarella torna nel 1958 per sposarsi. Tracce di curiosità per la politica si notano nelle testimonianze degli amici che lo frequentavano da ragazzo.

Sono gli anni della crisi della Dc in Sicilia, c'è una spaccatura, si affermano Lima e Ciancimino, si prepara il tempo in cui una colata di cemento spazzerà le ville liberty di Palermo. Piersanti Mattarella entra nel partito tra il 1962 e il 1963. Nel 63 viene eletto in consiglio comunale, dove dominano Lima e Ciancimino, e la sua idea di Dc e di amministrazione non trova spazio. Nel 1967 entra in Consiglio Regionale, contro pronostico (la linea del padre Bernardo in quel momento nella Dc è in disgrazia e neanche fuori gode sempre di buona stampa). Piersanti difende il padre, ma in politica adotta uno stile tutto suo: parla di trasparenza, propone di ridurre incarichi, che sono l’humus di troppi clientelismi, si batte per la rotazione delle persone nei centri di potere, per evitare l’incistarsi di consorterie pericolose

Da assessore senza portafoglio al Bilancio preme per la programmazione delle priorità nelle spese fino all’approvazione del piano per gli interventi regionali con i voti del Pci, parla di Regione “con le carte in regola”  e si prende il rischio di giocarsi consensi mettendo in dubbio pubblicamente l’utilità degli enti regionali -che tante prebende hanno garantito -  e la loro economicità. Quando arriva la notizia dell’assassinio di Aldo Moro per mano delle Br, Piersanti Mattarella ha ottenuto da quattro giorni la fiducia come Presidente della Regione Sicilia, eletto con una maggioranza assai larga che include il Pci

Da presidente delle Regione dice cose scomode contro Cosa nostra e si mostra decisionista: in poche settimane fa approvare riforme del governo regionale in direzione della trasparenza. Ma è sul fronte degli appalti e dell’urbanistica che si alza il livello dello scontro: la giunta Mattarella con la legge urbanistica n° 71 del 1978 comprime gli spazi della speculazione edilizia nelle aree del “verde agricolo”  e con essa gli interessi di mafiosi e palazzinari, ma anche quelli di certa politica che su quegli interessi aveva costruito consensi.  Non solo,  quando nel febbraio del 1979, Pio La Torre attacca l'Assessorato dell'agricoltura, denunciandolo come centro della corruzione regionale,  Mattarella che della Regione è Presidente, invece di difendere l’assessorato e l’assessore, ribadisce la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali: una presa di posizione interpretata da molti come il passo destinato a costargli la vita.

Nel 1995, per il suo omicidio vengono  condannati definitivamente all'ergastolo i boss della cupola: Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò e Nené Geraci. Il processo ha messo la parola fine a un’indagine, cominciata da Giovanni Falcone, e complicata da depistaggi e da ritrattazioni di collaboratori di giustizia e testimoni. Ma ha lasciato l’ombra del dubbio, come ha avuto modo di dire Piero Grasso, pochi anni fa, che “le carte processuali siano riuscite a fotografare solo la parte superficiale della storia”.

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