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venerdì 13 dicembre 2019
 
 

Beni della mafia, parla don Ciotti

12/01/2012  A 15 anni dalla legge per il riutilizzo sociale delle proprietà dei mafiosi sono tanti i risultati ottenuti. Ma sono ben 3.185 quelli ancora da assegnare. Ecco perché.

Don Ciotti
Don Ciotti

Sono ben 3185 i beni confiscati alla criminalità organizzata ancora da destinare. Un numero enorme. Tra questi molti attendono di essere assegnati da diversi anni, ma la procedura è bloccata da vincoli bancari, ricorsi legali, cavilli burocratici e altri sistemi utilizzati dai mafiosi per evitare che le loro proprietà vengono usate a scopo sociale, come previsto dalla legge, da associazioni, gruppi, enti locali, realtà istituzionali come la protezione civile.

     Libera e il suo fondatore, don Luigi Ciotti, hanno avuto un ruolo fondamentale, 15 anni fa, per arrivare alla legge norma sulla confisca dei beni alla mafia e sul suo riutilizzo sociale: furono raccolte più di un milione di firme, nel 1995. E l’anno successivo il Parlamento varò la legge 109 del 1996, quella che consente ancora oggi di riportare alla legalità quelle proprietà e aziende ottenute con il crimine dai mafiosi.

     «Togliere il frutto dei loro crimini ai mafiosi e restituirlo alla collettività ha un valore enorme», dice don Ciotti. «Non solo perché colpisce la criminalità organizzata nei simboli del suo potere, ma anche perché quelle terre, quei palazzi, quelle case, quei villaggi turistici, quei poderi agricoli vengono liberati, riportati alla legalità, rimessi nelle mani della società civile a cui erano stati sottratti con la violenza e con il crimine. Quindi occorre tenere alta la vigilanza e rendere più efficace la legge. Le criticità sono ancora tante».

– Quali, don Ciotti?

«Ci sono fattori che rallentano o in alcuni casi ostacolano il pieno riutilizzo dei beni confiscati. Ad esempio, ricordiamo che la metà dei 3185 beni ancora da destinare sono gravati da ipoteche bancarie. Il capitale iscritto per le ipoteche supera i 600 milioni di euro (valore riferito a circa il 70% dei beni sotto ipoteca) e gli interessi iscritti superano i 300 milioni di euro. Sono ancora tanti i casi di occupazioni abusive dei beni, anche da parte dei familiari degli stessi mafiosi. Inoltre, le confische per quote indivise necessitano di un procedimento di separazione volontaria o giudiziale. Infine, c’è casistica di incidenti di esecuzione per la risoluzione di pendenze giudiziarie».

– Sul versante della normativa, che cosa non funziona?

«Questi quindici anni ci hanno visti impegnati a difendere a denti stretti i principi della legge n. 109 del 1996 contro diversi tentativi di snaturarla e di vendita incondizionata dei beni confiscati. Io dico che il divieto di vendita non è un dogma, ma deve rimanere un’ipotesi residuale di destinazione, dopo avere cercato tutte le strade possibili di riutilizzo sociale, nel rispetto della volontà di quel milione di cittadini che hanno messo la propria firma nel 1995. Ora è entrato in vigore il nuovo codice antimafia, dal 13 ottobre scorso, che ha introdotto alcuni miglioramenti, ma anche qualche aspetto preoccupante».

– Quale?

«Quello che riguarda i tempi della confisca. Prevede la perdita di efficacia del provvedimento se la Corte d’appello non si pronuncia entro un anno e sei mesi dal deposito del ricorso. Si tratta di tempi troppo ristretti: si rischia di vanificare il lavoro di mesi e anni di investigazioni giudiziarie e difficili indagini finanziarie e patrimoniali.

– C’è stato anche un recente forte taglio, di 10 milioni di euro, dei finanziamenti destinati al Fondo unico giustizia, dove confluiscono le somme di denaro sequestrate alla mafia…

«È un brutto segnale, proccupante. Perché tagliare proprio in un settore tanto delicato e cruciale?  Noi continuiamo a insistere che quel Fondo venga utilizzato per la gestione dei beni confiscati (prevedendo espressamente anche la loro ristrutturazione e riconversione), nonché per il risarcimento delle vittime di mafia e per il finanziamento dei programmi di protezione dei testimoni di giustizia».

