Capisco perfettamente l’arcivescovo di Palermo. Davvero non se ne può più di prime Comunioni e Cresime celebrate con superficialità. È vero, vestiti, confetti, foto, filmini, regali e ricevimenti hanno preso il sopravvento sul sacramento celebrato. I parroci, soprattutto in certi quartieri, hanno da sudare non poco per la preparazione. Ben vengano più anni di catechismo. Il vero problema, però, è un altro. E parte da lontano. È che il battesimo dei bambini, sovente, viene richiesto da genitori che non vivono la fede. E non parlo solo di coniugi separati o divorziati, ma di cristiani di antica data per i quali è tutto scontato.

Sono appena ritornato da un incontro sulle mafie in un paese del nord Italia. Domanda del moderatore: «Come mai lo spietato Bernando Provenzano amava leggere la Bibbia e attorniarsi di immagini sacre?». Antica questione. Mafia e religione a braccetto? Ci scandalizziamo. Dopo aver riflettuto un attimo e volendo dare agli ascoltatoti una risposta che potesse aiutarli davvero, ho chiesto a mia volta: «Come mai tanti cristiani che pure vanno in chiesa abortiscono o consigliano di farlo? Non si rendono conto che fede cristiana e uccisione di un bambino innocente sono distanti tra loro più di mille miglia?» Forse dovremmo trovare il coraggio per affermare che tanti battezzati non sono più cristiani. Ma “chi sono io per giudicare”? Palermo è attraversata da tanti confini invisibili. Ci sono i decanati della diocesi cattolica, le zone dei testimoni di Geova, quelli delle tante chiese evangeliche, quelle delle famiglie mafiose.

Nell’ultimo secolo, decine di migliaia di figli di mafiosi sono stati battezzati, cresimati, hanno celebrato il matrimonio in chiesa. Se a costoro fossero stati prospettati un numero maggiore di incontri di catechesi quasi certamente avrebbero accettato. Per arrivare al loro scopo, magari a malincuore, avrebbero accettato. Certo, lo Spirito Santo s’intrufola dappertutto. E noi dobbiamo lasciarlo agire. Ma, in genere, non accade. Non accade perché lo Spirito Santo è il primo a rispettare la libertà di coloro che corteggia. Senza libertà non esiste amore. Senza libertà non esiste nemmeno la fede. Allora? Allora occorre dire con sincerità che il più delle volte mancano gli annunciatori del Vangelo. Annunciatori innamorati e preparati, voglio dire, che ti fanno venire la voglia di assaporare quello che promettono. “Venite a gustate quanto è buono il Signore”. Gustare. Assaporare. Fidarsi. Fare esperienza. “Io so in chi ho creduto” andava gridando san Paolo.

Alle nostre comunità servono annunciatori gioiosi. Che gratuitamente hanno ricevuto e gratuitamente sentono il bisogno di donare. Che si fidano della Provvidenza. Che credono nelle promesse di Gesù. Un po’ folli, un po’ naif, un po’ eremiti, un po’ santi. Quando accade, ti accorgi che la persona evangelizzata inizia a volare verso le alte vette. Non trova un confessore nella sua parrocchia? Lo va a cercare lontano. Ama partecipare a incontri di preghiera, di catechesi, di legalità. Si getta a capofitto nelle opere di volontariato per dare una mano a chi ha bisogno. Si chiede come è stato possibile fare di Palermo la capitale della mafia assassina. Che differenza abissale tra una Messa feriale o festiva e la celebrazione, per esempio, di un matrimonio o di un funerale.

La prima è partecipata da credenti che “liberamente” hanno accolto l’invito. “Liberamente” hanno sentito il bisogno di ascoltare il Vangelo, ricevere l’Eucarestia. “Liberamente” si sono posti a servizio dei più deboli. Alle altre celebrazioni, quel “liberamente” tante volte manca. E si sente. E si vede. E si nota fin dal primo segno della croce. Ha ragione, il caro Monsignor Lorefice. Palermo, però, confina con altre diocesi che hanno gli stessi problemi ma che non hanno fatto la stessa scelta. Quasi certamente, nasceranno tra i fedeli disguidi, malcontenti, fughe. Meglio sarebbe adottare una pastorale regionale uniforme. Ma anche le regioni confinano con altre regioni. E la serpe si morde la coda. Due millenni sono tanti. Nel nostro Paese, la fede cristiana cattolica ha impregnato di sé la lingua, la cultura, la cucina, l’arte, la musica, la toponomastica, l’architettura. Pregi e difetti individuali a ben guardare affondano le radici in un terreno comune. Una fede allo stato puro non solo è difficile da trovare, ma forse nemmeno converrebbe trovarla.

Perché il cristianesimo, per sua natura, penetra nella carne viva di un popolo e lo innerva e lo nutre. E gli infonde speranza. Al punto tale che è difficile, se non impossibile, dire fino a che punto è fede, è tradizione, è cultura, è morale o tutte queste cose insieme. Ai noi cristiani spetta il dovere di approfondire, amare, annunciare il Vangelo. Il dovere di essere coerenti e seri. Di non dare cattiva testimonianza e di educare i figli fin dai primi anni. Ma anche il dovere di non spegnere il lucignolo fumigante. Di non schiacciare la fiammella smorta ma di aiutarla a splendere e riscaldare. Non è facile mettere in pratica l’idea di Corrado Lorefice. Ci saranno critiche. Ci saranno fughe verso le diocesi vicine o verso “chiese alternative”: a Palermo ce ne sono tante. Ci sarà chi, non avendo voglia di fare un così lungo cammino, non lo intraprenderà per niente. Tutto occorre tener presente. Intanto ringraziamo il pastore di Palermo per aver messo il dito in una piaga che fa male a tutti.