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sabato 13 aprile 2024
 
 

Padre Locatelli e la rivoluzione di Timor

12/08/2013  Questo salesiano bergamasco arrivò a Timor nel 1964. Due anni fa gli hanno dato il passaporto in segno di stima per l'enorme mole delle sue attività.

Per andare da Dili a Baucau bisogna fare lo slalom tra pozzanghere, capre, galline. Padre Locatelli, 76enne prete salesiano, schiva i pericoli senza darsi troppe arie. Nonostante l'età, spinge a tutta velocità la sua vecchia 4X4 rossa con cui ogni settimana percorre questa strada. “Gradualmente la stanno mettendo a posto, vedo i miglioramenti ogni volta che vengo a Dili per recuperare provviste e medicinali per i ragazzi del collegio”, commenta con il sorriso di chi immagina bene lo stordimento di chi è appena arrivato nel Paese.
Lo stato della strada che collega le due principali città della nazione è la cartina di tornasole di Timor Est. Lungo il percorso - quattro ore per percorrere 140 chilometri - scorrono fuori dal finestrino immagini da paradiso tropicale.
Per lunghi tratti si costeggia il mare (famoso per la presenza di coccodrilli), con le montagne che scendono ripide verso l'acqua. A tratti l'orizzonte si apre su paludi di mangrovie, risaie verdissime, gente che si ripara dal sole con cappelli di paglia a falda larga. Timor Est non avrebbe nulla da invidiare a destinazioni turistiche di massa come Bali o Phuket.
Il Governo ne è consapevole e dice che tra 10 anni il Paese sarà pronto per accogliere migliaia di visitatori. Perciò ha annunciato la costruzione di autostrade, porti e aeroporti. “Prima di fare tutto questo – dice Padre Locatelli – dovrebbero pensare ai villaggi dell'interno, quelli che durante la stagione delle piogge restano irraggiungibili per settimane intere.
Lì ci abitano timoresi che non hanno accesso alla scuola, bambini che se si ammalano non possono essere curati. Sarebbe meglio cominciare da loro, investire i soldi del petrolio per piccoli progetti che possano avere un effetto immediato sulla vita di queste persone”.

Fisico tozzo e sguardo gentile, questo missionario bergamasco vive a Timor Est dal 1964. Aveva 27 anni quando arrivò qui. In questa minuscola nazione del sudest asiatico ha sperimentato il colonialismo portoghese, l'occupazione indonesiana, la guerra per l'indipendenza, il decennio vissuto con la costante presenza dei caschi blu dell'Onu.
Per questo nel Paese oggi è conosciuto e rispettato da tutti, con tanto di passaporto timorese rilasciatogli un paio d'anni fa come attestato di stima. D'altronde, sotto la sua direzione, in quasi 50 anni i salesiani hanno realizzato un collegio scolastico che ospita ogni anno più di 200 persone, un orfanotrofio femminile che accoglie 120 bambine, due istituti professionali e 17 scuole disperse per i villaggi rurali di questa nazione poverissima, dove il tasso di malnutrizione è il più alto al mondo e ancora oggi una persona su due è analfabeta.
L'epicentro dell'opera missionaria di Padre Locatelli è Fatumaca, un paesino di montagna distante 20 chilometri da Baucau. “Durante gli anni dell'occupazione indonesiana questa era una delle zone dove si nascondeva l'esercito di liberazione guidato da Xanana Gusmao. Ogni tanto i suoi soldati venivano da me di nascosto a recuperare un po' di whiskey”, ricorda il missionario.

La celebrità di questo prete raggiunse l'apice alla fine degli anni '80. Durante una breve tregua tra l'Indonesia e i partigiani timoresi, il missionario italiano fu chiamato a celebrare messa di fronte agli uomini del Falantil, l'esercito che combatteva per l'indipendenza del Paese. “Fu un gesto di distensione deciso dagli indonesiani.
Loro, mussulmani, permettevano ai nemici timoresi, cattolici, di festeggiare la Pasqua con un prete che diceva Messa. Fui portato in elicottero sulle montagne, in un punto concordato con il Falantil. In quell'occasione incontrai per la prima volta Xanana”.
Quando parla dell'attuale premier timorese, Padre Locatelli lo descrive come “un leader carismatico, una brava persona, un uomo poco istruito che ha trascorso la sua vita a combattere sulle montagne e che ora, suo malgrado, si ritrova contornato da gente non adeguata alla situazione”. Di certo, anche grazie all'attività svolta da missionari come Locatelli durante i 24 anni di occupazione indonesiana, oggi la Chiesa Cattolica può vantare uno dei tassi di fedeli più alti al mondo. “Nel 1975, quando da Giacarta arrivò l'ordine di invadere Timor Est, i fedeli erano circa il 30% della popolazione.
Oggi arriviamo al 98%”, dice Locatelli. Più che nell'opera della Chiesa, però, la causa di questo aumento esponenziale è da ricercare nell'occupazione stessa: “L'Indonesia obbligò tutti i timoresi ad avere una carta d'identità e a scegliere una religione fra quella cattolica, mussulmana o buddista.
L'animismo non venne inserito tra le opzioni, e così la maggioranza dei timoresi optò per il cattolicesimo, la fede portata in questa terra dalle navi portoghesi mezzo secolo fa”.

Oggi la popolarità del cattolicesimo è alimentata soprattutto dall'opera educativa portata avanti dai tanti missionari presenti, con i salesiani della zona di Fatumaca a rappresentare una delle più antiche istituzioni scolastiche del Paese. “Diverse persone attualmente al Governo arrivano dalle nostre scuole, e questo per noi non può che essere motivo d'orgoglio. Dobbiamo però continuare su questa strada perché il Paese ha bisogno di più educazione”, dice Locatelli. Oltre al liceo classico, a Fatumaca ci sono le scuole professionali.
S'impara a fare i meccanici, i muratori, i falegnami, gli elettricisti. “Mestieri di cui Timor Est ha disperato bisogno se vuole iniziare a svilupparsi”, dice lui. Insomma, sperso tra le montagne della piccola Timor, il missionario bergamasco continua a lottare per la sua rivoluzione. Prossimo obiettivo? “Trovare i fondi per 10 bambine che vivono nel nostro orfanotrofio.
Purtroppo con la crisi economica in Europa qualche donatore ha deciso di interrompere l'adozione a distanza, così adesso 10 bambine si ritrovano senza quei 300 euro necessari per vivere e andare a scuola per un intero anno. Ma anche questa volta – sospira Locatelli – speriamo in qualche modo di trovare una soluzione”.

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