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martedì 28 giugno 2022
 
Scienziata e credente
 
Credere

Maria Elena Bottazzi: un vaccino per tutti

24/02/2022  Ha realizzato il primo vaccino anti Covid libero da brevetto e replicabile a prezzi accessibili: «Penso al bene comune, non al profitto. È quanto ci chiede il Papa»

Il vaccino che centinaia di milioni di persone stavano aspettando ora c’è. Si chiama Corbevax, è senza brevetto e costa circa dieci volte meno rispetto alla media dei vaccini per il Coronavirus ora in commercio. L’ha realizzato un’équipe del Texas Children’s Hospital and Baylor College of Medicine di Houston in collaborazione con un’azienda indiana. Il merito è di una ricercatrice honduregna di origini italiane: Maria Elena Bottazzi Rovida; per tale iniziativa rivoluzionaria, Bottazzi è candidata al Nobel per la pace. Ma quello che pochi media hanno sin qui messo in risalto è che la Bottazzi è cattolica e sposa con convinzione i vibranti appelli di papa Francesco per una distribuzione equa e tempestiva dei vaccini contro il Covid-19 in tutto il mondo. L’abbiamo raggiunta via Skype nel suo studio negli Usa. Così si racconta a Credere.

Dottoressa Bottazzi, com'è approdata alla ricerca?

Attratta dal capire come risolvere con la tecnologia i problemi dei Paesi poveri, ho scelto Microbiologia, perché incrocia il tema della salute pubblica, la questione delle epidemie e via dicendo. In particolare, mi sono concentrata sull’uso delle tecnologie “decolonizzate”

Che cosa significa?

«Il nostro centro di sviluppo dei vaccini relativi alle malattie tropicali, cosiddette “trascurate”, ha alle spalle ormai vent’anni di lavoro. Per questo genere di medicine non esistono incentivi economici, anzi: sono considerate poco interessanti perché non danno profitti, in quanto ne beneficiano solo i poveri. Sono quindi vaccini che si possono sviluppare solo con le sovvenzioni dei governi. Il punto però è che la gente che soffre di questi mali (ad esempio parassiti intestinali) vive sempre in una situazione precaria e non può lavorare. Un vaccino per combattere queste malattie significa anche rompere il ciclo della povertà».

Che cosa ha di speciale il vaccino che avete inventato?

Noi cerchiamo di mettere in moto processi di produzione dei farmaci che siano replicabili ovunque. Esiste una rete che unisce i produttori di vaccini di Paesi a medio o basso reddito. Per rendere possibile il loro lavoro, non brevettiamo le nostre scoperte e realizziamo pubblicazioni scientifiche aperte, in modo tale che non solo gli scienziati, ma anche gli stessi produttori possano conoscere i nostri programmi».

Perché?

«Se per ipotesi oggi venissero eliminati i brevetti dei vaccini di Pfizer, Moderna o altri, bisognerebbe comunque costruire nuovi impianti di produzione, servirebbe formare personale ad hoc, in quanto siamo in presenza di tecnologie intellettualmente protette. In futuro questa potrà essere una buona soluzione, ma ora ci troviamo in un’emergenza. Per questo abbiamo preferito puntare sui produttori in Paesi poveri, cominciando con quelli indiani. Ora stiamo replicando tutto ciò con il Bangladesh, l’Indonesia e l’Africa. Ma non basta trasferire la tecnologia, occorre che sia economicamente interessante per i Paesi poveri produrre i vaccini, quindi occorre incentivarli economicamente. C’è poi un altro tema…».

Quale?

«Stiamo osservando che le persone che hanno ricevuto vaccini basati su virus inattivati (come Sinovac o Sinopharm) non sono protette molto bene contro le varianti del virus. Per questa ragione è urgente vaccinare le persone dove i vaccini non sono mai arrivati, ma anche fare booster (ossia rinforzi) nelle regioni dove i vaccini non stanno funzionando come vorremmo. L’aspetto interessante di questo nuovo vaccino è che garantisce un livello di sicurezza alto, quindi la gente l’accetterà forse maggiormente perché basato su tecnologie che già si usano in altri ambiti».

Evitando di brevettare la vostra scoperta, avete rinunciato a molti soldi. Come vi sostenete economicamente?

I fondi per la ricerca li abbiamo ottenuti grazie al canale della filantropia. Dall’inizio della pandemia siamo stati molto fortunati di ricevere donazioni da molte fondazioni, statunitensi e non. Il nostro vaccino, così, porta un po’ il cuore di tutto il mondo

Come funziona Corbevax?

Si basa sul processo della fermentazione proteica (lo stesso utilizzato per il vaccino contro l’epatite B o la pertosse). Il grande vantaggio è che le autorità di regolamentazione sono perfettamente a conoscenza dei processi di produzione che si usano in questi casi e hanno già esperienza clinica. Anche le famiglie sanno che questi vaccini sono già stati somministrati anche ai loro bambini piccoli. Idem per i produttori: stesse cellule di lievito, stessa formulazione, stessi macchinari necessari

A che punto siamo della sperimentazione?

