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giovedì 18 aprile 2024
 
il ritratto
 

Tatarella, il Papa e l'omaggio a Segre. Chi è il presidente del Senato

13/10/2022  La militanza a destra, gli anni del terrorismo, l’omaggio al commissario Calabresi, Ramelli e Fausto e Iaio. Dopo Fini, Ignazio La Russa è l’ex missino che arriva più in alto nelle istituzioni repubblicane: «Cercherò con tutte le mie forze di essere il presidente di tutti». E sulle questioni sociali cita papa Francesco: «Ci ha dato un'indicazione spirituale e morale per cercare di battere la povertà: il lavoro ben remunerato»

Militanza a destra da sempre, dal Fronte della Gioventù, di cui fu uno dei leader, al Movimento Sociale Italiano, da Alleanza Nazionale, nata nel 1995 dopo la svolta di Fiuggi, a Fratelli d’Italia, fondato nel 2012, dopo l’uscita dal Pdl, con Giorgia Meloni e Guido Crosetto.

Ignazio La Russa – eletto al primo scrutinio senza i voti di Forza Italia e con l’apporto di un nutrito drappello di senatori dell’opposizione – è il nuovo presidente del Senato e seconda carica dello stato nella diciannovesima legislatura della Repubblica. Dopo Gianfranco Fini, eletto presidente della Camera nel 2008, è l’ex missino che arriva più in alto nelle istituzioni repubblicane.

«Il mio è un compito di servizio, non devo cercare oggi agli applausi, non devo dire parole roboanti o captare la vostra benevolenza», ha detto nel suo discorso d’insediamento a Palazzo Madama, «lo dovrò fare ogni giorno, le scelte che dovrò fare a volte piaceranno a volte non piaceranno. Non c'è bisogno di parole che suscitano un applauso, ma solo di una sincera promessa: cercherò con tutte le mie forze di essere il presidente di tutti».

Catanese di Paternò, dove è nato il 18 luglio 1947, ma milanese d’adozione, figlioccio politico di Pinuccio Tatarella, che fu convinto fautore della svolta di Fiuggi e che La Russa ha citato nel discorso d’insediamento suscitando applausi scroscianti dall’assemblea di Palazzo Madama, è stato ministro della Difesa nel governo Berlusconi IV e arriva per la prima volta in Parlamento con il Msi nel 1992, quando viene eletto alla Camera dei deputati nel pieno della bufera di Tangentopoli, con le stragi di mafia che uccisero Falcone e Borsellino e il tramonto della Prima Repubblica. Nel ‘96 quando An si unì con Forza Italia nel Pdl diviene vicepresidente della Camera.

«Ho cominciato a far politica appena nato, mio padre faceva politica, aveva le sue idee mai rinnegate», ha detto nel discorso d’insediamento, «io ho iniziato nelle organizzazioni giovanili, nei momenti della contestazione, della violenza, della resistenza al terrorismo. Una frase mi ha sempre ispirato su come comportarmi, una frase di un presidente di estrazione non proprio come la mia: Sandro Pertini. “Nella vita è necessario sapere lottare non solo senza paura, ma anche senza speranza”. E io aggiungo che la lotta serve non solo quando pensi di poter vincere, ma anche quando pensi valga la pena di essere vissuta».

Nel 2008 diventa invece reggente di An dopo l’elezione di Gianfranco Fini a presidente della Camera. Figlio di Antonino La Russa, avvocato e federale di Paternò, poi senatore del Msi, ha respirato politica fin da ragazzo: «Avevo dieci anni quando papà mi fece pronunciare un discorso da un palco, alla vigilia di un’elezione comunale», ricordò una volta.

«Non sarò uomo di parte e di partito», ha detto subito nel suo discorso prendendo l'impegno di «non rimanere abbarbicato a idee immutabili senza tradirle, impegno non solo mio, ma della mia parte politica. Un insegnamento che a livello personale ho preso da mio padre che è stato senatore e che a livello politico ho preso in particolare da un uomo che mi ha insegnato i valori del dialogo e dell'armonia: l'onorevole Pinuccio Tatarella».

Avvocato penalista, patrocinante in Cassazione, La Russa è stato parte civile nei processi contro le Brigate Rosse per gli assassini di Sergio Ramelli, a Milano, e di Miralucci e Mazzola a Padova. Nomi che ha ricordato dallo scranno più alto di Palazzo Madama come emblema delle vittime del terrorismo in Italia: «Di nomi ne potrei fare tanti e dovrei farne tanti, ma quello dell'ispettore Luigi Calabresi (ucciso nel 1972, ndr) credo possa rappresentarli tutti, assieme, per restare nella mia Milano, a tre nomi di ragazzi: un militante di destra, Sergio Ramelli (militante del Fronte della Gioventù morto nel 1975, ndr) che ho conosciuto e di cui sono stato avvocato di parte civile, e due di sinistra, Fausto e Iaio (frequentavano il centro sociale Leoncavallo di Milano e uccisi nel 1978, ndr) i cui assassini non sono mai stati trovati. Mi inchino anche davanti alle loro memorie».

