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venerdì 01 luglio 2022
 
Stasera su Rai 3
 

"La fabbrica del mondo" di Marco Paolini per raccontare in tv la crisi del nostro pianeta

08/01/2022  Va in onda, stasera alle 21,45 su Rai 3, il primo di tre episodi intitolato "Pipistrelli e virus" in cui il drammaturgo Marco Paolini, con l'aiuto dello scienziato-filosofo Telmo Pievani, spiega i guasti ambientali creati dall'uomo e la necessità di una "manutenzione" del pianeta che coinvolga ognuno di noi

Ritratto di Marco Paolini (foto di Gianluca Moretto)
Ritratto di Marco Paolini (foto di Gianluca Moretto)

Una grande fabbrica, stratificata piano per piano, generazione su generazione, che oramai edifica se stessa senza più tener conto di quanto gravi sull’ambiente, di quanto sia insopportabilmente onnivora, follemente lanciata verso l’autodistruzione, come una “torre di Babele”. A meno che non accada che ci si fermi a riflettere, tutti assieme, ciascuno mettendo il proprio, e si provi a cambiare strada, scartando la via della paura e dell’inazione, per immaginare con creatività quale pianeta consegnare ai figli.  

La Fabbrica del Mondo, ambientata poco casualmente in una grande manifattura “simbolo” a Valdagno, la Marzotto, nel Vicentino, metafora del mondo industriale  moderno, è il nuovo, spiazzante lavoro di quel produttore di teatro dal pensiero vasto che è Marco Paolini: una serie originale in tre puntate, in onda da stasera, 8 gennaio, alle 21,45 su Rai3, ideata e condotta assieme allo scienziato Telmo Pievani, prodotta dalla Jolefilm, sul tema complesso della crisi ambientale e della transizione ecologica. (Il primo episodio si intitola “Pipistrelli & Virus” e vedrà intervenire la biologa Rachel Carson, Daniele Zovi, saggista ed ex-generale del Corpo Forestale dello Stato, la scienziata americana Naomi Oreskes e il giornalista David Quammen, autore di Spillover).

   «Il mio teatro », dice il drammaturgo, «non ha mai lanciato messaggi ecologici espliciti, si è sempre occupato d’altro. Durante la pandemia ho iniziato però a interessarmi di tutto ciò». Da qui l’idea di questo lavoro teatrale sulla sfida principale del nostro tempo: come aggiustare il nostro pianeta, dove ormai il peso di ciò che l’uomo nel tempo ha costruito ha superato quello della biomassa totale. Alla narrazione teatrale, Paolini mette assieme la divulgazione scientifica, grazie agli interventi di Pievani, il racconto cinematografico, le interviste con voci autorevoli, ma spesso sconosciute ai più, di scienziati, economisti, scrittori, che denunciano, in modi diversi, il disastro climatico.

   Perché questo titolo? «Parte da una mia convinzione: chiamare il pianeta come “casa” è improprio, dal momento che noi sulla Terra non siamo solo abitanti. Ciò che facciamo assomiglia molto di più al lavoro in un’immensa fabbrica,  visto che siamo la specie vivente che di gran lunga ha inciso di più sulla trasformazione del pianeta», spiega l’autore. «Intendiamoci: anche i vermi modificano l’ambiente. Per non parlare dei batteri che hanno reso respirabile l’aria sulla Terra producendo ossigeno come scarto un miliardo e mezzo d’anni fa». Ma ormai da tempo le nostra attività non sono più “circolari”, non danno, cioè,  più il tempo alle altre specie di adattarvisi. «Non c’è un batterio che ha ancora digerito la plastica. E non è ipotizzabile che nasca in tempi storici brevi», riflette Paolini.

   Questo fa piazza pulita anche della vecchia distinzione tra “naturale” e “artificiale”: «l’incontaminato  - afferma - è un mito che non regge più all’evidenza dei fatti». Ma soprattutto a non bastare più sono le soluzioni pensate finora per rispondere all’emergenza ambientale. «Di crisi energetiche gravi, carestie devastanti o enormi migrazioni, l’Europa ne ha viste più d’una: alla fine del 1600, ad esempio, l’industria dei cantieri navali aveva quasi disboscato l’intero continente. Per dire, cioè, che non tutti i problemi ambientali sono nuovi. Ma noi tendiamo sempre ad affrontarli come la fosse la prima volta, senza imparare nulla dalla storia e questo ci toglie un po’ di fiducia nelle soluzioni», osserva Paolini. Lo stesso vale per le epidemie: quante hanno  attraversato il nostro continente europeo? L’unica differenza è che se in passato le cause erano indipendenti dall’uomo, oggi sono legate al suo operato.

   Si può ragionare su tutto ciò, cercare rimedi, senza evocare solo la paura di un futuro distopico? Questo  vuole essere il messaggio della Fabbrica del Mondo: «Vorrei che quest’opera fosse un virus buono, capace di diffondere, al di là della paura delle catastrofi, la voglia di mettersi assieme per pensare come uscirne, come comunità e non come individui, perché da soli non ce la faremo mai», dice ancora Paolini che usa un’altra metafora: «Dovremmo ragionare davanti al nuovo incidente come chi guida le ambulanze, che sa bene come agire perché lo ha fatto tante altre volte, non come chi passa per caso e si fa prendere dal panico». Che non significa, però, delegare la soluzione ai soliti professionisti e specialisti in materia, spiega il drammaturgo bellunese, ma agire “come specie umana”, che  ha già conosciuto tempi difficili, guerre e crisi pesanti. «Sappiamo che dovremo affrontare un lockdown climatico a breve?», si chiede Paolini: «Ebbene cominciamo a prepararci, ma non pensando in proprio, “magari usando il superbonus per ristrutturare la nostra casa”, bensì ragionando in comunità, ad iniziare dalla nostra città, dal nostro territorio. «La transizione ecologica richiede che ci mettiamo tutti in gioco, come diceva Alexander Langer, attraverso una “conversione ecologica”: un atto di fede, perché dovremo investire sui nostri figli, cioè su qualcosa che va oltre la nostra vita; perché mette davanti al nostro egocentrismo, alle vecchie categorie e corporativismi, il “noi”».

   A darci una mano, a vincere il fatalismo, per ventura, c’è qualcuno che è pronto a sporcarsi le mani. Nella “Fabbrica” è la figura di Noè, “uno che ha passato quota cento diverse volte, il più vecchio lavoratore del pianeta che l’ha già salvato una volta”, e che esegue sempre il compito affidatogli. Mugugna  un po’ perché il “Principale” di allora gli aveva dato più tempo. Ora, invece, ce l’ha contato. Ma non per questo si tira indietro. Paolini, il suo, di lavoro, l’ha fatto ancora una volta. Eccome.

(Nella foto di copertina di Gianluca Moretto: Marco Paolini e Telmo Pievani)

 
 
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