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lunedì 22 aprile 2024
 
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Credere

Papa Francesco da Fazio e lo zelo apostolico per i lontani

10/02/2022 

Cari amici lettori, credo che molti di voi, come anche il sottoscritto, domenica scorsa fossero incollati alla tv per seguire l’intervista a papa Francesco realizzata da Fabio Fazio per la trasmissione di Rai 3 Che tempo che fa. Un intervento ampio (e condotto con empatia dal giornalista), che ha toccato tanti temi, da quelli “sociali” (che per Bergoglio hanno sempre un riflesso spirituale anche per i cristiani) a quelli più propriamente religiosi; ne dà un resoconto all’interno il nostro Gerolamo Fazzini (pagg. 6-9). Una serata storica, che è stata ripresa e commentata moltissimo anche su Facebook, trovando per lo più accoglienza positiva e (poche) voci dissonanti.

Vale la pena qualche considerazione in merito. Innanzitutto il modo di porsi di Francesco. Il Papa era certamente consapevole di essere in un ambiente “laico”. È andato quasi “in punta di piedi”, senza pretese verrebbe da dire, col suo stile colloquiale in “dialetto materno” che porta argomenti anche alti alla comprensione di tutti. Una forma di testimonianza discreta, semplice, fraterna, amicale, capace di attingere al vissuto quotidiano familiare.

Francesco ha offerto la sua parola, esponendosi anche alla possibilità della disapprovazione e del rifiuto. Ma su tutti ha fatto breccia la sua umanità, semplice, diretta, senza finzioni e senza pretese di imporre alcunché a nessuno. Proporre, non imporre: è la differenza che passa tra testimonianza e proselitismo. Uno stile autenticamente evangelico. Un altro punto che possiamo cogliere sta proprio nella scelta di un luogo “laico” per eccellenza come la trasmissione domenicale di Fazio. Scelta che ha suscitato la critica di alcuni, ma che obbedisce a quanto Francesco stesso dichiarava al convegno della diocesi di Roma nel 2013, parlando delle “99 pecore fuori dall’ovile”: «Ma, fratelli e sorelle, noi ne abbiamo una; ci mancano le 99! Dobbiamo uscire, dobbiamo andare da loro! In questa cultura – diciamoci la verità – ne abbiamo soltanto una, siamo minoranza! E noi sentiamo il fervore, lo zelo apostolico di andare e uscire e trovare le altre 99?».

Una scelta non superficiale ma – secondo le sue stesse parole – dettata da zelo apostolico. Come non sentire in questo lo spirito dell’apostolo Paolo che parlò all’Areopago di Atene? «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Corinzi 9,16). «Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno» (2Timoteo 4,2). Questo non è “desacralizzare” il papato come qualcuno ha detto, ma è seguire la logica del Vangelo, che richiede di risplendere e di essere proclamato sui tetti, di essere offerto a tutti. Uno stile che segue la logica dell’incarnazione, che il Papa ha indicato come il centro da recuperare per la Chiesa del futuro.

Questo comporta di andare per i sentieri “polverosi” del nostro tempo, per le piazze, e – perché no – per i salotti televisivi, “sporcandosi le mani” con i temi caldi dell’oggi. Cosa che non temette di fare – eravamo nel 1892! –, nei modi possibili a quel tempo, papa Leone XIII, concedendo un’intervista a un giornale francese laicissimo come Le Figaro, a una giornalista. Una donna (“Séverine”, pseudonimo di Caroline Rémy), per di più atea.

 
 
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