Ci sono i nomi e i numeri dei documenti di identificazione militare: Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. Sono i sequestratori e gli assassini di Giulio Regeni, il ricercatore italiano di 28 anni scomparso al Cairo il 25 gennaio del 2016. Ritrovato nove giorni dopo, torturato e ucciso. Liberi e impuniti, gli aguzzini di Giulio Regeni sono stati inchiodati alle loro responsabilità dalla requisitoria della Procura di Roma nel processo che si sta svolgendo nella capitale.

Un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione sono le richieste di pena formulate dal procuratore capo, Francesco Lo Voi e dall'aggiunto Sergio Colaiocco. Secondo i magistrati, i responsabili della morte di Regeni sono “uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza". Si tratta di "pubblici ufficiali di altissimo grado — un generale, due colonnelli e un maggiore — dunque soggetti pienamente consapevoli dei propri doveri istituzionali, primo fra tutti quello di garantire la legalità e non di piegarla a fini illeciti". Il carcere a vita è stato richiesto per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, considerato l’autore materiale dell’uccisione.

“Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana, ma l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia”, ha detto il procuratore aggiunto Colaiocco. “Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio. E quell’uomo aveva un nome, un volto, una storia: Giulio Regeni, un cittadino italiano, un giovane ricercatore. Un uomo libero”, ha spiegato.

Durante la lunga requisitoria, è stata mostrata nell'aula bunker di Rebibbia l'autopsia su corpo di Giulio. Secondo il rappresentante della pubblica accusa , emergerebbero una lunga sequenza di torture. Colaiocco ha ricordato come i medici legali egiziani avessero individuato soltanto una frattura al braccio destro. Gli accertamenti svolti in Italia, invece, ne avrebbero documentate venti: cinque a carico dei denti e quindici delle strutture ossee. Un dato che, per l’accusa, evidenzia la gravità delle sevizie subite. La Procura sostiene inoltre che le lesioni sarebbero state provocate a più riprese, in quanto Giulio Regeni sarebbe stato interrogato, picchiato, e sottoposto a torture per una settimana, fra il 25 gennaio e il 1 febbraio del 2016.

Colaiocco ha sottolineato che Giulio Regeni “ha sopportato tutto lucidamente. Senza sedazione. Senza narcotici. Senza alcun sollievo”. Un’agonia senza fine frutto di una metodica di annientamento messa in atto dagli aguzzini del regime egiziano. "Un corpo spezzato dal dolore. Ed è su tutto questo che il regime egiziano non ha voluto indagare. È per tutto questo che il regime egiziano ha scelto di proteggere gli aguzzini. Non ha chiamato a rispondere i propri ufficiali delle nefandezze compiute. Ha scelto, consapevolmente, di coprirli”, ha aggiunto il magistrato.

Per il procuratore, “Regeni fu privato non soltanto della libertà e della vita. Fu privato della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti. Fu collocato in uno spazio in cui non esistevano più legge, controllo, difesa, limite. Uno spazio in cui il potere aveva assunto la forma dell’arbitrio puro”.

L’avvocata Alessandra Ballerini, legale dei genitori di Giulio Regeni, ha definito quella della Procura una “ricostruzione eccezionale”. Oggi dirà in aula il suo punto di vista.