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giovedì 26 maggio 2016
 

Se Israele scommette sull'Isis

Una manifestazione di drusi presso il villaggio di Majdal Shams (Reuters).
Una manifestazione di drusi presso il villaggio di Majdal Shams (Reuters).

"Per Israele si avvicina il momento della verità?". Davvero la situazione è così drammatica come sembra descriverla il titolo di Yediot Ahronot, il più diffuso quotidiano del Paese? Certo è che le incognite di certe scelte strategiche si avverte oggi come non mai. Nel conflitto permanente tra Paesi arabi sunniti e Paesi sciiti che tormenta il Medio Oriente, Israele si è schierato con i primi e su questa opzione, in buona sostanza basata sull'ossessione per il pericolo rappresentato dall'Iran, il premier Netanyahu ha fondato la propria politica estera. Con ancor più convinzione e frenesia da quando gli Usa di Obama hanno cominciato a trattare con gli ayatollah per regolare la questione del nucleare.

Anche con la guerra in Siria alle porte del Golan, e con il rischio che Al Nusra, l'Isis e le altre formazioni del terrorismo islamico prendessero sempre più piede, Israele non ha cambiato strategia. Al contrario, ha semmai stretto ancor più i legami con l'Arabia Saudita, che delle formazioni armate che operano in Siria è stata a lungo ispiratrice e finanziatrice, e con alcuni dei Paesi che sono poi intervenuti anche in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi. In Siria, Israele non è mai intervenuta, se non con qualche incursione molto mirata e rivolta non contro Al Nusra o l'Isis ma contro i convogli degli Hezbollah (schierati con Assad), riuscendo pure ad ammazzare un generale iraniano che con i miliziani libanesi stava compiendo una ricognizione sul fronte Sud della guerra civile.

La cosa va avanti da tempo. Ed è chiaro che, tra la vittoria dei terroristi islamici e la sopravvivenza di Assad in Siria, Israele opta per la prima ipotesi. Forse perché rassicurato dalla solita Arabia Saudita, che non ha mai tagliato i ponti con le formazioni armate anti-Assad, sul fatto che un futuro regime sunnita, per quanto estremista, sarà incline ad accordarsi coi vicini che non siano l'Iraq filo-sciita? Forse nella speranza che il crollo della Siria di Assad, ormai preventivato da molti, gli offra il modo di allargare ancora la zona del Golan sotto il suo controllo?

Difficile rispondere, ma la sostanza non cambia: per Israele è "meglio" Al Nusra di Assad. Quindi, perché certi titoli allarmistici come quello di Yediot Ahronot? Il problema ha un nome: drusi. I drusi, una particolare componente dell'intricato mondo islamico, sono circa un milione e mezzo. Circa 120 mila di loro vivono in Israele, cittadini fedeli allo Stato ebraico, soldati coraggiosi di Tsahal e così via. Ma assai più numerosi sono i drusi che vivono in Siria, appena oltre il confine con Israele, spesso solo rami diversi delle stesse famiglie di quelli che hanno il passaporto dello Stato ebraico. I drusi di Siria, rimasti fedeli ad Assad, si sentono ormai minacciati dalle milizie di Al Nusra che controllano il Sud e da quelle dell'Isis che controllano l'Est. Detto in poche parole, temono di fare la fine degli yazidi o dei cristiani dell'Iraq: conversioni forzate (gli estremisti islamici li considerano eretici), esecuzioni sommarie, rapimenti, fuga verso un esilio senza fine. E la politica di Israele, così "tenera" nei confronti dei terroristi islamici, ai drusi piace poco.

Piace poco anche ai drusi che vivono in Israele. Ed è stato proprio un giovane soldato druso, Hillah Chalabi, 19 anni, di stanza nel Golan,  denunciare i contatti tra le truppe israeliane e le milizie di Al Nusra, il passaggio di rifornimenti, i miliziani di Al Nusra trasportati in Israele per essere curati. Hillal è ovviamente finito in prigione ma nei villaggi drusi il fermento cresce: un'ambulanza dell'esercito israeliano che portava due siriani feriti, considerati "soldati" di Al Nusra, è stata attaccata dalla popolazione a Majdal Shams e uno dei due siriani ucciso prima dell'intervento della polizia. 

Queste e altre storie sono poi finite sulla stampa internazionale (per esempio, Newsweek ha raccontato la vicenda di Hillal), a conferma di quanto peraltro già sostenuto in recenti rapporti dei peacekeeper dell'Onu di stanza nel Golan: e cioè di regolari contatti tra la forze armate israeliane e miliziani armati provenienti dalla Siria. Drusi a parte, tutto questo se non altro dimostra che Israele, dipinto da molti come un piccolo Stato minacciato di estinzione, gioca la partita politica con consapevolezza e fiducia nella propria forza degne di una potenza regionale. Quale in effetti Israele è. L'unica vera potenza del Medio Oriente.





 

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23 giugno 2015

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