Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
sabato 13 aprile 2024
 
il commento
 

«La sentenza sul sisma dell’Aquila è un oltraggio alle vittime e al dolore dei familiari»

15/10/2022  «Assurda e immorale», la definisce don Daniele Pinton, il sacerdote che segue i parenti delle persone che persero la vita nel terremoto del 2009, «tutti ci dicevano di stare tranquilli. La visita del Papa ad agosto? È stata una carezza per queste persone e tutti noi»

Il cappellano dei familiari delle vittime don Daniele Pinton
Il cappellano dei familiari delle vittime don Daniele Pinton

«Lo stato d’animo dei familiari delle vittime è di grande amarezza per una sentenza che ritengono, e io sono d’accordo con loro, non solo incomprensibile ma anche immorale perché è un oltraggio alla memoria di chi è morto e al dolore di chi è rimasto».

Don Daniele Pinton è l’assistente spirituale dei familiari delle vittime del terremoto che la notte tra il 5 e 6 aprile 2009 a L’Aquila provocò 309 morti, oltre 1.600 feriti e più di 10 miliardi di euro di danni. Secondo la sentenza del 9 ottobre scorso, firmata dal giudice Monica Croci del Tribunale civile dell'Aquila, alcune delle vittime del sisma furono imprudenti a non uscire di casa dopo la seconda scossa in meno di due ore, quella di magnitudo 3,5 che precedette di qualche ora l'evento sismico disastroso delle 3.32 di magnitudo 6,3. Secondo i giudici, fu «una condotta incauta trattenersi a dormire» e, quindi, c'è «un concorso di colpa» per le persone morte nel crollo dell'edificio di via Campo di Fossa.

Una sentenza choc che ha suscitato polemiche in tutta Italia, arrivata al termine del procedimento avviato dai familiari dei ragazzi morti nel crollo: avevano citato in giudizio i ministeri dell'Interno e delle Infrastrutture, il Comune dell'Aquila e gli eredi del costruttore, ma il Tribunale ha riconosciuto una corresponsabilità delle vittime del 30%, misura di cui verrà decurtato il risarcimento danni stabilito.

«Io stesso», racconta Pinton, «dopo la scossa dell’una di notte rimasi a dormire perché in quei giorni le scosse si susseguivano ripetutamente e la Protezione Civile ci aveva rassicurato di stare tranquilli perché erano movimenti che “liberavano” energia. Quando arrivò la scossa delle 3.32 la mia casa crollò quasi tutta, tranne fortunatamente la stanza in cui dormivo, e a causa delle macerie che ostruivano le uscite rimasi bloccato dentro fino alle 6 del mattino quando arrivarono alcuni ragazzi a tirarmi fuori. Peraltro, i soccorsi nel centro storico erano molto più difficoltosi che altrove. Quei ragazzi giudicati “colpevoli” di essere morti avevano avuto, come tutti noi, la rassicurazione di stare tranquilli e gli avevano anche detto che l’edificio dove alloggiavano era stabile e sicuro e invece è imploso su sé stesso uccidendoli tutti. Se il criterio del Tribunale per salvarsi era quello di lasciare casa e andarsene, cosa dovevamo fare tutti noi aquilani? Spostare un’intera città di settantamila abitanti in un altro posto? È assurdo».

Il palazzo di via Campo di Fossa, 6 aveva sei piani, ventiquattro appartamenti, due scale, un terrazzo. Sotto le macerie morirono ventisei persone, molte delle quali studenti universitari. «Alcuni familiari li ho sentiti nei giorni scorsi, sono distrutti e hanno preferito chiudersi nel silenzio, altri, giustamente, hanno protestato ma questa sentenza, per tutti, è sale sulle loro ferite», dice il sacerdote che è anche preside dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, parroco di due comunità del centro storico dell’Aquila, assistente degli Scout e giornalista, «non tutte le famiglie si sono costituite parte civile perché hanno rinunciato a combattere in tribunale. Quelle che lo hanno fatto non meritavano questo oltraggio. Il problema per le famiglie non è certamente l’entità economica del risarcimento decurtata del 30% ma il fatto che un Tribunale della Repubblica Italiana affermi che siccome i loro figli sono rimasti a dormire in piena notte, dopo giorni e giorni di scosse, quei ragazzi sono colpevoli di essere morti».

