Siamo del tutto abituati a negozi, bar e supermercati aperti la domenica. Succede dal 2011, quindici anni fa, quando il decreto-legge Salva Italia del Governo Monti liberalizzò le aperture e gli orari degli esercizi commerciali. È da allora che “domenica è sempre domenica” per alcuni e “domenica non è più domenica” per altri. Ma quali sono stati i benefici della misura? Quale impatto hanno avuto e hanno le domeniche lavorate sui 3 milioni di lavoratori del comparto e sul tessuto sociale? «Non è solo una questione di numeri», nota Raffaela Dispenza, 50 anni, vicepresidente delle Acli, «nella vita non è tutto merce, occorre riflettere sul valore del tempo e sul modello economico in cui siamo immersi». Ascoltando lavoratori, sindacati e imprenditori, emerge un quadro a tinte fosche: quando pure il ricavo economico c’è, il prezzo relazionale e civile da pagare è altissimo. Il lavoro domenicale pesa innanzitutto e oltremodo sulle famiglie e, nella maggior parte dei casi, si tratta di una scelta involontaria. «Siamo in un’epoca post-fordista, l’etica del sacrificio è superata», prosegue Dispenza, «guardiamo ai giovani: danno grande importanza al tempo di vita e preferiscono aziende coerenti con i propri principi, in cui essere riconosciuti come individui capaci di portare un contributo». Poi c’è un tema di partecipazione: «Non rallentare mai mette a rischio la costruzione della cittadinanza», chiude la vicepresidente Acli, «più che sui distretti commerciali bisognerebbe puntare sui luoghi di socialità libera, in cui esprimersi oltre alla logica di mercato e costruire un pensiero critico». Come consumatori possiamo scegliere come comportarci. La prossima volta che riempiamo il carrello quando invece potremmo essere in parrocchia, nell’associazione di quartiere, al circolo ricreativo o a passeggio, facciamoci caso. Il mercato sta rubando tempo alla nostra vita, ne vale la pena?
Lo chiediamo ad alcuni lavoratori costretti a turni di dieci ore anche la domenica.
 

Di lei diremo solo che è una «cittadina, madre e lavoratrice del reparto gastronomia di un supermercato». Così si era firmata Silvia, la chiameremo per comodità così, in una lettera che abbiamo pubblicato su FC 10 di quest’anno. Raccontava una realtà in cui, mentre «i figli degli altri hanno diritto a una domenica al parco oppure a Messa con i genitori», lei, il marito e i ragazzi sono diventati come «estranei che si danno il cambio sulla porta di casa». Una realtà dove, a causa del personale ridotto, capita di lavorare anche dieci ore al giorno: «Significa maneggiare affettatrici e forni bollenti quando la stanchezza, dopo ore di turno senza sosta, ti toglie la lucidità» e quindi «il rischio di infortunarsi aumenta drasticamente». La sua lettera ha colpito noi e molti altri nostri lettori. Allora abbiamo contattato Silvia, chiedendole di raccontarci più a fondo la sua storia.

Alla sua abbiamo aggiunto le testimonianze di Florinda e di Luciano, altri due lavoratori che vivono accompagnati dall’idea «di essere altrove mentre la vita va avanti senza di te». Ma iniziamo da Silvia: «Ho iniziato alla fine degli anni ’90. Allora il patto tra azienda e lavoratore era sostenibile: le domeniche erano un’eccezione. Il vero spartiacque è stata la riforma del 2011 che ha liberalizzato il commercio: io allora ero tutelata perché avevo appena partorito e il mio vecchio contratto non prevedeva l’obbligo festivo. Alcuni anni fa, cambiando azienda, sono entrata nel nuovo sistema. All’inizio l’accordo era di una domenica al mese con chiusura in pausa pranzo (una persona sola, tutto il giorno). Era pesante, ma permetteva una parvenza di vita familiare». Ma poi l’organico si è ridotto all’osso: «Il nostro reparto conta 6-7 persone. Per coprire le aperture domenicali siamo ridotti al minimo: 3 persone la mattina e 2 il pomeriggio. Spesso affrontiamo turni spezzati da 9 o 10 ore».

A questo si aggiunge il peso della formazione: «Per coprire i buchi o in vista di nuove aperture, l’azienda manda da noi personale da altri punti vendita per essere addestrato. In giornate di massima affluenza come la domenica, dobbiamo servire i clienti e contemporaneamente istruire colleghi che non conoscono il banco. Il meccanismo funziona anche al contrario. Veniamo mandate in trasferta per aiutare nelle aperture di altri negozi. Per una madre, questo significa instabilità totale».

