All’indomani dal Referendum sulla giustizia il titolo che ha occupato di più le pagine dei giornali, dopo il risultato referendario, è stato quello sui giovani. Il 61% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha votato No. Con Andrea Bonanomi, Professore associato di Statistica Sociale per la facoltà di Psicologia in Cattolica e ricercatore per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, cerchiamo di capire cosa ci dice questo dato e che segnale dà alla politica.

Professore di quale generazione stiamo parlando?

«La generazione Z che va dai 18 ai 30 anni, delle reti e dei nativi digitali».

Che cosa distingue politicamente questi giovani dalle generazioni precedenti?

«Sono molto più liquidi, fluidi, apartitici. Il termine ideologia non fa parte del loro vocabolario né del loro modo di fare politica. Hanno un approccio più valoriale e l’adesione è per temi, campagne e problemi non ideologica e rigida come è stata per le generazioni precedenti».

Andrea Bonanomi associato di Statistica Sociale per la facoltà di Psicologia in Cattolica e ricercatore per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo

Sono stati proprio i giovani, in larga parte, a contribuire a bocciare la riforma. Che rapporto c'è tra questa generazione e la Costituzione nata nel 1947?

«È un rapporto molto forte. Sono giovani cresciuti in un’enorme incertezza: nati nel post 11 settembre 2001, hanno attraversato la recessione finanziaria, la crisi ambientale, la pandemia e ora la stagione delle guerre. La Costituzione per loro c’è ed è solida, l’hanno fatta i loro nonni per cui nutrono grande stima e l’idea di toccarla senza sapere come è stato davvero troppo. Quel “non toccateci i nostri nonni” è stato un messaggio contro i genitori e i danni che stanno facendo in politica. L’altro aspetto decisivo è che l’unica figura politica solida e riconosciuta dai giovani è Mattarella che ha fatto sua la Costituzione e la cita in ogni occasione».

La Costituzione come strumento ancora attuale di tutela dei diritti?

«Sì, soprattutto per una generazione che fa dei diritti e dell’ambiente i capisaldi del proprio impegno».

Quanto hanno influito i social network nella formazione dell’opinione dei giovani?

«Questa generazione non si informa più con i canali tradizionali, i giornali cartacei o la Tv. Internet è il loro canale. Vivono i social come spazio di formazione delle idee, hanno un approccio più critico del nostro, distinguono ciò che è vero da ciò che è falso. Li usano non per assorbire un’idea, ma per costruirsela. Ci sono pagine che hanno milioni di visualizzazioni. E poi c’è il mondo dei podcast. Usano lo strumento per farsi domande, con un atteggiamento decisamente migliore dei boomer».

Ecco perché allora lo “spirito costituzionale” sembra aver superato la polarizzazione tipica dei social: è un segnale di maturità politica?

«Di certo non hanno apprezzato che su una materia così importante come la Costituzione, patto fondativo del nostro Paese, ci si polarizzasse in forma di “tifoserie”. Il clima da stadio – come lo chiamano loro - su un tema così sacro e importante non è piaciuto. La Costituzione per i giovani non si tocca».

C’è poi il peso decisivo dell’associazionismo e degli incontri dal vivo. Gli incontri in presenza hanno aiutato a comprendere quesiti complessi meglio del dibattito online.

«Dopo la Pandemia la partecipazione politica ha molte sfaccettature: non è solo far parte di un partito o andare a votare. Ma è parlarne, aderire alle campagne, far parte dell’associazionismo e del volontariato “di persona”. Questa è una generazione che ha fatto le superiori in Dad: per loro è l’occasione di sperimentare e mettere le mani in pasta e vedere i risultati in tempi brevi. Così hanno contezza immediata di quello che fanno. Una caratteristica di questa generazione è di non perseverare se non vedono subito i risultati. Lì sanno di fare la differenza. In più ne hanno parlato tanto a scuola, affrontando nel merito le questioni, gli aspetti tecnici, affrontando in maniera specifica il tema molto più degli adulti che si sono polarizzati a destra o a sinistra, pro o contro il Governo».

Possiamo parlare di un ritorno alla partecipazione “dal basso”? 

«Per loro la partecipazione è molto più orizzontale, destrutturata. È un’onda partita già dalle elezioni europee. Non vanno a votare alle elezioni politiche perché le vedono lontane, sono lontani dai partiti ma non dalla politica. Nelle elezioni amministrative i dati ci dicono che non votano meno degli adulti, nelle europee hanno votato circa il 2% in più degli adulti. Vanno a votare se sanno di fare la differenza».

Che rapporto hanno i giovani con la politica. Di fiducia, sfiducia o disillusione?

«Conil Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo già da più di 15 anni lavoriamo sulla condizione giovanile. Quello che notiamo è che non è vero che non c’è interesse o che è debole. È come una brace va alimentata, sennò si spegne. Ma basta poco per riaccenderla e il Referendum ce l’ha dimostrato. Partono con entusiasmo ma la mancanza di spazi di partecipazione, la mancanza di un’offerta politica che parli con loro e di loro e tutto questo diventa sfiducia, disincanto e disillusione. Ma nascono entusiasti. Di certo la struttura dei partiti italiana li fa sentire lontani. Anche se i dati nei confronti dei partiti sono in costante crescita: nel 2025 il 31% ha affermato di avere fiducia, nel 2012 era solo l’8%. Alla domanda “Senza partiti c’è democrazia?” più del 60% dice di no. Riconoscono che sono fondamentali ma l’offerta che abbiamo in Italia non li rappresenta né li coinvolge».

Che valore danno al voto?

«Vanno se capiscono che il voto può fare la differenza sennò non vanno. E questo referendum senza quorum ne è la dimostrazione. Non hanno introiettato l’idea del voto come dovere, per loro è più un diritto. Quando questo diritto gli fa dire la loro e gli fa fare la differenza allora vanno a votare».

Uno sguardo al futuro. Questo protagonismo giovanile potrebbe avere effetti anche nelle prossime elezioni?

«No, deve essere brava la politica a tener viva la fiamma. Anzi l’errore che non deve fare è di pensare di aver recuperato i giovani».

Quali sono oggi le principali richieste politiche delle nuove generazioni?

«I diritti, la politica estera (e quanto la guerra che ci circonda lede i diritti delle persone), il tema ambientale che ha mosso le generazioni in questi anni a partire dai Friday for future, esercizio di partecipazione collettiva dei giovani che non è stato valorizzato. Infine, il lavoro che è la loro grande preoccupazione».

Che cosa dovrebbe fare la politica per coinvolgere stabilmente i giovani?

«Quando un giovane si avvicina a un partito non fargli fare per dieci anni volantinaggio ma valorizzarli nelle competenze in cui fanno la differenza: il tema ambientale, le tecnologie. Avvicinarli non in quanto giovani – adesso si parla di quote giovanili nei partiti ma vorrebbe dire trattarli ancora come razza in via di estinzione – ma valorizzarli perché sono competenti».

Infine, se questo Referendum ci dice qualcosa sui giovani italiani, qual è il messaggio più importante che la politica dovrebbe cogliere?

«Che se vogliono i giovani – e lo vogliono- fanno la differenza e ci sono. Non sono sul divano, sdraiati. Hanno dato dimostrazione di partecipazione e di votare consapevolmente. Ci hanno detto chiaramente “ci siamo e sappiamo di cosa stiamo parlando”. Hanno dato un messaggio molto forte. L’affluenza alta tra i giovani è stato il risultato più bello di questo referendum».