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sabato 28 maggio 2022
 
L'Editoriale di Credere
 
Credere

La Croce, un segno che non dovrebbe più dividere

23/09/2021  Una recente sentenza della Cassazione sul crocifisso nelle aule esprime un approccio nuovo, segno di tempi nuovi. La croce chiede ai cristiani anzitutto una testimonianza limpida del Vangelo

Cari amici lettori, ha suscitato diverse reazioni e commenti nei giorni passati la sentenza della Corte costituzionale riguardo all’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. Dietro la sentenza c’era la vicenda di un professore di Terni, ateo, che si opponeva alla presenza del crocifisso durante le sue lezioni, suscitando la reazione degli studenti che lo hanno rimesso al suo posto. La sentenza dei giudici, che esprime una idea di laicità che non esclude i simboli religiosi (anche di altre religioni) ma riconosce anche la nostra specifica tradizione culturale, in sostanza prevede che per la decisione se tenere o meno il crocifisso nell’aula (presenza comunque non ritenuta discriminatoria) si instauri un dialogo nella comunità scolastica. È un approccio nuovo, su un tema in passato così divisivo e ideologico. La recente sentenza invita a trovare un accordo rispettoso, senza escludere la presenza di simboli religiosi nella sfera pubblica ma neppure imporli. Ne ha preso atto, positivamente, anche il portavoce della Cei, monsignor Stefano Russo. È senz’altro segno di tempi nuovi nel modo di rapportarsi tra credenti e sfera pubblica: non imposizione o fatti di forza, ma dialogo sereno e accettazione di punti di vista diversi se necessario. Certo, per i cristiani è importante la presenza di simboli di fede come il crocifisso che ricordano ciò in cui si crede. Ma è un discorso da non assolutizzare. Il primo “simbolo” cristiano sono i cristiani stessi, che portano qualcosa di nuovo e di diverso nella massa della società (se sono sale, luce, lievito, secondo le immagini evangeliche). Nella recente visita in Slovacchia, anche papa Francesco ha toccato il tema del crocifisso in pubblico. Riflettendo sul senso della croce, come simbolo di un «Dio ferito d’amore per noi» nell’omelia dell’Esaltazione della croce, il 14 settembre scorso, affermava: «Non riduciamo la croce a un oggetto di devozione, tanto meno a un simbolo politico, a un segno di rilevanza religiosa e sociale». I cristiani sono coloro che contemplando la croce ne fanno una sorgente spirituale che ispira la loro vita, prima di tutto. E non a caso, aggiungeva subito dopo: «Dal contemplare il Crocifisso scaturisce il secondo passo: il testimoniare… Perché la croce non vuol essere una bandiera da innalzare, ma la sorgente pura di un modo nuovo di vivere. Quale? Quello del Vangelo, quello delle Beatitudini. Il testimone che ha la croce nel cuore e non soltanto al collo non vede nessuno come nemico, ma tutti come fratelli e sorelle per cui Gesù ha dato la vita». Sono parole che ci interpellano e ci invitano a un modo evangelico di stare nel mondo e nella società, con la forza non dell’imposizione ma della testimonianza limpida e mite.

 
 
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