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Patrizia Mercolino, madre del bimbo di due anni a cui è stato trapiantato un cuore danneggiato a Napoli, durante la fiaccolata per il figlio a Nola giovedì sera
Una mamma e suo figlio. Una mamma, addolorata, accanto al figlio, morente. Quale immagine è più potente di questa nel tempo di Quaresima che abbiamo appena iniziato e che ci porterà, dopo un lungo percorso, dritti sul Golgota, lì dove la Madre e il Figlio hanno il loro ultimo, breve colloquio prima di rincontrarsi lì dove è «l’amor che move il sole e l’altre stelle»?
È l’immagine che oggi l’attualità ci restituisce potentemente da Napoli con la storia del piccolo Domenico e di mamma Patrizia nelle ore in cui la donna ha riconosciuto l’ineluttabile e ha dato, con il papà, il consenso alla terapia del dolore che accompagnerà il loro bambino a spegnersi lentamente, senza soffrire.
Lasciando per un attimo da parte il destino baro e l’ignavia umana che si sono accaniti su una creatura così innocente, ci fermiamo in silenzio a guardare questa scena d’ospedale, dove uno sguardo di amore si incrocia tra chi la vita l’ha donata e chi l’ha ricevuta. Lei ha definito Domenico il suo “piccolo guerriero”. Non è un’immagine di guerra, a cui in questi anni siamo purtroppo sempre più abituati. È la descrizione di una madre che vede il figlio lottare accanitamente per farcela. Proprio come un supereroe.
Non è rara questa espressione nelle bocche delle mamme nei reparti, ad esempio, di oncologia pediatrica, spesso arredati con le immagini di quei Supereroi, a partire dall’Uomo Ragno. Perché proprio Supereroi sono quei piccoli. E, in quei personaggi coraggiosi fino al punto di rischiare la morte per salvare l’umanità e dotati di una forza misteriosa quei piccoli si riconoscono nella loro ardua battaglia quotidiana per trovare la forza di lottare contro un nemico potente, invisibile agli occhi ma che rischia di tornare minaccioso a ogni esame medico.


Uno striscione con scritto "Per il nostro guerriero" durante la fiaccolata a Nola per il bimbo di due anni a cui è stato trapiantato un cuore danneggiato a Napoli
(ANSA)Mettiamo da parte per qualche istante le tante e facili emozioni collettive che ci giungono dalla cronaca e immergiamoci, invece, nel profondo del nostro spirito. Questa scena ci restituisce l’essenza vera della vita, quella per cui vale la pena di vivere. L’amore. Quello che non fugge dal dolore, quello che è fedele, quello che condivide vite e destini.
Senza condizioni, costi quel che costi. Fino alla morte e anche oltre, perché quel legame che unisce mamma e figlio è più forte di ogni distacco ed è la prova provata che, come dice il Cantico dei Cantici (8,6), l’amore è forte come la morte. E in Gesù Cristo, che dalla croce ci dice che la morte non è l’ultima parola, addirittura di più.
Guardiamo a Patrizia, la mamma che è capace di “stare” lì dove nessuno si augurerebbe mai di essere. Lì dove fu Maria, ai piedi della croce del Figlio. Come ogni madre sarebbe disposta a dare la sua vita in cambio di quella del suo piccolo. Ma quello che non è possibile umanamente, lo realizza nel suo cuore, dove quel figlio vive e vivrà per sempre. Fino a rincontrarsi lì dove è «l’amor che move il sole e l’altre stelle». Questa è la speranza che sostiene anche noi, che a quella scena assistiamo non da impotenti ma con la forza della preghiera che tutti ci unisce a quella famiglia sfortunata, che sentiamo un po’ anche nostra.
Impariamo molto da questa scena. Impariamo l’essenza della compassione. Impariamo l’importanza dell’esserci quando chi amiamo sta male. Impariamo a non fuggire il dolore, ma a guardarlo in faccia. Impariamo che la preghiera compie il miracolo di unire per sempre ciò che la morte vuole dividere.







