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venerdì 04 dicembre 2020
 
Un prete "pescatore di uomini"
 
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Don Mattia Ferrari: «Siamo tutti fratelli sulla stessa barca»

24/09/2020  Il giovane prete modenese, autore del libro "Pescatori di uomini" (Garzanti), scritto con Nello Scavo, giornalista di Avvenire, si è imbarcato come cappellano sulla nave di Mediterranea che salva in mare i migranti

Quando, nella primavera del 2019, si è imbarcato sulla Mare Jonio come cappellano di Mediterranea Saving Humans, don Mattia Ferrari, modenese, classe 1993, era fresco di ordinazione. Una decisione, la sua, destinata inevitabilmente a suscitare scalpore e anche critiche non sempre benevole. Un giovane prete sulla “nave dei centri sociali”, anche se con la benedizione del vescovo di Modena-Nonantola Erio Castellucci, il suo vescovo. Il primo prete arruolato da una ong per prestare soccorso ai migranti dispersi in mare sulle rotte dalla Libia. Che poi da questa esperienza ha ricavato anche un libro edito da Garzanti, Pescatori di uomini, scritto a due mani con Nello Scavo, giornalista di Avvenire. «La ciurma con cui mi sono imbarcato non è propriamente una parrocchia galleggiante», scrive con ironia il giovane sacerdote che, a distanza di mesi e in piena emergenza pandemica, continua a parlare con entusiasmo di questa novella «barca di Pietro» che ha segnato per sempre il suo cammino. Oggi don Mattia ha 26 anni ed è tornato alla “normalità” come viceparroco della Pieve di San Michele Arcangelo di Nonantola, 16 mila anime nella cittadina famosa per la storica abbazia concattedrale. «Divido la quotidianità del servizio con altri due sacerdoti, inoltre sono assistente diocesano dell’Azione cattolica ragazzi», spiega. L’abbiamo raggiunto ad Aosta, durante il consueto ritiro di settembre insieme ai giovani sacerdoti della diocesi. Il suo stile è semplice e diretto. Don Mattia è ben lontano dai protagonismi, ma Mediterranea è sempre nel suo cuore. «Sono e resto cappellano della ong», dice. «Mediterranea non si esaurisce nelle missioni di soccorso in mare, è una piattaforma che vuole gettare ponti per combattere le ingiustizie e creare solidarietà in mare e in terra, per questo tutti noi ci sentiamo coinvolti e impegnati, anche quando non siamo a bordo». Del resto l’amicizia con i ragazzi dei centri sociali ha avuto un ruolo importante nella sua vita, ancora ai tempi del seminario. «Ho conosciuto alcuni ragazzi legati a due centri sociali di Bologna, Tpo e Labas», racconta, «abbiamo lavorato insieme per prestare aiuto ai migranti, in particolare a un profugo che dormiva in stazione, e da lì è nata la nostra amicizia: per questo non ho esitato quando mi hanno chiesto di diventare il cappellano di Mediterranea: conoscevo la loro generosità e il loro impegno per gli ultimi, tutte cose che ci accomunano nella volontà di costruire un mondo più giusto. E così sono partito».

