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L'antifona
 
Credere

Invochiamo Maria, madre dei rifugiati

26/09/2019  Molti monasteri hanno accolto la proposta di fratel MichaelDavide Semeraro di inserire nella liturgia un'antifona mariana per chi emigra dalla propria terra

«Madre dei migranti, prega per loro! Madre di pietà prega per noi». Era l’11 luglio, si era a ridosso dei giorni caldi legati alla nave Sea Watch e alle politiche muscolari dei «porti chiusi». In coincidenza con la memoria liturgica di san Benedetto da Norcia — padre del monachesimo in Occidente e co-patrono d’Europa — oltre 60 monasteri di Clarisse e Carmelitane d’Italia avevano indirizzato una lettera aperta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

La lettera era stata poi pubblicata il 14 luglio sul quotidiano cattolico Avvenire. Nel giro di pochi giorni, alla voce delle claustrali si è aggiunta quella di 273 tra istituti e congregazioni, senza contare le adesioni di singoli religiosi e laici.

Nella lettera inviata alle due alte cariche della Repubblica Italiana le monache esprimevano «preoccupazione per il diffondersi in Italia di sentimenti d’intolleranza, rifiuto e violenta discriminazione nei confronti dei migranti e rifugiati che cercano nelle nostre terre accoglienza e protezione».

Tra le prime realtà ad aderire all’appello delle claustrali, il monastero benedettino maschile della Visitazione di Rhêmes Notre-Dame, in Valle d’Aosta, dove vive fratel MichaelDavide Semeraro, esperto di teologia spirituale e tra gli autori più letti in Italia.

In aggiunta all’adesione, il monaco lanciava una nuova iniziativa: «Come segno di questo nostro partecipare alla sfida dell’accoglienza evangelica vi propongo di inserire anche nella vostra Liturgia monastica l’antifona mariana che vi allego. Pregarla e cantarla nei nostri monasteri potrebbe essere un modo non solo di pregare, ma pure di sensibilizzare quanti partecipano alla nostra liturgia. Un gesto di preghiera per accompagnare il disarmo interiore e l’accoglienza». Da allora sono decine le comunità che hanno accolto la proposta di pregare cantando nella liturgia l’Antifona mariana composta dai monaci di Rhêmes Notre-Dame e messa in musica dalla monaca eremita suor Ginevra Rossi: «Madre appena nata e giovanissima sposa, che fuggi lontano e lasci la tua terra per salvare la Vita». E ancora: «Stella del mare e porto di salvezza, sii luce nella notte e ombra nel meriggio per quanti vagano in cerca di speranza» (il testo completo e la musica si trovano sul sito www.lavisitation.it).

MARIA “PORTO SICURO”

«Abbiamo voluto proporre un piccolo gesto di comunione», spiega fratel MichaelDavide, «ma anche un “gesto sfidante”, nello spirito di quanto papa Francesco ci dice al n. 102 della Gaudete et exultate: a un cristiano “si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli”». La preghiera, fa notare il religioso, solo apparentemente è «neutra; in realtà è come la goccia che scava il sasso, una goccia che può diventare, insieme ad altre gocce, un fiume vivo e impetuoso».

Allora, in attesa che contagi anche le comunità cristiane, come è stata accolta la proposta dell’antifona Mater migrantium all’interno del mondo monastico italiano?

Dal monastero delle Clarisse di Milano, tra le promotrici della lettera a Conte e Mattarella, l’iniziativa è considerata «particolare e significativa» ed è stata subito segnalata ai vari monasteri. «È questo, crediamo, un segno bello di comunione che ci unisce nel servizio della preghiera e della lode, aiutandoci a tenere vigile l’attenzione verso ogni fratello e affidando la vita dei più poveri all’intercessione di Maria». Le Clarisse di Otranto (Lecce) considerano l’antifona «voce corale che si innalza a Dio, invocando l’intercessione di Maria, per coloro che ogni giorno lasciano la loro terra, affrontando disagi e violenze, per cercare Paesi capaci di offrire pace, pane, giustizia, accoglienza».

Tra le voci autorevoli a commento dell’iniziativa mariana, quella della teologa Cristiana Dobner, carmelitana scalza, badessa di Concenedo di Barzio (Lecco), dove nel coro del monastero è presente una croce realizzata con il legno di un barcone sfasciatosi in mare. La religiosa parla di «grido storico», che «si radica in quella storia in cui l’Altissimo si è rivelato e ci ha donato la salvezza. Un grido d’intercessione che scava percorsi inediti; che offre la chiave, incarnata, ma per creare vincoli di fraternità, di soccorso, di vicinanza. Il grido è affidato a Lei, porto sicuro. Chi grida incessantemente sono i monaci e le monache, lo ritengono il loro servizio ecclesiale, il loro spendersi che genera salvezza».

SEGNO DI UN DIO DISARMANTE

  

Da Istanbul, Turchia, fa eco padre Claudio Monge, domenicano, attento osservatore del Medio Oriente. Dalla città sul Bosforo, snodo di tante «rotte» percorse da chi fugge guerre e disperazione, la situazione dei migranti risulta in tutta la sua drammaticità e portata: «È splendido», dice il religioso, «che tramite la preghiera alla Mater migrantium siamo incitati alla lotta contro quel nemico invisibile che è la violenza inaudita che portiamo in noi, scatenandola contro l’altro sconosciuto». E conclude: «Possa Myriam di Nazareth guidarci a questa conversione del cuore, per diventare anche noi, come auspicava il beato Christian de Chergé di Tibhirine, segno disarmante di un Dio che è disarmante».

L NUOVO LIBRO: RUT, LA MIGRANTE

Della Rut che compare nella Bibbia sappiamo a malapena scrivere il nome (con l’acca finale o senza?). Le più preparate fra le catechiste si ricorderanno che è citata nella genealogia di Gesù del Vangelo di Matteo e che era una moabita, ossia «veniva da fuori». Partendo da questo particolare, fratel MichaelDavide Semeraro ha appena dato alle stampe, per San Paolo, un bel volume dal titolo Rut, la migrante. Rileggendo quello che è uno dei testi biblici più brevi di tutta la Scrittura, esplora vita e messaggio di questa donna straniera (oggi sarebbe una badante, scrive Semeraro) che ha ancora molto da dire anche oggi.

(foto in alto: Reuters)

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