Il neo presidente del Senato Ignazio La Russa omaggia la senatrice a vita Liliana Segre (Ansa)

«I conti con il passato li facemmo a Fiuggi»

  

Prima di parlare, ha omaggiato con un mazzo di rose bianche la senatrice a vita Liliana Segre, presidente di turno dell’assemblea di Palazzo Madama in quanto senatrice più anziana, che in mattinata aveva ricordato nel suo discorso i cento anni della Marcia su Roma (che ricorrono a fine ottobre) e l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali fasciste che impedirono a molti bambini come lei dalla sera alla mattina di andare a scuola: «Ho voluto omaggiare, non proforma ma dal cuore, e portare fiori alla senatrice a vita Segre che ha parlato di tre date alle quali non voglio fuggire: il 25 aprile, il primo maggio e il 2 giugno», ha detto La Russa, «io vorrei aggiungere la data di nascita del Regno d'Italia che prima o poi dovrà assurgere a festa nazionale. Queste date tutte insieme vanno celebrate da tutti perché solo un'Italia coesa e unita è la migliore precondizione per affrontare ogni emergenza e criticità».

Ha ricordato le stragi di mafia del 1992: «Farò certamente tesoro degli insegnamenti e del sacrificio di eroi troppo soli in vita e che nonostante ciò hanno sacrificato le loro esistenze: carabinieri, polizia, politici, magistrati, giornalisti. Bisogna ricordarli nella battaglia per la legalità come hanno insegnato Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino dei quali quest'anno ricorre il 30esimo anniversario del barbaro omicidio». Ha assicurato di non aver preparato nessun discorso per l’insediamento ma ha molto insistito sul senso di unità delle istituzioni: «Sul Senato si discusse se dovesse essere chiamato così o Camera dei senatori, prevalse e me ne rallegro questo nome perché è emblema di ogni senso di unità. Di fronte alle difficoltà c'è la sua identità cioè di un Senato che non è di una parte, della maggioranza o dell'opposizione ma è il Senato della Repubblica italiana cioè di tutti gli italiani», ha detto.

Sulle riforme costituzionali ha detto che non vanno temute ma non si possono cercare scorciatoie o sotterfugi: «Anche in questa legislatura ci si aspetta e si parlerà di riforme. Non dobbiamo favoleggiare il “tutto e subito”, ma soprattutto non bisogna temerle. Bisogna provare a realizzarle insieme. E al Senato può spettare il via alla necessità di aggiornare - non la prima parte che è intangibile - ma quella parte della Costituzione che dia più capacità di dare risposte ai cittadini e di appartenere alla volontà del popolo».

Ha ricordato, il neo presidente, le morti bianche sul lavoro e le vittime della pandemia: «Le morti bianche gridano vergogna soprattuto se a cadere sono giovani tirocinanti», ha detto ricordando anche «i caduti sotto i colpi della pandemia. Non abbasseremo la guardia. Le tante crisi hanno bisogno di miracoli e chi meglio del nostro ingegno può compiere questi miracoli nel quotidiano, penso al Made in Italy che va difeso nelle istituzioni italiane e europeo».

Ha parlato anche del conflitto in corso: «Ai patrioti ucraini va il mio pensiero, così come ai profughi e rifugiati ucraini e che da ogni parte del mondo scappano da quella guerra e dalle guerre che devono essere accolti con onore» e ricordato che «non c'è mai pace senza la giustizia». Poi ha citato papa Francesco: «Grande rispetto per il sommo Pontefice che ci ha dato un'indicazione spirituale e morale per cercare di battere la povertà: il lavoro ben remunerato».

Accusato da sinistra di essere nostalgico del Fascismo, è stato più volte pizzicato in atteggiamenti equivoci come il post che scrisse sul Covid: «Contro il contagio saluto romano». Per poi replicare: «I conti col passato li facemmo già a Fiuggi. A noi fanno sempre le analisi del sangue. In FdI non c’è spazio per i nostalgici».

Sposato con Laura De Cicco, ha tre figli, Geronimo (avuto dalla prima moglie Marika Cattarelli, Lorenzo Cochis e Leonardo Apache. Celebre l’imitazione che fece di lui Fiorello, ribattezzandolo ‘Gnazio e che suscitò un caustico commento di Filippo Ceccarelli su Repubblica: «Nell’immaginazione, più che Mussolini, La Russa rimpiazza semmai De Michelis. Il grande pubblico non sa bene cosa propone, ma ne riconosce immediatamente la faccia, gli occhi azzurri, la barbetta mefistofelica, le smorfie, la voce roca, l’accento siculo-milanese, perfino il curioso nome che, a sua volta, Ignazio-Benito ha affibbiato al suo primogenito: Geronimo. Cosa c’entra più il fascismo? Da “uomo nero” La Russa si è trasfigurato in “uomo in vista”, uomo televisivo di prima serata, vip mondanissimo, beniamino di tante riviste di gossip. In questo perfino l’aspetto tra il saraceno e l’orientale l’aiuta, se è vero che uscendo dal Ketum Bar un romanissimo avventore l’ha apostrofato: “Ahò, a’ bin Laden!”».

 
 
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