«Cosa sarebbe il mondo senza il dialogo? Vorrei aggiungere: che cosa sarebbe il mondo senza la preghiera? Sarebbe ancora più disumano». A quarant’anni dall’incontro voluto il 27 ottobre 1986 da Giovanni Paolo II ad Assisi, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, sottolinea l’attualità, anzi la necessità di continuare a credere nell’ascolto reciproco, nella diplomazia, nell’incontro tra le religioni per promuovere la pace.

Serve davvero il dialogo?

«Jean Monnet, uno dei fondatori dell’Europa, diceva che è meglio litigare intorno a un tavolo che ammazzarsi nei campi di battaglia. Credo che lo spirito di Assisi ci aiuti a non cedere allo spirito bellicista, spendendo le religioni sulla via del dialogo evitando che siano risucchiate dalla tentazione della sacralizzazione della violenza, dalle contrapposizioni, dalle polarizzazioni del nostro tempo».

C’è chi accusa tutto questo di ingenuità.

«Ci dicono che siamo anime belle. La verità è che non credere al valore della pace e non proclamarlo vuol dire armarsi, aumentare il cumulo di odio e di inimicizia. Io credo che questa via sia profondamente sbagliata e che possa portare – Dio ce ne scampi – sulle strade di una guerra sempre più grande e sempre più letale».

Nel 1986 il mondo era diviso in blocchi. Chi ebbe l’idea di quell’incontro e che resistenze ci furono?

«L’iniziativa fu di Giovanni Paolo II. Lo sentiva come un momento decisivo. Lo aveva annunciato a gennaio nella basilica di San Paolo dove Giovanni XXIII annunciò il Concilio. In quell’anno andò anche, primo Papa a farlo, nella sinagoga di Roma e si era raccolto, durante il viaggio in India, sulla tomba di Gandhi. Vedeva Assisi come una svolta nel pieno della Guerra fredda. In Curia il suo interlocutore fu il cardinale Roger Etchegaray. Accanto a lui c’erano padre Marcello Zago, esperto di buddhismo, e monsignor Pietro Rossano, protagonista del dialogo interreligioso nel post-Concilio. Ai primi di ottobre Giovanni Paolo II radunò una ventina di cardinali di Curia e chiese loro un parere sull’incontro che si sarebbe celebrato ad Assisi. Alcuni insistettero sul rischio del sincretismo, specie l’allora cardinale Joseph Ratzinger. Era preoccupato che si desse una immagine delle religioni come uguali e intercambiabili. Poi si ricredette, tanto che celebrò ad Assisi i vent’anni dall’evento e ricevette a Napoli i leader religiosi radunati dalla Comunità di Sant’Egidio e dal cardinale Sepe. Giovanni Paolo II era entusiasta di Assisi e del suo seguito e si gettò nella vicenda con tutta la sua forza e tutto il suo coraggio».

Qual è l’immagine più vivida ed emozionante di quel giorno?

«L’immagine che ho impresso è quella che è diventata anche la fotografia più famosa del Novecento: i leader religiosi con abiti diversi l’uno accanto all’altro sul palco davanti alla basilica inferiore di San Francesco. Rivedo il Papa al centro con una sedia uguale agli altri, molto semplice, il Dalai Lama e l’arcivescovo di Canterbury, Runcie, il rabbino Toaff... Erano tutti lì: fu un’immagine molto forte. E poi ricordo bene una cosa oggi dimenticata: il Papa chiese un giorno di tregua, in quel 27 ottobre, e alcuni movimenti di guerriglia e alcuni Stati accettarono. Fu un segnale importante. Wojtyla, così cristologico nella sua fede, non era assolutamente sincretista, ma credeva che tutte le religioni avessero un fondo di pace. E dunque potevano essere, lui lo aveva capito, l’acqua che si gettava sul fuoco della guerra. Ma potevano anche essere, se lasciate sole, la benzina che alimenta il fuoco dei conflitti».

Sant’Egidio ha continuato a mantenere vivo lo spirito di Assisi con gli incontri annuali Popoli e religioni. È stato un mandato di Giovanni Paolo II?

«Il Papa nel suo discorso finale aveva detto: “Siate tutti artigiani di pace, la pace è qualcosa che non è riservata agli specialisti”. Noi fummo molto toccati da questo. Nel primo anniversario pensammo di fare una preghiera a Roma con i leader religiosi. C’era il cardinale Martini. Fummo sorpresi dalla grande adesione dei leader religiosi nonostante una preparazione molto veloce da parte nostra. Vennero anche gli ambasciatori americano e sovietico, cosa non scontata durante la Guerra fredda. Per questa iniziativa fummo ricevuti dal Papa e lui ci chiese di continuare. Da quel momento ha seguito e incoraggiato il cammino di Assisi, indirizzando messaggi significativi a ogni edizione. Ogni anno ci riceveva per vedere personalmente il programma».

Che effetti ha avuto?

«Un effetto pacificante in situazioni critiche. Ne cito alcune: il caso di Abidjan, in Costa d’Avorio. Si erano fatti incontri locali nello spirito di Assisi. Quando in un quartiere scoppiò una forte tensione tra musulmani e cristiani, la Comunità di Sant’Egidio locale, il parroco, l’imam e il pastore protestante insieme, in nome dello spirito di Assisi, svolsero un’azione pacificante. Così anche in Pakistan, dove l’imam della moschea di Lahore, che partecipa ogni anno a questi incontri, quando ci fu un attacco di estremisti islamici a un quartiere cristiano, andò personalmente impedendo ai musulmani di scagliarsi contro i cristiani. Assisi non è stato solo un grande evento, che si ripropone ogni anno come occasione di preghiera e di dialogo, ma è uno spirito che continua a camminare. Perché è l’amicizia che sconfigge l’odio e il rancore».

Ci sono esempi recenti?

«Penso a papa Francesco e al suo successo nel dialogo interreligioso, in particolare con l’islam. Bergoglio ha partecipato a molte edizioni degli incontri nello spirito di Assisi, così come aveva fatto il grande imam di al-Azhar, al-Tayyib. Ricordo le discussioni con lui sul fatto che i cattolici facessero proselitismo. Poi ha incontrato papa Francesco ed è nata un’amicizia molto importante. Abbiamo seguito da vicino il processo giocato sull’amicizia tra i due capi, Francesco e al-Tayyib, che ha portato al documento di Abu Dhabi. Documento importante anche per il mondo musulmano in un momento di crisi in cui veniva tanto identificato con il terrorismo. Quel testo è stato un modo di dire no a uno spirito di guerra. Francesco ci ha accompagnato fino alla fine. E anche papa Leone, lo scorso anno, è venuto, ha partecipato alla preghiera e ha parlato di pace e guerra in maniera molto forte. Naturalmente la preghiera si svolge sempre in luoghi divisi: essere insieme per pregare non più uno contro l’altro, ma uno accanto all’altro. Poi si confluisce in un unico messaggio. Speriamo che il Papa si rimetta presto e che possa venire, come programmato, ad Assisi il 27 ottobre. A dire, ancora una volta, che la preghiera è un grande segno di speranza, è l’espressione della forza debole della fede dei credenti che non cedono di fronte al bellicismo imperante. Questa età che ha cancellato la pace dalla sua agenda e ha riabilitato la guerra come strumento, chiede alle religioni e alle Chiese la benedizione dei suoi conflitti: invece, al contrario, ha estremo bisogno di operatori di pace e di preghiera».