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martedì 16 agosto 2022
 
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Aborto, monsignor Giulietti: «Si armonizzino diritto alla vita dei nascituri e dignità delle donne»

25/06/2022  Dopo la sentenza della Corte Suprema degli Usa, l'arcivescovo di Lucca e presidente della Commissione per la famiglia, i giovani e la vita della Cei, ragiona di quanto potrà accadere in Italia: «La 194 si proponeva di affrontare e, laddove possibile, rimuovere le cause delle interruzioni di gravidanza. Oggettivamente siamo andati molto oltre alla lettera e allo spirito di quella legge, banalizzando l'aborto. Riapriamo il dibattito senza sterili polarizzazioni»

Monsignor Paolo Giulietti.
Monsignor Paolo Giulietti.

«La sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti d'America aprirà nuovi scenari negli States, ma - come molti hanno colto - induce a riflettere sul tema dell'aborto anche in casa nostra». Monsignor Paolo Giulietti, 58 anni, arcivescovo di Lucca e presidente della Commissione per la famiglia, i giovani e la vita della Conferenza episcopale italiana, ragiona di quanto accaduto Oltreoceano in una pausa del X Incontro mondiale delle famiglie in corso a Roma. «Difficile capire dove si andrà a parare», puntualizza, «personalmente mi attenderei che si riprendesse seriamente in mano il testo della legge 194 del 1978, rispetto alla quale (lettera e spirito di quelle norme) si è oggettivamente andati molto oltre. Pensiamo all'espressione "diritto", assente nel testo, o alla privatizzazione connessa ai nuovi farmaci,  che taglia fuori una serie di passaggi previsti dalla legge, per finire con la banalizzazione di un atto le cui cause la 194 si propone di affrontare e, laddove possibile, rimuovere. Un Paese, come il nostro, in emergenza demografica, può cogliere l'occasione per una riflessione comune, senza sterili polarizzazioni, che tenga sempre più insieme la dignità delle donne e il diritto alla vita dei nascituri».

 

 

Lo sguardo di monsignor Paolo Giulietti s’allarga. «Penso che un’urgenza fortissima per la Chiesa sia l’educazione dei giovani all’affettività», dice. «Per sostenere la famiglia occorre ripartire da lì». Il tema della sessualità rischia di allargare la forbice tra Chiesa cattolica e nuove generazione. Provocando ulteriori smottamenti, parte di quello scisma silenzioso ma progressivo paventato da tanti. «Siamo in un momento in cui tutti i temi affettivi passano attraverso canali non controllati dagli educatori: la musica, gli smartphone… », afferma monsignor Giulietti. «Oggi i giovani apprendono l’affettività da questi canali, non più dalla famiglia, dalla parrocchia, dalla scuola. Tutto ciò rappresenta una grande sfida perché assistiamo a una precocizzazione della sessualità e quindi al venir meno di tutto quel campo valoriale, emotivo, ideale che invece fa parte dell’approccio all’affettività. Alcune scelte problematiche che avvengono nell’adolescenza sono preparate nell’infanzia o nella seconda infanzia in una totale disattenzione della comunità educante, del “villaggio educante”. Si arriva così a un’affettività non stabile: l’idea di matrimonio, ma anche di stabilità, oggi vacilla. Questo mina la stabilità affettiva e incide poi sulla progettualità di coppia, sulla natalità… Una grande sfida per tutti quelli che vedono nel rapporto tra uomo e donna una cosa seria, comunque la si viva, dentro o fuori un discorso di fede. Dobbiamo porre le basi per un approccio integralmente umano, prima ancora che cristiano, alla dimensione affettiva della vita».

 

A colloquio con il settimanale cattolico Toscana Oggi (l'agenzia di stampa Sir ha rilanciato il testo dell'intervista) monsignor Giulietti è stato sollecitato a riflettere su un altro grande tema di cui si parla spesso, quello delle cosiddette “situazioni irregolari”: l’accoglienza dei separati, dei divorziati,… «Anche questa è una frontiera che l'esortazione apostolica  Amoris Laetitia ha aperto e su cui si sta lavorando, a livello ancora sperimentale», ha risposto. «Fra l’altro il Papa ha auspicato che dopo il documento sulla preparazione al matrimonio, ne esca uno su questi temi. C’è una confusione che può essere anche positiva, c’è il tentativo di aprire processi, di mettere insieme servizi… È un tema caldo».

Il X Incontro mondiale sugerisce sin dal tema la “famiglia come via di santità”. Come si traduce questo auspicio nella realtà? «È un tema che aiuta a capire la dimensione sacramentale del matrimonio: nemmeno i cristiani hanno chiaro che il matrimonio è un sacramento, non è qualcosa che si aggiunge allo stare insieme ma è costitutivo di una realtà nuova. La coppia è una forma di vita cristiana nuova in cui la santità, cioè la conformazione a Cristo, si realizza nel rapporto reciproco fra i coniugi, e nell’apporto che la coppia dà alla vita della comunità cristiana e della comunità civile. Se non si capisce questo, se quello che conta è l’individuo e non la famiglia, non si capisce perché valga la pena sposarsi. Se invece la dimensione di coppia viene assunta come luogo di santità delle persone, si capisce meglio il valore sacramentale del matrimonio. È in grande aumento la convivenza tra persone battezzate: questo vuol dire non comprensione della natura del percorso di coppia».

Molte delle coppie che chiedono di sposarsi in chiesa oggi sono già conviventi... «Ormai la normalità è che su 10 coppie che si preparano al matrimonio, 8 o 9 sono conviventi, l’eccezione è diventata la non convivenza. Questo da una parte dice che i corsi devono cambiare: uno che ha fatto una scelta di coppia difforme da quello che dice la Chiesa, e lo ha fatto non per costrizione ma per libera volontà, deve fare un percorso di rientro nella comprensione del percorso di coppia, un catecumenato inteso come percorso di riavvicinamento alla vita cristiana. C’è da capire il battesimo, prima ancora che il matrimonio» 

Ci sono anche molte coppie non sposate che si avvicinano alle parrocchie per chiedere i sacramenti per i figli…«C’è da distinguere le varie situazioni. I conviventi, per accedere ai sacramenti hanno davanti una prospettiva semplice, quella di sposarsi. La vera coppia in sofferenza è quella di chi non si può sposare perché ha un matrimonio alle spalle. Qui il discorso cambia. Qui ci sono dei percorsi da fare. C’è da verificare la possibilità di dichiarazione di nullità per il matrimonio precedente, e qui le cose sono molto cambiate dal passato per quanto riguarda tempi, modi, costi. Laddove non si possa fare, la Chiesa deve essere madre e mettere in campo dei percorsi che consentano a queste persone di tornare a una prassi della vita cristiana, anche sacramentale».

Questo è un tema che suscita grande dibattito. «Bisogna essere precisi», ha concluso monsignor Giulietti, rispondendo a Toscana Oggi. «A questo grande dibattito non corrispondono grandi numeri, coppie che si mostrano interessate a questi tipi di percorsi non sono molte. C’è da chiedersi perché. Ci può essere la coppia che lamenta un disagio perché alla Prima Comunione del figlio non può fare la Comunione, o perché non può fare da madrina al nipote che si cresima, ma poi non va mai alla Messa domenicale. Il problema allora non è l’irregolarità, è risvegliare un desiderio di vita cristiana. Io sono stato parroco, ho avuto qualche volta da discutere per questo tipo di situazioni. Situazioni di sofferenza o di conflitto cui però spesso non corrisponde un reale interesse a partecipare alla vita della comunità ecclesiale. Il discorso è complesso, ha molte sfumature».

 
 
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