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Alberto Stasi, unico condannato per l’omicidio di Chiara Poggi, all’epoca del processo.


Sarò controvento, ma non capisco l’ondata di sdegno verso “il popolino bue” che freme e si appiccica ai talk show sulla vicenda Garlasco. Le anime belle che sprezzano il coinvolgimento verso questa vicenda drammatica bollano l’italiano medio con l’etichetta di morboso voyeurismo. Ma forse l’italiano medio è semplicemente sconvolto dal cortocircuito di una giustizia che si mostra con evidenza terribilmente ingiusta. E prova pena per un probabile innocente in galera, condannato a mezza vita in galera comunque questa storia finisca.
Non è un fatterello di cronaca: ci sono le guerre, la crisi energetica e la fine del campionato, com’è possibile che si parli solo di un delitto di 19 anni fa?! Lo trovo invece umanamente comprensibile. Un conto è lo sciacallaggio mediatico che rincorre avvocati, amici degli amici, criminologi, psicologi. Parole, parole, troppe volte improvvide, violente, offensive. Troppe analisi su dettagli che mancano di perizie scientifiche, ma su cui si esercitano le improvvisate degli ospiti da salotto. Come al bar, tutti diventano esperti e la colpevolezza si giudica dagli sguardi, dalla simpatia dei volti dell’una o l’altra parte in causa. Ma un altro conto è cercare di capire quel che è successo nell’affaire Garlasco. Un caso maledetto della peggior scuola: un delitto del 2007, per cui è stato assolto, e riassolto un imputato, poi condannato in un processo bis solo indiziario, dopo che la Cassazione aveva annullato le due precedenti sentenze a suo favore.
E questo è già tanto strano. Basta un solo ragionevole dubbio per preferire la libertà. Nessuna arma del delitto, nessuna impronta comparabile, nessuna confessione, nessun testimone oculare, nessuna traccia di Dna. Poi, anni ed anni dopo, un altro incolpato, con tanti indizi, ben di più, che curiosamente era uscito subito dalle precedenti indagini. E salta fuori l’inchiesta parallela, sull’ex procuratore troppo frettoloso nell’escluderlo dalla scena del delitto, sulle reticenze dei genitori e dei carabinieri, su strani pagamenti in nero non si sa a quale fine. Su depistaggi: le sette sataniche, i festini osceni in convento, presenze che si aggirano con borse, zaini, in bici, senza bici, tonfi nei canali di oggetti sconosciuti… Un romanzo con tutti questi elementi sarebbe illeggibile, senza una trama coerente. E la confusione alimenta sospetti e sfiducia.
Quel che pare certo però – e provoca rabbia e sgomento – è che in carcere da dieci anni ci sia un innocente. Che non ha mai parlato, se non per dichiarare appunto la sua innocenza e per dire che accetta tutto, la gogna, la pena scontata e da scontare, la vita distrutta. «Visto che sono credente, il Signore in qualche modo ha voluto darmi questo peso… Non so il disegno che c’è dietro… A volte le avversità ci aiutano a crescere, in qualche modo…». Certo che ci si pensa, si discute, si tenta di districarsi in un groviglio di errori e superficialità. Con la paura che a un innocente in carcere se ne aggiunga un secondo, o si assolva un colpevole, dato che è passato troppo tempo. Con la rassegnazione amara all’ingiustizia.