EVANGELIZZATO DALL'INCONTRO

Nelle pagine del suo libro don Mattia racconta l’emozione di quei diciotto giorni di navigazione nel tratto di mare che divide la Sicilia dalla Libia, fino all’avvistamento di un gommone in avaria con a bordo trenta persone. «Veniamo dall’inferno», sono state le prime parole pronunciate dai naufraghi dopo il salvataggio. Un’esperienza che l’ha segnato, indubbiamente, come la convivenza con persone tra di loro diverse, sia per fede che per provenienza. Musulmani, cattolici, evangelici, agnostici, attivisti dei centri sociali, volontari provenienti da diverse regioni italiane, giornalisti, marinai siciliani. «Non sono io che ho evangelizzato loro, sono loro che hanno evangelizzato me col loro entusiasmo, col loro amore profondo per il prossimo», ama ripetere. E ricorda con commozione che, in quei giorni in mare aperto, tutto l’equipaggio ha voluto partecipare alla Messa della domenica. «Anche gli agnostici e anche i musulmani hanno voluto essere presenti al completo, in segno di amicizia nei miei confronti ma anche per attestare la vicinanza alla Chiesa di papa Francesco, quella Chiesa aperta alle sfide della modernità che mi permette di essere quello che sono, nella quotidianità del mio servizio». Del resto il Vangelo della solidarietà e della fratellanza don Mattia l’ha respirato in parrocchia e prima ancora nella famiglia in cui è cresciuto, a Formigine. Il giovane sacerdote è ancora molto legato ai genitori e alla sorella minore. «Da loro ho imparato molto», riconosce, «soprattutto il significato profondo dell’accoglienza e di una pratica quotidiana del Vangelo. Mamma e papà mi sono sempre stati vicini, non mi hanno fatto mancare il loro consiglio e hanno condiviso le mie scelte». La sua vocazione è maturata nel tempo, prima alle medie e poi durante gli anni del liceo classico. Dopo la maturità, è entrato in seminario a Modena ed è stato ordinato sacerdote nel maggio del 2018. «Un’altra esperienza che mi ha segnato profondamente è stata quella del servizio presso la parrocchia di Cittadella, nella periferia di Modena», continua. «Durante gli anni del seminario la frequentavo il sabato e la domenica, una parrocchia molto vivace, attiva nel volontariato. È proprio qui che mi sono avvicinato ai migranti per la prima volta e sono entrato in contatto con quel mondo».

IL COVID NON CI RENDA PEGGIORI

  

La compassione e l’amore per gli ultimi è stata decisiva nella scelta del sacerdozio. Oggi, in piena pandemia, non si nasconde che la sfida è tutt’altro che vinta. «La situazione è cambiata, le differenze sociali si sono accentuate», ammette. «C’è ancora tanta generosità ma anche segnali di insofferenza che ci inducono a riflettere». Insofferenza anche nei confronti della tragedia dei migranti, mancanza di compassione: «tutti noi abbiamo bisogno di essere convertiti al Vangelo, nessuno escluso». Per questo continua a sentirsi impegnato in prima persona, anche senza salire a bordo di una nave di soccorso. «Con le norme anti-Covid gli equipaggi sono ridotti al minimo, perciò al momento non è prevista la mia presenza nelle prossime missioni di Mediterranea», spiega. «Se in futuro si presenterà un’altra occasione la valuterò insieme ai miei superiori... Del resto sulla solidarietà nessuno vuole mettere il cappello: non importa se l’aiuto viene dalla Caritas o dai centri sociali, dobbiamo capire che siamo un’unica grande famiglia umana». È proprio questo, secondo lui, il monito che ci lascia in eredità questa pandemia. «L’ha detto così bene papa Francesco», conclude. «Questa immane tragedia collettiva può farci rinchiudere in noi stessi e nel nostro egoismo oppure, com’è auspicabile, farci capire che siamo tutti fratelli sulla stessa barca e che nessuno può salvarsi da solo. Quello che è certo è che ognuno di noi ne uscirà, in un modo o nell’altro, diverso da prima».

CHE È DON MATTIA FERRARI. L'IDENTIKIT

Età: 26 anni

Incarico: Prete a Nonantola

Esperienza: Cappellano sulla Mare Jonio

IL LIBRO

Pescatori di uomini

€ 15,00 € 12, 00 -20% Editore: Garzanti Collana: Saggi Pubblicazione:27/02/2020 Pagine:141 Formato:Libro rilegato ISBN: 9788811689508 Disponibile a partire da 4 giorno/i vota, segnala o condividi Il 9 maggio 2019, i volontari sulla Mare Jonio, la nave della piattaforma della società civile Mediterranea, individuano nel tratto di mare tra la Sicilia e la Libia un gommone in avaria con 30 migranti.

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