«Glielo dico con una chiarezza estrema e senza timore di essere smentito: l’arresto di Matteo Messina Denaro è frutto di una attività investigativa pura, fatta sul campo, con le intercettazioni, con gli accertamenti. Una attività che non ha beneficiato in alcun modo di contributi. Non ci sono stati confidenti né altro genere di attività informali. Tantomeno ci sono state fantomatiche trattative di cui tanto si sta parlando». Antonello Parasiliti Molica, comandante del Reparto anticrimine di Palermo, articolazione del Ros, si è messo subito al lavoro, con le altre forze di polizia, dopo la cattura del boss, «perché nessuno di noi pensa che Cosa nostra sia stata sconfitta con questa cattura. Sarebbe bellissimo se fosse così, ma purtroppo non è possibile.

il servizio di Famiglia cristiana del gennaio 2023

Adesso la sfida è capire come si evolverà Cosa nostra. Forse avrà una vocazione più imprenditoriale e indirizzata al settore economico finanziario, sarà meno violenta. A noi toccherà per i prossimi mesi e forse anni stroncarla». Intanto, però, si gode anche la commozione e il calore della gente che, spontaneamente ha applaudito quando l’ultimo padrino, senza manette, ma stretto tra due carabinieri, è stato portato via dalla clinica Maddalena, di Palermo. Con il nome di Andrea Bonafede, Matteo Messina Denaro doveva farsi curare per un tumore che aveva cominciato ad affliggerlo già da un po’ di tempo «perché la malattia è democratica e non guarda in faccia a nessuno», ripetono gli inquirenti.

«Per noi è stata una giornata al cardiopalma», continua il comandante, «perché lì si decideva se riuscivamo o meno a chiudere una pagina di storia civile, di storia della mafia, di storia giudiziaria che è durata 30 anni. C’era una certa tensione sia quando si è deciso l’intervento che quando si aspettava la certezza che la persona fermata fosse effettivamente lui». Quando lui stesso ha confermato il suo nome «c’è stata una grande sensazione di liberazione perché non è stata soltanto la cattura del grande latitante - che è un risultato investigativo importantissimo -, ma la chiusura di un periodo storico, quello della Cosa nostra stragista, che purtroppo tanti danni e tante vittime ha fatto in Italia».

Intercettazioni, raccolta e incrocio dei dati. Il super latitante è stato catturato, ha subito specificato il generale dei carabinieri Teo Luzi, «grazie al metodo Dalla Chiesa». Parole che, nel figlio Nando, generano «un effetto anche commovente pensando a quanto mio padre abbia lottato per far passare quel metodo dentro le forze dell’ordine, così come dovette fare poi Giovanni Falcone per la procura nazionale antimafia. Sono due innovatori convinti che, contro un fenomeno così complesso come quello mafioso, le indagini devono essere coordinate e centralizzate sul piano nazionale. Le loro idee sono state vissute con diffidenza dai propri corpi di appartenenza. Per questo vivo come un riconoscimento, postumo ma importante, le parole del generale Luzi».

E si commuove anche la madre di Filippo Salvi, il giovane maresciallo dei Ros di Palermo cui il colonnello dei Ros Lucio Arcidiacono, il carabiniere che ha fisicamente catturato il boss ha dedicato l’operazione. Il giovane aveva perso la vita, nel 2007, proprio durante una operazione finalizzata all’arresto di Messina Denaro.

«Questo è un risultato storico, frutto del lavoro corale e del sacrifico di tanti carabinieri», ha spiegato il generale Pasquale Angelosanto, comandante del Ros, subito dopo la cattura del latitante. «Dopo un percorso investigativo durato molti anni», ha detto, «nell'ultimo periodo abbiamo acquisito elementi di indagine che ci hanno portato a concentrare la nostra attenzione sull'aspetto dello stato di salute del latitante, e su quale struttura stesse frequentando per curare la sua malattia. Il lavoro si è caratterizzato essenzialmente per rapidità e riservatezza e ci ha consentito, nel volgere di poche settimane, di mettere insieme elementi che hanno portato ai individuare la data nella quale il ricercato si sarebbe sottoposto ad accertamenti sanitari».

Dopo l’arresto è scattata la caccia alla rete di protezione, dall’autista Giovanni Salvatore Luppino, subito arrestato, al vero Andrea Bonafede, al medico Alfonso Tumbarello, che lo aveva in cura e che è risultato iscritto a una loggia massonica. E poi i covi, scoperti uno dopo l’altro e nei quali le forze dell’ordine cercano materiale utile a svelare i segreti che il boss ha custodito per trent’anni.

Il procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia, che ha già incontrato Messina Denaro, procede a spron battuto insieme con il procuratore aggiunto Paolo Guido. Insieme analizzano oggetti, pizzini, numeri di telefono, documenti. Cercano immobili e denaro. «Sono accertamenti complessi», dice ancora il comandante Parasiliti, «perché la storia ci insegna che il patrimonio, quello più cospicuo, non è mai intestato al diretto interessato. Ma andiamo avanti incoraggiati anche dalla popolazione. Messina Denaro, lo sappiamo dalle intercettazioni in cui gli affiliati si esprimevano in termini di adorazione, godeva sicuramente di un consenso sociale fortissimo. Ma la reazione al suo arresto ci dice che la gente non ne può più di questa cappa e comincia a vedere gli interventi repressivi dello Stato come un momento di liberazione. Anche questa è una vittoria».