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sabato 25 settembre 2021
 
indagine sul fenomeno
 

Braccianti agricoli nella morsa del caporalato: i lavoratori invisibili in Italia, Spagna e Grecia

24/02/2021  Lavoro grigio, sfruttamento, violenze, emarginazione. Sono problemi che attraversano le campagne dell'Europa mediterranea. L'ultimo rapporto dell'associazione ambientalista Terra! indaga in modo dettagliato le caratteristiche del lavoro agricolo nei tre Paesi, mettendo in evidenza le piaghe comuni, come la debolezza dei sistemi di controllo e il far west dei contratti

Braccianti in una serra dell'Agro-pontino.
Braccianti in una serra dell'Agro-pontino.

Lavoro grigio e nero, deregolamentazione sfrenata, sfruttamento sessuale, violenza, emarginazione, discriminazione, mancanza di sistemi di protezione personale (in tempi di Covid-19), precarietà di vita e scarse condizioni igienico-sanitarie. La drammatica condizione dei braccianti agricoli - spesso intrappolati nella rete del caporalato - accomuna Italia, Spagna e Grecia. Nel nostro Paese di solito il fenomeno dei caporali - figure di intermediazione illegale che reclutano braccianti non specializzati e formano squadre di lavoro in cambio di un ritorno economico - viene raccontato come un fatto tipicamente italiano, che affligge il nostro Meridione. Lo sfruttamento del lavoro agricolo, invece, è un fenomeno che attraversa le campagne europee, in modo particolare tutta la fascia mediterranea, mostrando tratti comuni nei differenti Paesi. 

A metterlo in evidenza è l’associazione ambientalista Terra! nel suo nuovo rapporto “E(U)xploitation. Il caporalato: una questione meridionale. Italia, Spagna, Grecia”, che racconta lo sfruttamento del lavoro in agricoltura a livello continentale, focalizzando sui vuoti normativi, lo squilibrio di mercato, la debolezza dei controlli nelle filiere. Nel 2020, l’anno della grande emergenza sanitaria, per paura che nessuno potesse più coltivare i campi e che il cibo non arrivasse più sulle tavole, l’Europa - spiega il rapporto - ha dovuto aprire gli occhi davanti a quei lavoratori agricoli prima invisibili. Si è scoperto così che la maggior parte dei braccianti sono stranieri, spesso senza documenti e senza contratto regolare. 

In Italia, il settore agricolo rappresenta uno dei principali motori economici del Sud. Agrumi, olio, cereali, vino, grano: sono solo alcuni dei prodotti le cui filiere agricole sono concentrate nel Meridione. Eppure, solo il 30% delle esportazioni  totali dell’agroalimentare italiano arriva da qui. Il caporalato in queste aree è largamente diffuso, predominante, anche se l’azione di contrasto messa in campo dalla legge 199 del 2016 (legge anti-caporalato, che introduce la responsabilità pensale sia per i caporali sia per gli imprenditori che se ne servono) ha certamente cominciato ad intaccare il suo potere.

Il rapporto di Terra! prende in esame tre zone produttive: la Piana di Sele, in Campania, a circa 500 km a sud di Salerno, da dove arrivano principalmente le insalate da taglio, destinate ai prodotti confezionati pronti al consumo della grande distribuzione (Gdo); l’Agro-pontino (l’area nota come “Paludi pontine”) in Lazio, nella provincia di Latina, a 70 km da Roma, che con i suoi 9mila ettari di produzione di kiwi contribuisce al primato mondiale dell’Italia nella produzione di questo frutto;  il Foggiano, in Puglia, la provincia agricola più estesa d’Italia (500mila ettari di superficie agricola utilizzata), le cui produzioni agricole da primato sono il pomodoro e l’asparago verde (quest’ultimo ha conosciuto un vero boom). 

Un dato generale rilevato dal rapporto, comune a tutte le aree produttive: la predominanza schiacciante degli stranieri rispetto agli italiani. Negli ultimi due anni, poi, si è assistito a un fenomeno nuovo: a essere impiegati nei campi sono molti migranti ospiti dei centri di accoglienza. In generale, la grande piaga del lavoro agricolo nel Sud è il lavoro grigio: si tratta di un accordo - spesso tacito e obbligato - fra imprenditore agricolo e lavoratore in base al quale il datore di lavoro assicura al bracciante lavoro continuativo tutto l’anno, ma non registra mai più di 180 giornate, oltre le quali sarebbe obbligato a contrattualizzarlo. Da parte sua il lavoratore può godere della disoccupazione e degli ammortizzatori sociali. Per il lavoro in eccedenza, viene pagato in nero. A rendere più vulnerabile il lavoro agricolo, sottolinea il rapporto, è il predominio della grande distribuzione - in Italia il 70% degli acquisti alimentari passa per la Gdo - che impone pratiche spesso vessatorie, come le aste al ribasso, alle quali le catene dei supermercati ricorrono per assicurarsi il prezzo più basso possibile di un determinato prodotto che devono acquistare in grandi quantità. Scrive il rapporto: «Secondo uno studio dell’Associazione industrie beni di consumo, nei gruppi discount, si ricorre alla pratica dell’asta per almeno il 50 per cento dei prodotti. Percentuale più bassa se si guarda ai supermercati tradizionali. La pratica delle aste coinvolge tutto il settore che produce quella referenza, in quanto fissa un “prezzo di riferimento” a cui tutte le aziende devono attenersi, trasformando così i prodotti in commodity». La conseguenza, nel Foggiano ad esempio, è  la costante riduzione del prezzo del pomodoro, e a cascata l’abbassamento del reddito per gli agricoltori. 

