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Enzo Decaro: «Dodici anni a "Provaci ancora prof!"»

19/10/2017  «Che rapporto ho con Renzo Ferrero? Bisognerebbe chiedere anche a lui, per vedere se mi sopporta ancora. Io credo che il segreto del successo sia l'autenticità»

In dodici anni, Enzo Decaro è stato sette volte Renzo Ferrero, coprotagonista maschile di Provaci ancora Prof!. In altri panni ci sarebbe di che restare prigionieri, sapendo che il grande pubblico ti riconosce come il principe (tormentatissimamente) consorte di Camilla Baudino, alias Veronica Pivetti. Nei panni di Decaro, invece, no. Perché Enzo Decaro ha un bagaglio che dev’essere ormai pesantissimo a forza di esperienze poliedriche. Ed è sempre in viaggio verso nuovi lidi.

A proposito di bagagli, che cosa non deve mai mancare nella valigia dell’attore Decaro?

«Un po’ di spazio per la ricerca, per essere sempre disponibili a imparare qualcosa. Mai sedersi: anche in uno stesso personaggio dopo tanti anni, la sperimentazione è la cosa più stimolante».

Che rapporto ha col personaggio Renzo Ferrero?

«Bisognerebbe chiedere anche a lui che rapporto ha con me, se mi sopporta ancora. Ma direi che, dovendo lavorare su sentimenti che si fanno via via più complessi, cerchiamo ancora di sorprenderci a vicenda. Per dare un’idea di quanto il tempo influenzi la scrittura dei personaggi, basta notare che la ragazza che fa mia figlia quando abbiamo cominciato parlava appena e ora è una studentessa universitaria nella vita e nella fiction è mamma di una bimba. Vale in misura minore anche per i personaggi adulti che si confrontano con fasi diverse della vita».

A cosa si deve questa fedeltà del pubblico?

«Forse al fatto che c’è autenticità: vera stima, affiatamento, anche affetto, nella relazione tra le persone. Con Veronica (ride) siamo ormai una coppia di fatto. Credo che sia un bene che da un elettrodomestico che passa cose in prevalenza costruite traspaia, tra le righe, qualcosa di autentico».

Regista di cinema e d’opera, attore di Tv, cinema e teatro, insegnante universitario di scrittura creativa. Che cosa rispondeva a chi le chiedeva che cosa volesse fare da grande?

«L’astronauta. Capito con gli anni che non era un’aspirazione delle più concrete, mi sono accontentato di viaggiare tra le dimensioni più abbordabili della comunicazione».

Com’è cominciata?

«Con tre ragazzi napoletani (Decaro, Massimo Troisi, Lello Arena, ndr) curiosi di sperimentare qualcosa di diverso da ciò che veniva loro proposto: la Smorfia è nata per dare voce a un bisogno di discontinuità, lo stesso della generazione cui apparteniamo, che si è scontrata con i padri rispetto a un passato che non prometteva un grande futuro. Parlando con i giovani, vedo che è un ciclo che si ripete, seppure in tempi tecnologicamente cambiati».

Porta a teatro, sperimentando, Totò, Pirandello, Eduardo. Ha recitato di recente con la Loren. Le piace il confronto con i grandi?

«Quando ci si muove nel campo del talento è sempre un’occasione di arricchimento. Sono stato fortunato; come nei grandi attori, come Sophia, la cosa più bella è la persona e ciò che esprime nel recitare; così la grandezza dei classici è nell’essere attuali in ogni epoca. Sto lavorando a una commistione letterario-musicale su Shakespeare: approfondisci e ti accorgi che più diventa alto, più diventa semplice».

Insegna scrittura creativa all’università: che rapporto hanno i ragazzi con la parola scritta, che sta alla base di tutte le sue attività?

«Premesso che sono ragazzi che stanno concludendo gli studi universitari in Comunicazione, direi che di questi tempi convivono due scritture destinate a divaricarsi sempre di più: una che, soprattutto sui social, è un rumore di fondo scritto senza pensiero, l’altra che si coltiva per comunicare davvero. Chiamiamo scrittura entrambe le cose, ma sono profondamente diverse. Ci passa la differenza che passa tra la Serie B e la Champions league».

A proposito di parola, presto porterà a teatro le poesie di Antonio De Curtis, in arte Totò…

«Un lavoro d’archivio in occasione dei 50 anni dalla scomparsa di Totò mi ha dato modo di portare a conoscenza la figura storica di Antonio De Curtis, un uomo di spessore rimasto schiacciato dalla maschera di Totò, ma dotato di una sua poetica».

Parlando di poesia, di recente ha de nito Troisi “poeta”: in quale senso?

«Il grande pubblico pensa a Il postino e al poeta Neruda nell’ultimo film, ma io ho conosciuto Massimo perché scriveva poesie e sono convinto che se è diventato Troisi è stato perché aveva quel suo modo di esprimersi unico, che ha declinato in tutte le cose che ha fatto. Credo che sia per questa intuizione, che a me piace chiamare poetica, per questo afflato, che l’abbiamo ammirato e amato tanto».

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