– Invece, la nota dolente è il versante delle aziende confiscate alla criminalità. È così?

«Sì. Delle 1480 aziende confiscate dal 1982 ad oggi, circa 500 sono uscite dalla gestione perché chiuse. Altre 900 sono in gestione sospesa per fallimento, per richiesta di cancellazione del registro delle imprese e dall’Anagrafe tributaria, per liquidazione. Soltanto un centinaio di queste aziende sono state vendute o è stata avviata la procedura di vendita. Dieci sono state affittate così come prevede la legge».

– Perché con le aziende la riassegnazione non funziona?

«Dall’analisi di questi dati emerge che molte aziende pervengono nella disponibilità dello Stato ormai prive di reali capacità operative. Sono perlopiù nel settore delle costruzioni, del calcestruzzo, dei trasporti, del comparto turistico-alberghiero, della grande distribuzione, dei servizi e della sanità. Stiamo cercando una soluzione: Libera ha avviato, in collaborazione con Unioncamere e le Camere di commercio, la sperimentazione di un sistema di governance con strumenti e procedure in grado di fornire all’Agenzia nazionale una metodologia utile ad affrontare con efficacia i problemi legati al risanamento e allo sviluppo di un’azienda confiscata. Occorre individuare la migliore destinazione possibile, supportare la direzione e i lavoratori dell’impresa nell’acquisizione delle competenze e delle risorse necessarie ad assicurare la sopravvivenza e la redditività con una gestione orientata a criteri di efficienza. Va promossa l’opportunità di affittare le imprese confiscate a cooperative sociali di giovani, formando nuove professionalità e sviluppando le più innovative forme di imprenditorialità giovanile. Tra l’altro, Unioncamere ha previsto anche la creazione di un Fondo di garanzia nazionale per le cooperative che gestiscono i beni e le imprese confiscate».

Alcuni ragazzi di "Estate liberi" al lavoro sulle terre confiscate alla mafia in Sicilia.
Alcuni ragazzi di "Estate liberi" al lavoro sulle terre confiscate alla mafia in Sicilia.

– La nascita, nel marzo 2010, dell’“Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata” è stato un passo avanti importante?

«L’effettività della confisca non si raggiunge con la sentenza definitiva, né con il decreto di destinazione ma solo con l’effettivo e reale riutilizzo dei beni per le finalità istituzionali e sociali. Sicuramente l’istituzione dell’ Agenzia nazionale, chiesta a gran voce da Libera negli Stati generali dell’antimafia del 2006 e del 2009, costituisce un rafforzamento dell’aggressione ai patrimoni illeciti. Ma deve però essere messa nelle condizioni di funzionare, sia con un adeguato numero di personale sia per le risorse».

– Libera sta lavorando a una legge europea sulla confisca dei beni della mafia. A che punto siamo?

«La nostra azione di proposta prosegue. Siamo convinti che sia necessaria l’adozione di una direttiva europea estesa a tutti i 27 Paesi membri. E anche per quanto riguarda il nostro Paese è importante costruire sane alleanze che vedano protagoniste nella lotta alla mafia le migliori forze economiche e sociali del nostro Paese. Solo così possiamo ottenere quel salto di qualità che tutti ci aspettiamo. Basti pensare alle collaborazioni nate con il Corpo forestale dello Stato, l’Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili, il Consiglio nazionale dei Geometri, le organizzazioni agricole (Acli Terra, Coldiretti, Confederazione italiana agricoltori, Confagricoltura e Copagri)».

– Quindici anni di legge sulla confisca dei beni. Un bilancio?

