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giovedì 24 giugno 2021
 
DIMENTICANZE
 

Il Natale 2020 che nessuno vuole guardare

03/12/2020  Il dibattito sul Natale si concentra sui sacrifici che il virus impone a chi non potrà riunirsi e a chi non potrà tenere aperte le attività, problemi reali. Ma qualcuno pensa anche al Natale delle famiglie delle 57.000 persone che la Covid-19 si è portata via?

Ci siamo quasi e il Natale monopolizza il dibattito pubblico: è, inevitabilmente, l’oggetto dell’ennesimo decreto in arrivo. In quanti si potrà stare a tavola? Ci si potrà spostare? Sarà lecito partire? Riunire pezzi di famiglie disperse? Andare in montagna senza sciare? Raggiungere le seconde case? Un amore lontano? Un genitore solo? Aprire un ristorante? Andare a Messa a mezzanotte o alle 22?

Sono le domande che rimbalzano in queste ore, tutte cruciali a loro modo. Sappiamo che nascondono problemi reali: la paura di ridurre la festa a un collage di solitudini; la preoccupazione per attività economiche congelate mentre si assottigliano i risparmi e magari aumentano i debiti. Pensieri fondati per la sopravvivenza morale, materiale, spirituale.

Eppure nascondono una grande rimozione, in tutto questo dibattere, domandarsi e domandare, sembra che nessuno voglia guardare dove sarebbe bello sperare che guardi il Gesù Bambino che arriva, per chi ci crede: al Natale di chi, attaccato all’ossigeno combatte per vedere la fine dell’Avvento e di chi, specularmente, aspetta a casa la chiamata di uno sconosciuto per sapere come va; al Natale delle persone rimaste attorno agli oltre 57.000 che tra noi se ne sono andati appesi a un ultimo respiro in mani esperte e pietose ma sconosciute oppure a casa loro nell’angoscia di una famiglia in attesa di una diagnosi e di un soccorso che non sono arrivati in tempo. Tante volte, soprattutto nella prima fase, senza neanche il conforto di un rito di passaggio che a chi resta dà almeno, forse, cristianamente o foscolianamente, la consolazione spirituale. Senza contare gli altri, che sfuggono ai numeri già enormi citati, che se ne sono andati per ragioni diverse dalla Covid-19 ma hanno avuto l’assistenza necessaria impedita dal pericolo del contagio, mentre tutto il peso restava affidato alle premure, amorevoli certo, ma inesperte dei loro familiari. Facce estreme opposte della stessa solitudine, superata forse soltanto da chi se n’è andato senza intorno nessuno.

Davanti a questo Natale lacerato come un venerdì Santo, di fronte al quale ogni parola è insufficiente, perché si può solo provare a immaginare senza capire, tutto il dibattito – che neanche lo contempla – suona un po’ stonato. Ma 57mila e passa persone non possono essere ridotte a 57mila fatti privati moltiplicati per il numero dei loro affetti, non possono essere solo la cifra di una statistica su un’infografica a fondo nero, per non dire delle centinaia di medici, infermieri e operatori sanitari che hanno perso la vita per assistere gli altri. Sono parte di noi e nell’abisso del loro dolore, a Natale, forse anche come collettività avremmo il dovere di guardare. Anche se fa paura. E forse allora di fronte a questo il sacrificio di tutti quelli che potranno alzare un telefono o accendere una telecamera, per far sì che grazie a un surrogato la distanza fisica non sia anche spirituale, umana, morale perché almeno possono dirsi: «siamo lontani, ma almeno stiamo tutti bene» uscirà ridimensionato. Non sarà come essere alla stessa tavola ma neppure come sapere di non poterla riunire più, come sta accadendo a troppi.

Un dolore così grande, così comune, ha bisogno di rispetto, di consapevolezza, di condivisione non di rimozione collettiva. Se il Natale ha conservato il suo senso, se crediamo che ci sia un Dio di misericordia che scende in terra lo troveremo lì. Tutto il resto, con tutto il rispetto, viene dopo.

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