Per don Daniele ora sarà più dura per queste persone fidarsi delle istituzioni: «Non è giusto», precisa, «fare di tutta l’erba un fascio perché in questi anni lo Stato, attraverso le istituzioni locali e nazionali, ci è sempre rimasto vicino aiutandoci nella ricostruzione ma alcuni pezzi dello Stato, come dimostra questa sentenza, infondono sfiducia e rassegnazione nei cittadini. È come se le famiglie delle vittime fossero state derise. Sono passati tredici anni dai fatti e quindi molti non conoscono il clima che si viveva in quei giorni dove tutti, mentre si susseguivano le scosse, ci dicevano di stare tranquilli. Non avremmo dovuto fidarci delle istituzioni? E cosa dovevamo fare?».

Papa Francesco sul sagrato del Duomo de L'Aquila il 28 agosto scorso durante l'incontro con i familiari delle vittime del terremoto (Ansa)

Nella Chiesa del Suffragio in piazza del Duomo, danneggiata pesantemente con il crollo della cupola, ricostruita grazie anche al contributo della Francia che ha donato 3 milioni di euro e riaperta al culto nel 2018, si trova ora la Cappella della memoria per ricordare le vittime del terremoto.

Ogni 6 del mese don Daniele Pintor celebra una Messa di suffragio e incontra i familiari delle vittime: «Io, assieme ai miei collaboratori, seguo i familiari di circa un centinaio di vittime», racconta, «all’incontro con papa Francesco, in visita a L’Aquila il 28 agosto scorso per la Perdonanza Celestiniana, erano circa quattrocento e per loro è stata una profonda consolazione ricevere la carezza del Pontefice. Bergoglio ha elogiato la costruzione della Cappella della Memoria e la dignità con la quale queste persone hanno vissuto la morte dei loro familiari. Tutta la città ha visto nella visita del Papa un atto d’amore e un invito alla speranza».

I legali dei familiari hanno annunciato che faranno appello contro la sentenza e sono consapevoli del fatto che si troveranno contro lo Stato: dalla carte è emerso, infatti, che la richiesta del concorso di colpa era contenuta nella memoria di costituzione presentata, nell'ambito del processo sui risarcimenti danni, dall'Avvocatura regionale in rappresentanza dell'allora ministero per le Infrastrutture e del ministero dell'Interno. Duro il commento dell'avvocato Maria Grazia Piccinini, mamma di una delle vittime del sisma, Ilaria Rambaldi, studentessa di Lanciano: «Ci sono tanti elementi», ha detto, «che raccoglieremo nell'appello: mi viene in mente come possa esistere un concorso di colpa per le vittime in assenza di un precetto, nessuno aveva messo sull'avviso le persone, nessuno aveva detto “uscite di casa”, quindi dove sta il comportamento incauto? Anzi, non solo non c'è stato un precetto, ma c'è stata una rassicurazione con l'allora vice capo della protezione civile nazionale, Bernardo De Bernardinis, condannato in via definitiva per aver lanciato messaggi rassicuranti, invitando tutti a convivere con la situazione e a tranquillizzarsi con un bicchiere di vino rosso».

Il riferimento è al processo seguito alla maxi inchiesta sui crolli, che ha portato alla condanna in primo grado a sette anni dei sei scienziati componenti la Commissione Grandi rischi per aver sottovalutato il rischio sismico: personaggi assolti tutti in appello, a differenza di De Bernardinis, la cui condanna è stata confermata dalla Cassazione nel 2015.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo