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Andrea Coppadoro e Margherita Scanziani sono medici anestesisti rianimatori ed entrambi 45enni lavorano in ospedale in terapia intensiva. Mentre nelle aule parlamentari si discute della legge sul fine vita loro il fine vita lo incontrano quotidianamente nel lavoro.«È vero, curando i pazienti inevitabilmente ci si può trovare al punto in cui non ci sono più possibilità terapeutiche che diano una prospettiva di guarigione; in particolare, noi che lavoriamo in rianimazione ci troviamo spesso ad accompagnare persone che muoiono, a causa della gravità delle condizioni cliniche. Tra colleghi capita spesso di discutere se proseguire o meno con trattamenti invasivi e gravosi oppure andare verso percorsi di desistenza terapeutica; il tema del fine vita ci tocca molto da vicino e non è semplice da affrontare, anzi spesso sono decisioni molto drammatiche».
Un gruppo di 270 medici - tra cui anche voi - ha sottoscritto una petizione su change.org contro il suicidio assistito. Perché?
«A partire da un'amicizia, con alcuni colleghi abbiamo iniziato a confrontarci su casi complessi e che più interrogano la nostra coscienza; il tema del suicidio assistito non poteva lasciarci indifferenti perché tocca la radice della nostra professione. L'idea di trovarci a somministrare un farmaco letale è in contrasto con tutti gli sforzi che facciamo quotidianamente affinché le persone che curiamo possano vivere al meglio, anche se ammalate; studiamo anni per prenderci cura di chi è malato, non per condurlo alla morte. Riprendendo alcune dichiarazioni relative al fine vita espresse da colleghi della regione Veneto, abbiamo scritto una lettera aperta, pubblicata da alcune testate giornalistiche, per contribuire al dibattito pubblico su questo tema fondamentale, su cui c’è molta confusione. Hanno aderito tanti colleghi, segno che l’argomento è importante; abbiamo, inoltre, accompagnato la lettera da una petizione rivolta a tutti i cittadini, non solo medici, che desiderano sostenere pubblicamente questa posizione».
Qual è il rischio di far diventare il suicidio assistito un diritto?
«Se il suicidio assistito diventa un diritto, si introduce il concetto che la vita è un bene disponibile, di cui si può fare ciò che si vuole, dimenticandosi l'elementare evidenza che invece la vita non ce la siamo dati noi. Questo ha ricadute sul malato, su chi gli sta vicino e sulla società. Se infatti la vita vale solo se stiamo bene e per quello che siamo in grado di fare, a farne le spese sono i più deboli, come già accade negli altri paesi dove queste leggi sono in vigore da anni: anziani, minorenni, malati psichiatrici. Non è una scelta libera quella di chi, fragile e dipendente da altri, viene indotto a credere di essere un peso per i propri cari e la società. Chi è più in difficoltà va invece difeso per la dignità che ha in quanto essere umano. Theo Boer, professore di bioetica in Olanda, a dieci anni dall’introduzione dell’eutanasia nel suo Paese ha scritto che la legalizzazione della morte medicalmente assistita ha portato a un cambiamento della coscienza collettiva: da morte riservata a casi particolari, è diventata, nel tempo, il modo automatico di morire (“default way to die”)».
Perché non è la soluzione al fine vita?
«È comprensibile che chi si trova a sopportare per mesi o anni una malattia debilitante, che causa dipendenza da supporti vitali o necessita continua assistenza possa “non farcela più” fino a desiderare di morire; non si può trascurare la sofferenza, fisica e non, di chi è malato, né si può trascurare la domanda di senso che sofferenza, dipendenza e disabilità portano con sé. Però è un'illusione pensare che l'autodeterminazione fino all’eliminazione di sé sia la risposta al dramma della malattia; allo stesso modo, per il medico l’aiuto al suicidio non è una risposta e nemmeno una forma di pietà, bensì di abbandono. Piuttosto è dentro una relazione di cura, attraverso un rapporto di fiducia con professionisti di diverse discipline, che si può affrontare insieme il percorso di ogni paziente, condividendo le scelte faticose e offrendo le cure più adeguate, fino anche alla possibilità della palliazione».
Quanto sarebbe più importante aumentare l'accesso alle cure palliative (ancora oggi assai limitato)?
«Non solo sarebbe importante aumentare l’accesso alle cure palliative, ma è fondamentale anche impostare un corretto approccio al paziente già quando la malattia si avvia verso la cronicizzazione e quando i bisogni del paziente aumentano. Soprattutto per i pazienti con patologie neurodegenerative, è necessario uno sguardo globale che tenga conto dei bisogni a 360 gradi: in pratica questo vuol dire migliorare la disponibilità di presidi adeguati al progredire della disabilità, agevolare le procedure burocratiche, sostenere l'ambito familiare e relazionale. C'è molto da fare per semplificare la vita a chi già soffre per la sua malattia».


Nella petizione citate Cicely Saunders, fondatrice degli Hospice e contraria a forme di eutanasia: “Tu sei importante perché sei tu, e sei importante fino all’ultimo momento della vita. Faremo tutto ciò che è in nostro potere non solo per aiutarti a morire in pace, ma anche per farti vivere fino al momento della tua morte”. Perché è importante guardare i vostri pazienti così?
«Tutti noi abbiamo il desiderio di non essere lasciati soli e che qualcuno ci voglia bene, particolarmente quando si è in difficoltà come nel caso della malattia. Rispettare veramente la dignità umana significa guardare le persone per il loro desiderio più profondo: curando al meglio “in scienza e coscienza” con gli strumenti che si hanno a disposizione e stando di fronte al dramma umano della malattia. Troppo spesso la medicina è oggi relegata ad una procedura o una terapia da eseguire come una prestazione, all'interno di un sistema che non valorizza la possibilità di una compagnia umana. Stabilire questa relazione con i pazienti colloca il lavoro quotidiano dentro una nuova prospettiva dove la fatica può diventare soddisfazione».
Infine, c'è un appello alla società a ripensare il suo ruolo in questo delicato momento storico, "perché è attraverso forme di carità e solidarietà civile che offrono una prossimità umana al bisogno del malato e della sua famiglia, che un popolo cresce e si educa alla speranza". Quanto ne abbiamo bisogno...
«Il contesto in cui viviamo oggi porta a essere sempre più individualisti, a dare un valore a noi stessi e agli altri per quanto siamo in grado di fare, a vivere sempre “connessi” ma non in relazione. Come ripeteva spesso un amico chirurgo morto tanti anni fa e di cui è in corso la causa di beatificazione, Enzo Piccinini: bisogna non essere soli. Non essere soli ad affrontare la bellezza e la fatica della vita, un lutto, un fallimento lavorativo o scolastico, una separazione dolorosa, una malattia o la disabilità. Bisogna non essere soli. Interessarsi al bisogno degli altri e non abbandonare chi è in difficoltà ci educa a recuperare la nostra umanità e ci interpella sul significato della vita. Siamo davvero chiamati in causa tutti, medici e infermieri, ma anche giuristi, giornalisti, padri e madri, nonni, professori, educatori… avendo a cuore chi ci sta accanto, ognuno di noi può contribuire a rendere più vivibile l’ambito in cui opera».









