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martedì 11 agosto 2020
 
Un dato allarmante
 

39mila dimissioni volontarie di neomamme in un anno. Paola Profeta della Bocconi: «Ma le donne al lavoro sono un valore per tutti»

26/06/2020  Non ha dubbi Paola Profeta, docente di Scienza delle Finanze in Bocconi a Milano: «È un dato allarmante, ma che conferma la tendenza. In Italia le donne sono incentivate a lasciare, mentre andrebbero sostenute nella scelta di lavorare, anzi premiate».

Paola Profeta, docente di Scienza delle Finanze in Bocconi
Paola Profeta, docente di Scienza delle Finanze in Bocconi

Sono 39mila le neomamme che si sono dimesse dal lavoro nel 2019. E tutte volontariamente. Un dato preoccupante e, a detta di Paola Profeta, professoressa di Scienza delle Finanze in Bocconi, specializzata in Economia pubblica e political economy (soprattutto nel campo di pensioni e tassazione) ed Economia di genere (le donne in politica e le politiche per promuovere l'uguaglianza di genere e la leadership femminile) «sicuramente una notizia in linea con quel che succede negli ultimi anni, donne che smettono di lavorare quando hanno un figlio. Ma deve farci riflettere»

Cosa dovrebbe cambiare?

«Tanti aspetti: le donne che sono poste di fronte alla scelta di occuparsi delle famiglie o lavorare perché la gran parte dell'impegno domestico ricade su di loro (il 75% delle donne coinvolte nella ricerca del Toniolo che abbiamo condotto con Tiziana Ferrario - COVID: un paese in bilico tra rischi e opportunità. Donne in prima linea - dichiara di occuparsi interamente da sola di tutta l'attività domestica e di cura dei figli). Nello stesso tempo, il tasso di fecondità è molto basso; nascono pochi figli, c'è uno scoraggiamento ad avere più di un figlio nel momento in cui le donne non hanno supporto né dal partner né dal welfare (sostegno alle rette del nido, detrazioni, assegni per i figli piccoli, asili che se ci sono sono molto costosi). Sostegno alla natalità e ai bambini piccoli che sennò diventano soprattutto una spesa. In Italia ci sono congedi generosi per la maternità, se una donna si dimette c'è il tema del sussidio che riceve per la disoccupazione; paradossalmente, quindi, c'è un incentivo a lasciare. Quando, invece, dovrebbe esserci una forma di premialità per tornare. Ecco allora che alla luce di questo dovremmo ribaltare completamente tutto se pensiamo che la parità di genere è un valore aggiunto».

Il ministro Elena Bonetti per la prima volta sta cambiando il linguaggio sulla famiglia e lo si vede nella proposta organica a sostegno della stessa che fa nel Family Act...
«È così, a partire dal supporto alla genitorialità degli assegni universali che già in Europa esiste. Stiamo superando le misure sparpagliate e stiamo andando in una direzione che dovrebbe migliorare le cose»

Il Covid ha aggravato questa situazione di disparità?

«Assolutamente sì perché ha creato molto lavoro “extra” nella gestione dei figli a casa, ma non si è ripartito in maniera bilanciata. La maggior parte del carico è ricaduto sulle donne, soprattutto per quel che riguarda il lavoro domestico. Un po' più alta è stata la partecipazione nella cura dei figli quando entrambi i genitori sono in smartworking. Mentre la cura della casa è stata completamente a carico della donna con il rischio di fare pericolosi passi indietro».

Lo smartworking potrebbe essere una soluzione per sostenere il lavoro delle donne?
«Sì, ma se è incentivato per donne e uomini! Continuare con il lavoro a distanza, ma gestito in maniera paritaria sennò ricade nuovamente tutto sulle donne. Questo implica un'organizzazione diversa. E poi bisogna investire sull'occupazione femminile, sulle politiche di genere. Io facevo parte della task force della ministra Bonetti e di proposte ce ne sono; poi ci sono anche quelle di Colao. Ora tocca indirizzare le risorse verso quelle proposte».

Lei che studia le dinamiche di genere, perché è importante che ci siano anche le donne nel mondo del lavoro?

«Per la ricchezza del Paese, perché aumenti il Pil che in questo momento di crescita molto bassa e modesta è prioritario. E poi perché le donne sono più istruite degli uomini e quindi sono una risorsa più competente che è un peccato non valorizzare, uno spreco che non ci possiamo permettere. E poi sappiamo anche che c'è un circolo virtuoso: più donne arrivano in posizione dirigenziali più possono portare avanti un modello inclusivo di leadership, un ripensamento dell'organizzazione del lavoro maggiormente favorevole al risultato e all'economia. Così per l'agenda decisionale: quando ci sono le donne possono spingere per investire nelle politiche familiari, a favore di altre donne e così via. Mentre, se restano ai margini, tante decisioni in tal senso non verrano prese. Non si tratta di sostituire gli uomini con le donne, ma di integrare perché quando le prospettive sono integrate i risultati sono migliori».

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