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mercoledì 08 dicembre 2021
 
Il caso
 

Caso Palamara. Ecco perché è stato espulso dall'associazione magistrati

21/06/2020  Il "Parlamentino" dei giudici espelle il suo ex presidente accusato di corruzione nell'inchiesta di Perugia avviata un anno fa. Lui si lamenta di non essere stato ascoltato, ma l'Anm precisa che...

Con una decisione senza precedenti l’associazione nazionale magistrati ha espulso dall’Anm il suo ex presidente Luca Palamara. Meno di 24 ore dopo la decisione è dovuta intervenire nuovamente la Giunta esecutiva dell’Anm, con una nota durissima, per rispondere alle parole del giudice che lamentava di non essere stato ascoltato per potersi difendere. «Un Giudice dovrebbe essere in grado di leggere lo Statuto di una associazione. Ancora di più quando ne è stato Presidente», si legge nella nota. La Giunta, infatti spiega che lo Statuto non prevede che il Consiglio direttivo centrale dovesse ascoltarlo. Palamara, infatti, secondo le norme dell’Anm, è stato «sentito dai probiviri e in tutta la procedura disciplinare non hai mai preso una posizione in merito agli incontri con consiglieri del Csm, parlamentari e imputati. E, come lui , gli altri incolpati . Le regole si rispettano, anche quando non fanno comodo. Cerca ora di ingannare l’opinione pubblica con una mistificazione dei fatti:  la contestazione riguardava gli incontri notturni all’hotel Champagne e l’interferenza illecita nell’attività consiliare, fatti purtroppo veri, e per questo sanzionati».

Ma vediamo cos’è successo. Gli incontri di cui parla la nota sono quelli tra Palamara, cinque consiglieri del Csm (poi dimessi) e i parlamentari Luca Lotti e Cosimo Ferri. Il gruppo discuteva, in base a quanto emerso di una «strategia diretta non solo a determinare la nomina del procuratore di Roma, ma anche altri procuratori, in particolare quello di Perugia, competente sui colleghi romani». Secondo l’accusa disciplinare del Csm, che risale a un anno fa, Palamara aveva l’interesse personale di assicurare a sé la nomina a procuratore aggiunto a Roma mentre l’incarico di procuratore a Perugia sarebbe dovuto andare a un collega che avrebbe poi dovuto portare avanti un esposto contro l’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e il suo aggiunto Paolo Ielo.

In seguito al coinvolgimento nell’inchiesta di Perugia, dove è accusato di corruzione, il Consiglio superiore della magistratura (l’organo di autogoverno dei giudici) ha sospeso il pm dalle sue funzioni e dallo stipendio in attesa di un giudizio definitivo.

Intanto, mentre il capo dello Stato chiede ai giudici di recuperare credibilità presso i cittadini,  anche l’Associazione nazionale magistrati (una sorta di parlamentino delle toghe), attualmente presieduto da Luca Poniz (nella foto di apertura) ha deciso di espellere il suo ex presidente per «gravi e reiterate violazioni del codice etico dei magistrati».

Il provvedimento, assunto all’unanimità e con una sola astensione, recepisce quasi tutte le richieste del collegio dei probiviri. Sospensione di cinque anni anche a Paolo Criscuoli, l’unico degli ex togati del Csm a partecipare a quell’incontro e a non essersi dimesso. Non luogo a procedere invece per Luigi Spina, Gianluigi Morlini, Antonio Lepre, Corrado Cartoni che hanno scelto la strada delle dimissioni. Per Ferri, che è ora in aspettativa, gli atti sono stati rinviati al collegio dei probiviri.

Palamara, appreso il provvedimento  ha commentato sostenendo che gli «è stato negato il diritto di parola. Nemmeno nell'Inquisizione, non farò il capro espiatorio di un sistema». L’ex presidente dell’Anm ha anche aggiunto che gli stessi giudici che ora lo accusano lo chiamavano per chiedergli aiuto. Il Comitato direttivo centrale dell’Anm, prima ancora della nota della Giunta aveva ribattuto alle «doglianze espresse dai colleghi Paolo Criscuoli e Luca Palamara» sottolineando che «nelle procedure disciplinari non compete al Cdc raccogliere dagli incolpati dichiarazioni o contributi comunque di rilievo istruttorio, poiché lo Statuto rimette solo al collegio dei probiviri la raccolta del materiale probatorio prima di formulare le proprie proposte sanzionatorie». Se il Comitato facesse diversamente no solo violerebbe lo Statuto ma «si troverebbe costretto a ritrasmettere gli atti al collegio dei probiviri affinché rivaluti le proprie conclusioni. A dimostrazione dell’irrazionalità di questa soluzione basterebbe considerare che essa darebbe il via ad una spirale potenzialmente infinita di rinvio tra fase istruttoria e fase decisoria. I colleghi Criscuoli e Palamara non possono d’altronde dolersi di essere stati lesi nei propri diritti. Hanno avuto piena facoltà di essere sentiti dal collegio dei probiviri, che, dopo l’avvio della procedura il 18.6.2019, si è riunito il 16.7.2019, il 22.10.2019, il 17.12.2019 e il 2.3.2020 sempre al fine di raccogliere le loro dichiarazioni e quelle degli altri colleghi incolpati degli stessi fatti, accogliendo le istanze di rinvio da loro reiterate. Criscuoli ha ritenuto di non presentarsi mai e tanto meno di rendere dichiarazioni difensive. Palamara ha reso brevissime dichiarazioni solo il 2.3.2020, depositando una memoria illustrativa delle questioni che ha inteso sottoporre al collegio.  Dunque entrambi hanno potuto esercitare tutte le facoltà riconosciutegli dallo Statuto nell’unica sede a ciò deputata. Dopo di allora non sono insorti fatti nuovi sulla vicenda che li ha visti coinvolti. Il CDC non poteva dunque che pronunciarsi doverosamente appena la sospensione dovuta all’emergenza sanitaria l’ha consentito».

 
 
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