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domenica 23 gennaio 2022
 
il parere
 

Disabili, sostegni economici e lavoro: una pessima decisione dell'INPS

29/10/2021  Fa molto discutere il messaggio in cui l'Istituto di previdenza nazionale comunica che l'assegno mensile di invalidità (dal 74 al 99%) pari a 287 euro non verrà più erogato a chi ha una qualsiasi attività lavorativa. La riflessione del direttore del Cisf (Centro internazionale studi famiglia)

(Foto Ansa)

Con il messaggio n .3495 del 14 ottobre 2021 l’INPS ha comunicato che l’assegno mensile di assistenza per persone disabili (con una invalidità importante, dal 74% al 99%), pari a 287 euro mensili,  non potrà più essere erogato se la persona disabile ha una qualsiasi attività lavorativa. Tale comunicazione cancella e impedisce la prassi precedente, che consentiva l’erogazione dell’assegno se il reddito personale era inferiore a 4.931 euro all’anno. Numerose associazioni di tutela delle persone disabili hanno già fatto sentire alta la loro protesta, ma questa scelta merita qui qualche ragionamento in più, senza pretesa di sistematicità.

In primo luogo leggere il testo della circolare fa venire i brividi: in effetti secondo la lettera della legge l’INPS non ha torto, perché più volte anche la Cassazione aveva riaffermato questo criterio. Quindi la legge sarebbe rispettata, in questo caso, ma con una rigidità e una freddezza burocratica che quasi spaventano. Come se dietro questa decisione non ci fossero uomini e donne in carne ed ossa, famiglie che di questi soldi hanno bisogno per migliorare le cure per le persone disabili, e soprattutto persone disabili che, pur con grandi difficoltà personali (ricordiamo, invalidità almeno del 74%!), tentano in tutti i modi di lavorare. In qualche modo l’interpretazione precedente dell’INPS, che erogava comunque l’assegno anche in presenza di piccoli redditi, presentava “una legge dal volto mite”,  una soluzione che cercava di tenere insieme il valore delle risorse pubbliche erogate e insieme il grande sogno dell’integrazione sociale delle persone disabili. La nuova interpretazione dell’INPS (e della Cassazione) dà invece alla legge “un volto di pietra”, indifferente alla realtà, ai progetti, alle fatiche e ai sogni delle persone disabili e delle loro famiglie.

In effetti - seconda riflessione – l’impegno lavorativo di queste persone disabili, più che al suo valore economico, non particolarmente elevato come generazione di reddito (meno di 5.000 euro in un anno), trovava il suo valore più profondo proprio nell’impegno e nello sforzo di voler lavorare, di non voler essere un peso morto per la società, ma invece di percepirsi - ed essere considerato - qualcuno che, per quanto può, vuole lavorare, vuole avere un ruolo attivo nella società. In fondo la nostra stessa Costituzione recita nell’art. 1 che la nostra repubblica è “fondata sul lavoro”. E quale migliore cittadinanza attiva, quale migliore testimonianza di amore al bene comune che l’impegno di una persona disabile a voler lavorare, a voler contribuire, sia pure minimamente, alla propria vita e ai propri bisogni, vincendo i propri limiti e impegnando le proprie capacità, anziché inseguire esclusivamente sostegni economici, assegni assistenziali, aiuti dallo Stato?

Quindi – terza riflessione – purtroppo l’esito principale di questa applicazione restrittiva e burocratica della legge sarà che verranno disincentivate quelle competenze residue di protagonismo attivo che le persone disabili mettono in gioco nel lavoro, perché sarà “più comodo” restare fermi a casa, aspettando questo assegno di 287 euro mensili, anziché lavorare, anche solo per 200 euro al mese, ma con l’orgoglio e l’impegno di essere ancora, in qualche modo, soggetti attivi, protagonisti, sia pure in parte, della propria autonomia, e quindi ancor più cittadini a pieno titolo di questo Paese, proprio attraverso un lavoro vero, retribuito – anche poco, ma con un suo valore economico. Eppure il nostro Paese ha investito moltissimo sull’integrazione sociale delle persone disabili, nella scuola, nel lavoro, nella vita pubblica, al punto da essere in molti aspetti un esempio per tanti altri Paesi europei. Ma questa decisione costituisce un deciso arretramento in questa costante battaglia di civiltà. Si rischia cioè anche qui quella “trappola della povertà” che viene denunciata anche rispetto al reddito di cittadinanza, dove troppo spesso “non conviene” iniziare un’attività lavorativa, perché si perde il sussidio assistenziale. Questo rischio va evitato il più possibile con il reddito di cittadinanza (e speriamo che ci siano interventi correttivi in merito, con la prossima legge di stabilità), ma a maggior ragione va evitato per le persone disabili, dove il lavoro è spesso strumento di mantenimento di competenze fisiche e mentali, oltre che veicolo di integrazione sociale.

Che fare allora? In primo luogo l’INPS potrebbe da subito annullare la circolare e ripristinare la situazione precedente, con una applicazione”mite” delle norme che non contrapponga diritto al lavoro e diritto al sostegno economico. Inoltre, in modo più strutturale, in Parlamento si potrebbe ripercorrere e modificare gli articoli della legge che istituivano l’assegno di assistenza, rendendo compatibile questo strumento con attività lavorative circoscritte e limitate  da parte delle persone disabili. Così avremmo anche un “testo di legge”, e non solo un’interpretazione, che metta insieme cuore, ragione e portafoglio. Perché così sarebbe migliore anche la legge stessa. E sicuramente tutto il Paese.

 
 
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