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Cristiani perseguitati, una testimonianza per noi

06/01/2022  Tante situazioni di oppressione testimoniano una vitalità di fede e una freschezza di vita cristiana che hanno molto da dire a noi in Occidente dove spesso manca un orizzonte di speranza oltre le realtà presenti

Cari amici lettori, abbiamo letto in questi giorni di uccisioni, assalti e persecuzioni nei confronti dei cristiani, notizie che abitualmente non salgono agli onori delle cronache dei nostri media. Mi riferisco alla strage alla vigilia di Natale in un villaggio del Myanmar, con 38 persone uccise e poi bruciate, e agli assalti a fedeli e preti in India, e, in coda, il “blocco” dei conti bancari delle Missionarie della Carità, le suore di Madre Teresa di Calcutta, che godono di grande stima tra la popolazione indiana.

Sono situazioni che suggeriscono qualche riflessione, oltre che richiedere le nostre preghiere e il nostro aiuto. Una prima riflessione riguarda il numero dei cristiani perseguitati e discriminati nel mondo, dove persecuzione può significare varie cose (aggressione fisica, emotiva, pressione familiare o tribale, calunnie, attacchi a luoghi di culto, leggi dello Stato che discriminano o impediscono di manifestarsi come cristiani…).

Secondo Open Doors, sono 309 milioni i cristiani perseguitati nel mondo, 4.761 quelli uccisi nell’ultimo anno e 4.277 i cristiani arrestati. Tra i Paesi in cima alla lista per persecuzioni contro i cristiani la Corea del Nord, l’Afghanistan, la Somalia, la Libia e il Pakistan. Due cristiani su 5 sono perseguitati in Asia. Al di là dell’aspetto statistico e politico-sociale, queste situazioni di oppressione testimoniano una vitalità di fede e una freschezza di vita cristiana semplice ma autentica che ha molto da dire anche a noi in Occidente, dove la fede non comporta rischio di vita ma dove spesso manca un orizzonte di speranza che vada oltre le realtà presenti e le difficoltà materiali. Sono tante le testimonianze di fede, spesso silenziose, che vengono da questi contesti dove la fede si vive “a caro prezzo”.

Tutti ricordiamo forse suor Ann Rose Nu Tawng, la religiosa che s’inginocchiò davanti ai soldati dell’esercito del Myanmar perché non sparassero sui manifestanti. Mi ha colpito in particolare il racconto della suora indiana Meena Lalita, riportata da AsiaNews. La religiosa racconta il Natale vissuto da lei e dalle sue consorelle nella semplicità della fede della popolazione tribale Ho, presso la quale vivono e svolgono la loro attività pastorale. «I tribali Ho conducono una vita semplice», ha dichiarato. «Non è molto diversa da quella della grotta della Natività in cui nacque il Principe della Pace».

Suor Meena spiega come ha vissuto il Natale insieme agli Ho: dopo la celebrazione della mezzanotte, i tribali si sono fermati a danzare e a cantare, mentre diversi di loro girano per i villaggi intonando canti natalizi. «È meraviglioso assistere a Dio che vive tra i poveri», ha commentato. In quella zona rurale dell’India, aggiunge la religiosa, «la fede della gente è molto forte: sanno che Gesù è venuto come uno di loro, un povero bambino, in un’umile mangiatoia, in vite fragili, piene di pericolo e insicurezze.

Ma Gesù è venuto per dare vita e speranza, e questo è il nostro Natale tra i tribali Ho». È proprio vero: chi ha una ragione forte per vivere, sa gioire e resistere anche nelle avversità. Forse sta venendo il tempo in cui il continente europeo avrà bisogno di accogliere la forte testimonianza di speranza cristiana da coloro a cui, un tempo, ha portato la fede.

 
 
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