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martedì 21 maggio 2024
 
Maestra di Umanità
 
Credere

Suor Rosemary Nyirjmbe, la madre Teresa dell'Uganda del Nord

04/05/2023  Per aiutare le donne ridotte a schiave sessuali dei miliziani ribelli, la religiosa ha dato vita al centro Santa Monica dove le ragazze possono ricucire la propria esistenza e imparare il mestiere di sarte

L’angelo della carità
Una donna coraggiosa e determinata, che a 14 anni decide di consacrarsi al Signore. Suor Rosemary è laureata in Ostetricia e ha conseguito un master in Etica dello sviluppo. Già assistente del medico missionario Giuseppe Ambrosoli, Rosemary sta portando avanti un sogno di pace nel martoriato Nord dell’Uganda. La sua è una vita tutta all’insegna della carità.

«La fede è meglio praticarla che predicarla». Ne hanno avuto prova Sharon, 17 anni, che ha ucciso la sorellina; Florence, 19 anni, che vive in simbiosi con l’amica Christine, finché non capisce che le due persone che ha ammazzato erano proprio i genitori di Christine; Sarah, 23 anni, che è scappata dalla foresta con uno solo dei suoi tre figli, avuti da un comandante ribelle, mentre gli altri due ha dovuto abbandonarli. Queste tre giovani donne, con ancora nelle orecchie il rumore degli spari e in bocca il gusto del sangue, sulla loro strada hanno incontrato la religiosa ugandese Rosemary Nyirumbe, della congregazione delle Suore del Sacro Cuore di Gesù. Senza di lei sarebbero state tre anime perse. Conosco suor Rosemary a Gulu, nel nord dell’Uganda, dove arrivo nell’ambito di una missione organizzata da Shalom, Movimento toscano che dagli anni ’70 lavora per la pace, la giustizia e i diritti umani. A 67 anni è ancora una donna energica, dinamica e solare nonostante l’orrore che ha conosciuto, l’inferno dove ha scelto di immergersi, e di cui non parla se non sollecitata. È di una tale umiltà che, se non ci fosse stato il padre comboniano Maurizio Balducci a raccontarmi di lei, probabilmente non avrei mai saputo di essere di fronte alla donna che da molti è considerata «la Madre Teresa dell’Uganda del nord».

UGANDA, IL CENTRO SANTA MONICA: COME RICUCIRE LE ESISTENZE DELLE DONNE RIDOTTE A SCHIAVE SESSUALI

Ci troviamo al centro di sartoria Santa Monica. Qui duemila ragazze di ritorno dalla foresta sono state guarite nel corpo e nello spirito, dopo aver vissuto la drammatica esperienza di essere state ridotte a schiave sessuali dei miliziani dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lra), fondato da Joseph Kony in aperta ribellione contro il governo di Kampala. Proponendosi come nuovo messia, dal 1986 al 2006 Kony ha messo a ferro e fuoco il territorio fra il nord dell’Uganda, il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana. Una violenza sadica, sistematica e brutale, che ha provocato 30 mila morti, l’arruolamento di 100 mila baby soldati, 2 milioni di sfollati.

DONNE CONDANNATE ALLA VERGOGNA DELLA VIOLENZA

Suor Rosemary, ostetrica, un master in Etica dello sviluppo, assistente del medico missionario comboniano Giuseppe Ambrosoli, nel 2001 viene nominata direttrice proprio del Santa Monica. «Sapevo di ragazze e ragazzi rapiti, ma non potevo pensare che mi sarei trovata di fronte a situazioni così sconvolgenti: erano stati torturati, plagiati, mutilati, trasformati in macchine da guerra. Ogni famiglia del nord ha avuto un ragazzo o una ragazza rapiti. Di quella vicenda oggi nessuno vuole più parlare», racconta. Suor Rosemary cerca le ragazze nella foresta, molte – con figli o incinte – continuavano a vivere nascoste sapendo che, se anche fossero riuscite a tornare a casa, le famiglie non le avrebbero più volute, perché «infestate dagli spiriti»: «Non riuscivano neppure a guardarmi negli occhi, intrappolate tra la vergogna e la paura».

SUOR ROSEMARY NYIRJMBE, OLTRE LA COMPASSIONE

Quando le trova, suor Rosemary le abbraccia, le porta con sé, le ama incondizionatamente. «Bisogna accettare la persona così com’è, con la sua storia, la sua sofferenza. Se una persona, che si è sempre sentita giudicata, incontra qualcuno che le tende una mano, le offre un po’ di affetto sincero, allora comincia a guarire. Da giovane facevo la baby sitter ai figli dei miei vicini. Quando è arrivata la vocazione, a 14 anni, sapevo che avrei voluto continuare a occuparmi di bambini anche da suora. Più tardi ho capito che Dio mi aveva chiamata proprio per questo». Suor Rosemary insegna alle ragazze a cucire e a cucinare. «Papà era un falegname, mi diceva che il lavoro è dignità. La compassione non serve, serve un mestiere. Sono stata una bambina molto amata, ho sentito che dovevo in qualche modo restituire quell’amore». E, pur nelle difficoltà, si creano relazioni di arricchimento reciproco. «Una delle ragazze una volta mi ha detto che, per poter essere in pace, bisogna perdonare. Quando è nato il suo bambino, figlio di un guerrigliero, l’ha chiamato proprio Pace. A lei e alle altre ho sempre detto che Dio le ama, che tutti noi siamo stati creati a sua immagine, e che non ci abbandona». Ai ribelli, che cosa direbbe suor Rosemary? «Bisognerebbe capire che cosa li ha portati a essere carnefici, sicuramente la stessa violenza che poi hanno riversato su altri ragazzi e ragazze. Capire la radice del male può aiutare le generazioni future a non ripetere gli stessi errori».

UGANDA, CENTRO SANTA MONICA: LE BORSETTE DELLA RINASCITA PER LE DONNE SCHIAVE

All’inizio il Santa Monica si autofinanzia, attraverso servizi di rammendo e catering. «La congregazione mi ha sempre sostenuta. E io ho operato solo all’interno del nostro carisma, che è quello di sostenere i poveri, gli orfani e i bambini abbandonati». Nel novembre 2002 avviene la svolta. Alcuni americani, fra cui l’avvocato Reggie Whitten, visitano l’opera di Rosemary, così la sua storia e quella delle sue ragazze diventano popolari negli Stati Uniti. Arriva fino al presidente Bill Clinton, e la suora riceve la visita della figlia Chelsea. È importante l’appoggio internazionale, perché suor Rosemary viene minacciata più volte. «Mi è capitato di avere paura, però ho sempre saputo che Dio mi avrebbe protetto». Con ago, filo e le linguette delle lattine trovate per strada, le ragazze creano simpatiche borsette. «Sostenibili, come vuole la Laudato si’. L’immondizia diventa così qualcosa di bello. È quello che ho cercato di fare anche con le ragazze: considerate rifiuti dalla società, ho voluto che rifiorissero. Le borse non costano molto perché non sono prodotti di lusso, si paga per la dignità, per il riscatto sociale, per ricucire vite spezzate». E s’intitola proprio Cucire la speranza il libro di Nancy Henderson e Reggie Whitten dedicato a suor Rosemary (Emi, 2016). Che ricorda: «L’ho donato a papa Francesco, un’emozione grandissima».

 
 
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