Squinzano è disseminata di coccarde, palloncini e drappi rossi per l’ultimo saluto a Lorena Isceri. Un intero paese si è mobilitato per i funerali della donna uccisa dall’ex compagno Federico Vella il 3 settembre scorso dopo averla gettata da un viadotto sull’A1 all’altezza di Barberino del Mugello.

È piena la chiesa di Maria Regina, la parrocchia dove Lorena era stata battezzata, per i funerali. Colma anche la piazza all’esterno dove è stato installato un maxischermo. Sul feretro di Lorena, di colore bianco, un cuscino di anturium rossi, colore simbolo della lotta contro la violenza sulle donne e di cui lei è stata l’ennesima vittima in una catena che sembra non avere fine.

«Oggi siamo qui davanti a una realtà che fatichiamo persino a pronunciare», dice il parroco don Vanni Bisconti che celebra i funerali insieme a numerosi altri sacerdoti, «siamo qui per Lorena, e siamo accanto al papà Franco, mamma Antonietta e al fratello Danilo. Siamo nella casa di Maria Regina, regina del sì a Dio, del sì all’amore, del sì alla vita. Il mosaico che ci sovrasta sopra questo altare ci invita a metterci tutti sotto la protezione e oggi accoglie Lorena in cielo mentre noi qui la salutiamo e la mettiamo nelle mani più belle e più buone che siano mai esistite: quelle di Gesù e di Maria».

La madre Antonietta stringe il peluche d'infanzia della figlia all'arrivo del feretro di Lorena Isceri per il funerale a Squinzano (Lecce)
La madre Antonietta stringe il peluche d'infanzia della figlia all'arrivo del feretro di Lorena Isceri per il funerale a Squinzano (Lecce)

La madre Antonietta stringe il peluche d'infanzia della figlia all'arrivo del feretro di Lorena Isceri per il funerale a Squinzano (Lecce)

(ANSA)

Don Vanni prosegue: «Davanti a una morte così le parole sembrano piccole, forse anche inutili. Ci frullano in testa domande alle quali non riusciamo oggi a dare risposta. Tre pensieri vorrei esprimere: la prima cosa da fare, e la stiamo facendo, è esserci. Non soltanto perché conoscevamo Lorena e i suoi familiari e amici ma per prenderci, se possibile, un pezzo del dolore di questa famiglia, di togliere almeno un pezzo della sofferenza dei genitori e del fratello per dire loro: “Non siete soli, questo dolore non dovete portarlo da soli”. Nessuno può riempire questo vuoto, il vuoto della morte di un figlio, ma almeno possiamo stare insieme e pregare insieme. Questo credo significhi essere comunità: non avere sempre le parole giuste ma non scappare davanti al dolore dell’altro».

Poi il parroco pone alcune domande: «Finora ciascuno di noi che cosa ha chiamato amore? Dobbiamo chiedercelo. Che idea ci siamo fatti dell’amore? Quello che è accaduto non possiamo liquidarlo solo come il gesto di un folle anche se ognuno è responsabile personalmente delle proprie azioni. Noi come comunità, società, educatori, mezzi di comunicazione, scuola, come chiesa dobbiamo chiederci quale idea di amore stiamo infondendo nei nostri ragazzi», scandisce don Vanni che prosegue: «C’è una differenza abissale tra l’amore e il possesso, tra l’amore e la pretesa, tra l’amore e la gelosia, tra l’amore e il diritto di decidere della vita di un altro. Dobbiamo dirlo soprattutto ai giovani. Se una persona dice no, quel no va rispettato. Se una persona non vuole più portare avanti una relazione non ti sta togliendo qualcosa che ti appartiene perché l’altro non ci appartiene. Mai. E qui il Vangelo ci mette davanti un’idea di amore completamente diversa. Gesù dice che nessuno ha un amore più grande di questo: “Dare la vita per i propri amici”. E poi Gesù fa realmente questo. L’amore non dice “Tu sei mio e quindi devi fare quello che voglio io” ma dice “Tu sei tu, sei libero, e proprio perché ti amo decido che tu viva anche quando la tua strada non coincide più con la mia”. Non possiamo far finta che attorno ai nostri ragazzi che poi diventano adulti non stiano circolando messaggi che mischiano amore e possesso, passione e controllo, dipendenza e affetto. È diventato un tutt’uno. Quando certi messaggi diventano mentalità possono indurre effetti devastanti».

Fiocchi, nastri, rose e palloncini rossi posizionati su balconi, porte e cancelli di tutte le case di via de Pietro e delle strade che conducono dall'abitazione della famiglia Isceri alla chiesa Maria Regina di Squinzano (Lecce), dove sono stati celebrati i funerali di Lorena Isceri
Fiocchi, nastri, rose e palloncini rossi posizionati su balconi, porte e cancelli di tutte le case di via de Pietro e delle strade che conducono dall'abitazione della famiglia Isceri alla chiesa Maria Regina di Squinzano (Lecce), dove sono stati celebrati i funerali di Lorena Isceri

Fiocchi, nastri, rose e palloncini rossi posizionati su balconi, porte e cancelli di tutte le case di via de Pietro e delle strade che conducono dall'abitazione della famiglia Isceri alla chiesa Maria Regina di Squinzano (Lecce), dove sono stati celebrati i funerali di Lorena Isceri

(ANSA)

Il «terzo e ultimo pensiero è per te Lorena», dice don Vanni rivolgendosi direttamente a lei: «È difficile parlare di te al passato. Queste immagini ti raffigurano viva in mezzo a noi. Oggi la nostra è messa duramente alla prova, essere cristiano non significa avere una risposta pronta per ogni cosa. Essere cristiani significa avere una speranza che anche quando le risposte non le abbiamo crediamo che la morte non è l’ultima parola. La nostra fede dice che tu, Lorena, non sei passata nel nulla, noi crediamo che la tua vita così tragicamente spezzata sulla terra è custodita da Dio, è l’ingresso nella vita eterna, crediamo che Colui che ha detto di sé “Io sono la risurrezione e la vita” oggi ti accoglie tra le sue braccia. La violenza ha spezzato la tua vita terrena ma non ha l’ultima parola sulla tua vita. L’ultima parola appartiene a Dio, e la Parola di Dio è parola di vita. Mentre noi ti accompagniamo al cancello dal paradiso», ha concluso don Vanni, «Tu da lassù prega e resta accanto ai tuoi familiari».

Il feretro esce dalla chiesa accolto dall’applauso della folla che lancia palloncini bianchi e rossi verso il cielo. I genitori abbracciano il feretro come se non volessero staccarsene. Il papà Franco, che nei giorni scorsi aveva lanciato un appello alle istituzioni perché non accadano più casi di femminicidio, scoppia a piangere mentre la madre porge alla figlia il peluche con il quale giocava da bambina e che stringe a sè. Parte un altro applauso. Poi il carro funebre s’avvia verso il cimitero.

Cronaca

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