Corbevax ha già superato tre fasi di test clinici che hanno coinvolto più di 3.000 persone e ha dimostrato un’efficacia del 90% contro il ceppo originale di Wuhan e dell’80% contro le varianti Delta e Beta. Per quanto concerne Omicron, stiamo finendo di fare le analisi, ma pensiamo che non sarà molto diverso rispetto agli altri vaccini, specificamente quelli a base di mRNA (Moderna e Pfizer), perché abbiamo un’efficacia alta nella neutralizzazione del virus. Va detto, però, che molto probabilmente a breve Omicron sparirà e può essere che arrivi qualcos’altro. Nessun vaccino è perfetto al 100%, tuttavia produce grandi benefici. Pertanto, se continueremo ad avere zone del mondo non vaccinate, è probabile che sorgano nuove varianti, che poi hanno inevitabilmente un impatto anche sui Paesi ricchi. Ecco perché è importante aiutare i Paesi poveri a produrre e distribuire i vaccini

Lei sta dicendo che aiutare i Paesi poveri conviene anche ai ricchi. Perché è così difficile far passare questo concetto?

Il guaio è che cerchiamo sempre di risolvere i problemi in maniera individuale, non pensando al bene comune e così i poveri vengono trascurati. I nostri leader politici spesso agiscono in chiave nazionalista. Per lo stesso criterio sono stati dati enormi incentivi alle multinazionali, perché in tal modo i Paesi occidentali arrivassero per primi a usufruire dei vaccini

Siamo quindi ancora lontani dal poterci pensare fuori dalla pandemia?

Il programma internazionale Covax, sostenuto dall’Onu, che ha come obiettivo l’accesso equo ai vaccini anti-Covid aveva promesso di offrire dosi al 20% della popolazione. Troppo poco! Bisogna vaccinare l’80-90% della popolazione mondiale. Per arrivare a questo primo traguardo Covax ci ha messo molto tempo, di conseguenza occorre accelerare e diventare un po’ più flessibili: i finanziamenti non possono più essere dati principalmente alle multinazionali solo perché operano più velocemente dei produttori dei Paesi poveri. A Houston seguiamo le stesse procedure delle multinazionali, ma ovviamente possiamo contare su una disponibilità economica diversa. Per arrivare a Corbevax i processi hanno richiesto un po’ più di tempo, tuttavia ci siamo riusciti

Da cattolica come vorrebbe che cambiassero le cose nel rapporto tra medicina e mercato?

Grazie a Dio lavoro in istituzioni che hanno la mia stessa ispirazione, secondo cui la salute, come l’educazione, è un diritto di tutti. Io sono profondamente convinta, alla luce della mia esperienza, che solo su queste due basi si può vincere la “trappola della povertà”. Nei nostri laboratori apriamo le porte a chiunque voglia venire a imparare e ci lavorano persone di differenti religioni; il nostro obiettivo è morale, a servizio della comunità mondiale. Per questo facciamo in modo che le nostre conoscenze siano utili localmente e lavoriamo conoscendo le necessità della gente, specialmente dei poveri

Oggi c’è molta diffidenza sulla fede nell’opinione pubblica occidentale, mentre la scienza viene esaltata. Lei che ne pensa?

Ho avuto la grande opportunità di crescere in una famiglia cattolica. Sia i miei nonni sia i miei genitori mi hanno educata in tal senso. Da piccola ho letto la vita di san Luca, il santo medico, e mi ha affascinato perché spiegava come si può fare il bene assicurando la salute delle persone; ebbene – coincidenza provvidenziale – il Texas Children’s Hospital and Baylor College of Medicine ha un accordo e con il Baylor Saint Luke’s Medical Center. Personalmente non ho mai sperimentato uno scontro tra fede e scienza, quanto piuttosto la possibilità di un equilibrio tra le due. La fede genera ottimismo, apre la porta a soluzioni che magari non si vedono e questo è molto prezioso, anche in campo scientifico. Nelle mie giornate, andare in chiesa è un modo per entrare in contatto con Dio: non solo ascoltando il suo messaggio nella Sacra Scrittura, ma anche gustando l’incenso, la musica oppure il silenzio

Chi è

Età 56 anni

Professione Ricercatrice a Houston in Texas

Famiglia Single, di sé dice: «Ho sposato la scienza»

Fede Cattolica

Cinquantasei anni, single («Ho sposato la scienza»), Maria Elena Bottazzi Rovida si presenta così: «Sono nata in Italia perché mio padre, honduregno, aveva genitori italiani. Mio nonno, a inizio ‘900, è venuto in Centro America in cerca di fortuna. Mio padre è stato console generale dell’Honduras in Italia e a Genova ha conosciuto mia madre, Gabriella Rovida. Terminato l’incarico diplomatico i miei si sono separati, così io, mio fratello e papà siamo tornati in Honduras». Ha svolto la prima parte dei suoi studi in Honduras, laureandosi nel 1989 all’Università autonoma nazionale di Honduras a Tegucigalpa. Nello stesso anno si è trasferita negli Usa, dove ha conseguito dottorati all’Università della Florida e fatto un post-dottorato nelle università di Miami e Pennsylvania. Ha quindi iniziato la carriera accademica come professoressa, prima alla George Washington University, nella capitale americana, e ora, da 11 anni, a Houston, dove lavora presso il Texas Children’s Hospital and Baylor College of Medicine con Peter Hotez: i due dirigono una scuola di Medicina tropicale, e Bottazzi vi dirige la divisione di Medicina tropicale nel dipartimento di pediatria.

 
 
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