«Innanzitutto dico che la legalità conviene. Quando nel 1995 Libera propose la grande mobilitazione per sostenere il disegno di legge partiva dalla consapevolezza che la confisca dei beni e il loro riutilizzo per finalità sociali e di sviluppo economico costituiscono la sintesi delle dimensioni che deve avere il contrasto alle mafie. La dimensione investigativo-giudiziaria, la dimensione politico-amministrativa, quella economico-produttiva, quella sociale, culturale ed educativa. Questa sintesi costituisce un’opportunità, e declinata nei territori a forte presenza mafiosa devono vedere insieme, con ruoli e compiti diversi, magistrati, prefetture, enti locali, sindacato e mondo delle professioni, le categorie agricole, università, chiese, scuola, associazioni e cooperazione sociale. Questo è un patrimonio che va rafforzato».

– Sui prodotti terreni sottratti alle mafie è nato il consorzio “Libera Terra”. Quale realtà rappresenta oggi?

«Raggruppa le cooperative concessionarie del marchio. Fino ad oggi ha rappresentato – grazie a Cooperare con Libera Terra, Agenzia per lo sviluppo cooperativo e la legalità – uno strumento a tutela e garanzia dei requisiti base di carattere sociale, tecnico ed organolettico che definiscono il comune denominatore che le cooperative devono rispettare. Le cooperative coltivano circa 2000 ettari di terra con un fatturato complessivo che supera i 5 milioni di euro, dando lavoro a più di 150 occupati regolari, oltre a tutti i lavoratori stagionali. Proprio in questo mese inizieranno le produzioni di mozzarella di bufala nel caseificio di Castelvolturno dedicato alla memoria di don Peppino Diana. E nel corso del 2012 nasceranno altre nuove cooperative, in collaborazione con il Progetto Policoro della Conferenza episcopale italiana fondato da Don Mario Operti: ad esempio, ad Agrigento la cooperativa Le Terre di Rosario Livatino e a Trapani la cooperativa Le Terre di Rita Atria. Infine, voglio ricordare l’iniziativa Estate Liberi, che ha coinvolto più di 4.000 giovani a formarsi e a lavorare sulle terre e sulle strutture confiscate. Quest’anno anche nel Centro-nord Italia.

La villa confiscata al boss dei casalesi Francesco Schiavone, detto "Sandokan".
La villa confiscata al boss dei casalesi Francesco Schiavone, detto "Sandokan".

Da quando è nata la legge “anti-mafia” Rognoni La Torre (1982) sono 11.705 i beni confiscati alla mafia in Italia: 10.225 sono beni immobili e 1480 aziende. Dei beni immobili, secondo i dati aggiornati al 1 novembre 2011, 6600 sono già destinati (anche se non tutti sono ancora utilizzati per le finalità istituzionali e sociali previste), mentre sono 3185 quelli ancora in attesa di destinazione da parte della “Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati” nata due anni fa.

     Questa è la classifica delle proprietà sottratte alla mafia, divise per regione.
Ecco le prime cinque:
           Sicilia         5125 beni
           Campania  1766
           Calabria     1663
           Puglia        1006
           Lombardia   999
           Lazio           517.

     L’11,37% dei beni confiscati si trova nel Nord Italia, il 5,87% al Centro, l’82,77% al Sud.

     La maggior concentrazione è a Palermo, con 1.870 beni confiscati, seguita da Motta Sant’Anastasia (Catanzaro) con 230, Reggio Calabria con 200, Lamezia Terme con 198. Al quinto posto Roma (193) e al sesto Milano (184).

     Riguardo alle realtà che utilizzano i beni confiscati: 4.983 (86,51%) sono stati assegnati a Regioni, Province e Comuni (che nella grande maggioranza dei casi li ha poi concessi in uso ad associazioni, gruppi, volontari); 83 (1,44%) a Ministeri; 655 (11,55%) a istituzioni che si occupano di sicurezza e soccorso (ad esempio la protezione civile).

     Infine, la finalità a cui sono stati destinati i beni *:
          Finalità sociali   1.736   31,0%
          Associazioni   975   17,4%
          Alloggi indigenti   800   14,3%
          Sicurezza e soccorso pubblico   644   11,5%
          Uffici   468   8,4%
          Strutture socio sanitarie   137   2,4%
          Scuole   64   1,1%
          Altro   770   13,8%

*(dati al 31 dicembre 2010. Fonte: Agenzia Nazionale)

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