Altri fenomeni riscontrati: il lavoro a cottimo - soprattutto nell’Agropontino -; i finti braccianti e le imprese intermediatrici fittizie, che hanno il compito di inserire negli elenchi agricoli persone che non sono braccianti e che, grazie alle denunce presentate all’Inps, possono chiedere e percepire sussidi (malattia, maternità, disoccupazione). Questo fenomeno è diffuso in particolare nel Foggiano, dove è stato portato a galla dalle numerose ispezioni compiute nelle aziende agricole. Sempre nell’area produttiva pugliese, dove un gran numero di braccianti raccolgono sia i pomodori che gli asparagi, in parte stabili in parte stagionali, un problema drammatico è quello dei “ghetti”, gli insediamenti informali che ospitano, in condizioni di grave precarietà, migliaia di lavoratori, soprattutto durante la stagione estiva. Tuttavia, come mette in evidenza il rapporto, se tradizionalmente i ghetti erano abitati da persone in attesa di essere chiamate a lavorare anche per una sola giornata - erano dunque luoghi di recutamento di manodopera - ora ospitano anche tante persone che non sono alla ricerca di un lavoro ma di un rifugio e di «forme di solidarietà intercomunitaria»: si tratta in molti casi di «richiedenti asilo in attesa di una risposta; richiedenti asilo “diniegati”, esclusi dal sistema di accoglienza del Paese; persone a cui è stato consegnato il foglio di via per abbandonare l’Italia, cioè gli “irregolari” a cui è stato respinto anche il ricorso».

Una donna marocchina che lavora in una serra di fragole in Spagna (foto di Javier Fergo per Terra!)
Una donna marocchina che lavora in una serra di fragole in Spagna (foto di Javier Fergo per Terra!)

Uno sguardo alla Spagna: qui il rapporto prende in esame il caso della regione di Murcia, che con i suoi 470mila ettari di terreno coltivati è conosciuta come l’“orto d’Europa”. Qui, le società di servizi e le agenzie di lavoro interinale (ETT la sigla spagnola) hanno assunto un ruolo sempre più importante nel reclutamento di manodopera agricola. «Gli imprenditori giustificano il modello con la necessità di avere a disposizione lavoratori durante i picchi di produzione. E questo nonostante l’aumento del costo del lavoro che l’intermediazione di queste imprese dovrebbe supporre se si rispettassero le condizioni legali di contrattazione».

Le agenze interinali molte volte pagano meno di quanto stabilito dal contratto collettivo, nonostante siano obbligate a rispettarlo. Negli ultimi dieci anni il numero di contratti di questo tipo è quasi quadruplicato. Le imprese ricorrono a questo sistema perché non vogliono assumersi oneri sociali e attraverso il lavoro interinale precarizzano i lavoratori assunti. Il rapporto pone inoltre l’accento sul modello spagnolo della cosiddetta contratación en origen, il reclutamento dei lavoratori direttamente nei Paesi di origine: «un modello che, negli ultimi anni, è stato quasi completamente assorbito dalle migliaia di contratti fatti in Marocco per portare manodopera a Huelva, la provincia andalusa dove si concentra la quasi totalità della produzione nazionale di fragole, di cui la Spagna è primo esportatore mondiale». Un sistema di reclutamento che, osserva Terra!, nasconde tante zone grigie, a partire dalla discriminazione nei confronti delle lavoratrici marocchine, vittime di sfruttamento e violenze.

Infine, la Grecia: l’indagine del rapporto qui parte da Manolada, la regione meridionale nota per la coltivazione di fragole. Nel picco della stagione lavorativa, qui arrivano tra gli 8mila e i 10mila lavoratori. Nel 2013 i braccianti hanno innescato una serie di proteste per cheidere migliori condizioni di vita e di lavoro. Ad aprile la situazione è esplosa: le guardie armate hanno aperto il fuoco contro i braccianti che protestavano. Sette anni dopo, la situazione dei lavoratori a Manolada non è molto cambiata. I caporali svolgono un ruolo centrale: «favoriscono e controllano l’accesso al lavoro su base quotidiana: il produttore decide quante persone devono lavorare nei campi ogni giorno ed informa il caporale, che a sua volta recluta il numero di persone richiesto». Nel Paese, il 90% della manodopera del settore agricolo è composto da migranti: per la maggior parte si tratta di lavoratori informali, pagati in nero e non assicurati. le maggiori criticità, spiega il rapporto, si riscontrano nell’assenza dei controlli. 

Il rapporto di Terra! nasce dalla necessità di indivduare relazioni, punti in comune e differenze del sistema agroalimentare europeo partendo da tre Paesi mediterranei. Ne emerge una fotografia dai contorni omogei: la debolezza endemica di sistemi di controllo, il far west dei contratti di lavoro che mantengono i braccianti - spesso poco consapevoli dei loro diritti - in condizione di costante vulnerabilità e subalternità. «Lo sfruttamento del lavoro è una piaga connessa a un’economia di filiera fragile, che vive di informalità», dichiara Fabio Ciconte, direttore di Terra! «Questa è una realtà non solo nazionale, ma europea. Ecco perché chiediamo che l’Europa si faccia carico con maggiore determinazione delle condizioni sociali ed economiche dei lavoratori agricoli, costretti a vivere in condizioni di invisibilità e precarietà estrema». Terra! è un’associazione impegnata dal 2008 in progetti e campagne sui temi dell'ambiente e dell'agricoltura ecologica a livello locale, nazionale e internazionale, per promuovere la formazione di una coscienza critica su questi temi nei cittadini e nelle comunità. Informazioni: www.associazioneterra.it

 
 
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