Florinda Lagattolla ha iniziato a lavorare anche la domenica quando suo figlio aveva appena 2 anni. «A occuparsi di lui quando non c’ero è sempre stato il papà. Ancora adesso preparo da mangiare per loro due e rientro a casa alle 16, quando la giornata è già “finita”: a quell’ora mio figlio studia e… addio domenica insieme». Barese, 54 anni, Florinda lavora nella grande distribuzione dal 1992. Dopo 15 anni in Rinascente, oggi ha un contratto part-time in Ikea. «All’inizio lavoravo dal lunedì mattina al sabato pomeriggio, con orari estivi e invernali. Capitava ogni tanto di essere impegnati nei festivi, certamente le domeniche prima di Natale, ma era tutta un’altra vita. Pensandoci adesso, mi pare un paradiso».

Oggi lavora tre domeniche al mese: «È pesante. Certo nella retribuzione c’è una maggiorazione, nel mio caso il 60%, ma lavorando 4 ore al giorno non si raggiunge una cifra significativa». Poi ci sono le festività, attualmente sette all’anno: «Quando sei giovane e non hai legami, non poter restare la domenica o nelle altre festività non è un grande problema, ma quando hai famiglia cambia tutto». Per chi lavora nei festivi, organizzare anche solo un pranzo in compagnia è un’impresa. «Sarebbe giusto garantire la possibilità di scegliere se lavorare o meno la domenica. Nel mio caso il contratto a turnazione rigida garantisce almeno la programmazione su tre settimane. Ma chi ha il contratto flessibile o, peggio ancora, lavora nel sommerso, è in balia del datore di lavoro», riflette ancora Florinda. E aggiunge: «La domenica vedo tante famiglie che vengono in negozio solo per farsi una passeggiata. I guadagni non aumentano granché, mentre i lavoratori perdono una parte di vita personale molto importante. Poi, certo, hai due giorni di riposo infrasettimanale ma a quel punto sono gli altri componenti della famiglia a essere fuori casa per studiare o lavorare».

Luciano Malgoverno, invece, di anni ne ha 45 e dal 2006 lavora nella sede pisana di un marchio di arredamento. Avendo famiglia, per lui il lavoro domenicale è sempre stato una spina nel fianco. «Anche perché pure mia moglie si trova nella stessa condizione: la nostra organizzazione familiare è tutta un incastro. Nella mia sede il giorno di recupero è costante, almeno ho questo vantaggio, ma in azienda la programmazione turni è bisettimanale. Così, per poter stare il più possibile con i bambini, ho usato prima tutto il congedo parentale, poi ho dovuto chiedere il part-time. Un part-time involontario: fra mutuo e spese vive non ci troviamo certo in una situazione di sicurezza economica, ma in questi anni solo ridurre l’orario di lavoro ci ha permesso di tenere tutto insieme».

Luciano e la moglie hanno due figli, un ragazzo di 14 anni e una bambina di 10: «Per me il valore più importante è la famiglia. Ma così si privilegia il consumismo e non le relazioni: lavoro 34 domeniche all’anno, ovvero tre al mese, con i bambini in età scolare gli impegni nel fine settimana sono tantissimi, dal catechismo ai campionati sportivi. A non esserci mai la domenica ti senti escluso, è un grandissimo sacrificio. Anche per quanto riguarda le amicizie: stare a contatto sui social non è la stessa cosa». Luciano e la moglie possono contare su una valida rete familiare, per cui i loro figli non sono mai da soli: «Abbiamo la fortuna di avere i nonni, gli zii, ma il punto non è solo questo. Mentre lavori pensi costantemente a quel che stanno facendo i tuoi cari. È vero che i nostri figli sanno fin da piccoli che noi genitori non ci siamo perché lavoriamo, e direttamente non si lamentano mai, ma soprattutto nella piccolina noto il dispiacere di non averci con lei».

Dal singolo alla famiglia, lo sguardo si allarga al Paese intero: «Lavorare la domenica non è solo un problema personale» chiude Luciano; «la politica dovrebbe mettere alcuni paletti. Posso dire una cosa sul calo demografico? Per me è legato anche a queste situazioni, le famiglie sono in difficoltà. Stiamo perdendo un’occasione di dare valore al tempo, come individui e come società».