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martedì 07 dicembre 2021
 
Brasile
 

Lula in carcere, l'amara fine di un leader che ha combattuto la povertà

06/04/2018  L'ex presidente, 77 anni, deve scontare una condanna a 12 anni di detenzione per corruzione e riciclaggio nell'ambito di una maxi-inchiesta su un sistema di tangenti che ha coinvolto un gran numero di politici. Ora non potrà presentarsi alle presidenziali del 7 ottobre, per le quali era il candidato favorito.

(Foto Reuters: sopra, un manifestante a favore di Lula. In copertina: l'ex presidente durante un discorso ai suoi sostenitori)

Il giudice Sergio Moro ha emesso il mandato di arresto: entro le ore 17 di oggi 6 aprile (le 22 in Italia), l'ex presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva deve costituirsi alla polizia federale per essere arrestato. Un momento nero per la storia istituzionale del Brasile: prima l'impeachment e la successiva destituzione definitiva di Dilma Rousseff nel 2016 (sospettata di illeciti fiscali che lei ha sempre negato), ora la prigione per il 77enne ex presidente

Con una maggioranza risicatissima (6 voti contro 5) il Tribunale supremo federale ha respinto la richiesta di libertà avanzata da Lula, spianando la strada alla giustizia brasiliana per mettere dietro le sbarre Lula, condannato a 12 anni per corruzione e riciclaggio. Nel 2016 l'ex capo di Stato è stato coinvolto nell'Operação Lava-jato (Operazione autolavaggio) - la "Mani pulite" in chiave brasiliana - con l'accusa di aver ricevuto tangenti dalla compagnia petrolifera statale Petrobras e favori da altre imprese.

Le porte aperte del carcere segnano l'amara, tragica conclusione di una mirabolante parabola: quella dell'ex operaio-sindacalista di origini umilissime, uscito dalla povertà del Nordest, per diventare il 35° presidente del Paese più grande e popoloso dell'America latina. Esponente del Partito dei lavoratori (Pt), formazione di sinistra e progressista che lui stesso contribuì a fondare nel 1980, nell'epoca della dittatura militare, Lula è stato eletto presidente per la prima volta nel 2002, per essere riconfermato per un secondo mandato nel 2006.

Otto anni di leadership, nei quali il Brasile ha vissuto il cosiddetto miracolo economico, grazie alle riforme socio-economiche progressiste promosse da Lula, tanto amate dagli strati più bassi della popolazione quanto contestate dai conservatori e dall'elité dei grandi imprenditori e proprietari terrieri. Programmi di sussidi pubblici (vincolati a determinate condizioni) come la "Borsa famiglia" e il progetto "Fame zero", hanno permesso a milioni di brasiliani di uscire dall'indigenza, hanno promosso l'istruzione obbligatoria e sostenuto la formazione di una popolosa classe media, in un Paese storicamente solcato da drammatiche disuguaglianze sociali. In quel decennio il Brasile è diventato un'economia forte, dinamica, il colosso dell'America latina: Lula ha concluso il suo secondo mandato da grande leader, con oltre l'80% dei consensi.

Il miracolo economico, tuttavia, dopo l'era Lula si è avviato alla conclusione e, nel periodo della presidenza Rousseff, il Paese è entrato in un periodo di recessione. La crescita poderosa è rallentata, la disoccupazione ha ricominciato gradualmente a salire, ha toccato il numero record di 14,2 milioni di brasiliani senza lavoro un anno fa (13,7% nel primo trimestre del 2017) e ora si è attestato intorno al 12%.  Le proteste di piazza a ridosso dei Mondiali di calcio del 2014 hanno portato a galla e messo in evidenza il malcontento e la delusione della popolazione, a partire dal ceto medio, di fronte al drammatico contrasto fra le abnormi spese per i grandi lavori per l'evento sportivo (che non ha portato benefici economici) e i problemi della vita quotidiana rimasti irrisolti, dal malfunzionamento dei trasporti pubblici alle carenze del sistema sanitario e di quello scolastico.

Dal 31 agosto 2016, dopo la destituzione della Rousseff, la presidenza è stata assunta dal suo vice, Michel Temer, esponente del Partito del movimento democratico brasiliano, formazione della destra liberale, che ha subito impresso una svolta decisamente conservatrice alla politica del Paese puntando su riforme economiche liberiste. Ma nemmeno Temer è esente dalle accuse di corruzione: dopo una prima incriminazione - dalla quale è satto poi proscolto dalla Camera dei deputati - per corruzione passiva, a settembre del 2017 gli è arrivata una seconda incriminazione nell'ambito dell'Operazione Lava-jato - che fra l'altro ha coinvolto una cinquantina di politici - e stavolta per lui l'accusa è di associazione a delinquere e ostruzione alle indagini. In questa situazione di terremoto istituzionale, con un intero sistema politico invischiato in casi di corruzione, naturale che fra i cittadini la disillusione sia ormai il sentimento dominante.   

Lula, dal canto suo, ha sempre respinto con forza le accuse di corruzione e ha denunciato una strategia golpista nei suoi confronti, la stessa che due anni fa avrebbe portato all'impeachment della Rousseff. L'ex presidente, in effetti, gode ancora di grande popolarità nel Paese (anche se non più ai livelli del 2011): i programmi socio-economici attuati durante i suoi due mandati sono rimasti impressi come traguardi straordinari nella lotta alla povertà e all'analfabetismo, tanto che lo scorso marzo l'attivista per i diritti umani argentino Adolfo Pérez Esquivel, Nobel per la pace nel 1980, ha proposto Lula come candidato al premio 2018.

In un periodo di sbandamento della politica e di crisi economica, molti brasiliani vedono in Lula l'unico leader capace di riportare il Paese sulla giusta strada, il candidato favorito alla presidenza alle elezioni di ottobre. «Non avrebbero fatto un golpe per poi lasciarmi essere candidato», ha detto Lula ai collaboratori del Pt. Il carcere affossa la sua corsa presidenziale. Rifiutando la sua richiesta di restare in libertà per un ulteriore ricorso giudiziario e per preparare la campagna elettorale, la giustizia brasiliana lo taglia fuori dalla competizione. Con Lula fuori gioco, il Brasile si avvia verso il voto del 7 ottobre nel caos e nella totale sfiducia dei cittadini.  

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