«Però, che vita strana la nostra».

Nostra, di chi?

«Quella di Lino Banfi e Pasquale Zagaria».

Siete in due?

«Lo siamo sempre stati. Questo libro (l’autobiografia 90 non mi fai paura! – Il romanzo della mia vita pubblicato da HarperCollins, ndr), in realtà, l’abbiamo scritto a quattro mani. Zagaria è sempre stata la coscienza di Banfi. Litigavano spesso, adesso stanno facendo pace. Siamo arrivati a 90 anni, bisogna sbrigarsi. Dopo aver convissuto, dobbiamo morire insieme. Siamo pure grassi, staremo stretti durante l’ultimo viaggio, meglio restare buoni amici».

Perché dice che la vostra è stata una vita strana?

«Siamo arrivati a 90 anni senza sapere fare altro che una cosa: far ridere gli altri».

E le sembra poco? Ma per che cosa litigavate lei e Zagaria?

«In linea di massima eravamo d’accordo su tutto. Spesso però Zagaria diceva a Banfi: “Attenzione, tu sei quello che sta in primo piano, quello ammirato da tutti. Io invece sto dietro, ma ci sono anch’io. Prima di dire una cosa conta fino a dieci”. E Banfi si arrabbiava: “Ma che devo fare ancora? Mi sono fatto un mazzo così per far ridere le persone anche quando non ne avevo voglia, anche quando dentro soffrivo”».

Quand’è accaduto?

«Spesso. Come quella volta con mia moglie Lucia; quando aveva capito il male che aveva (l’Alzheimer, ndr) mi disse: “Se un giorno non ti dovessi più riconoscere?”. Io, per reagire, feci una battuta: “Vorrà dire che ci presentiamo un’altra volta”. Ma dentro di me stavo male».

Lino Banfi mentre scrive la poesia dedicata a papa Leone XIV: «Mi piacerebbe molto conoscerlo»
Lino Banfi mentre scrive la poesia dedicata a papa Leone XIV: «Mi piacerebbe molto conoscerlo»

Lino Banfi mentre scrive la poesia dedicata a papa Leone XIV: «Mi piacerebbe molto conoscerlo»

(Luigi Narici/AGF)

E Zagaria cosa le disse?

«Mi ricordava sempre questo: “Tu fai ridere gli altri, è vero, ma io sono quello che ti accompagna quando resti solo. Ti siedi sulla poltrona e ti godi i riconoscimenti: il titolo di Cavaliere di Gran Croce, l’incarico di ambasciatore Unicef, le foto con i Papi. Ma se non ci fossi stato io, Pasquale Zagaria, tu Lino Banfi non saresti esistito”. Poi alla fine si guardavano negli occhi e si dicevano: “Però guarda quanto abbiamo lavorato”. E lì scoppiava la pace».

Lino Banfi è seduto alla scrivania del suo studio ricco di ricordi e cimeli nella sua casa di Roma. Ci sono le locandine dei suoi film più famosi, le foto con i Papi che ha conosciuto, da Giovanni Paolo II a Francesco, del quale è diventato amico, la lettera di Federico Fellini («Scusami se ti scrivo a macchina, ma la mia calligrafia delle volte non la capisco neanch’io. Mi hai fatto morire dal ridere. Mi hai fatto rivivere la gioventù, quando a Rimini venivano le compagnie»), il cartonato ad altezza reale di Totò e della moglie Lucia, scomparsa nel 2023 a 85 anni dopo una lunga malattia di Alzheimer, gli auguri di Sofia Loren per le nozze d’oro, celebrate nel 2012, le lauree honoris causa, la statuetta di Oronzo Canà, il personaggio cult del film L’allenatore nel pallone.

Dietro il volto dell’uomo che per decenni ha fatto ridere, e continua a farlo, milioni di italiani c’è la stessa consapevolezza agrodolce dei grandi interpreti popolari: quella di chi sa che il mestiere dell’attore vive di momenti fugaci, di battute che sembrano leggere ma spesso custodiscono verità profonde. Una maschera, quando è autentica e imprescindibile, non si limita a divertire: diventa memoria collettiva, entra nelle case, attraversa le generazioni. Il rischio, per chi ha regalato tanto al pubblico, è spesso quello di sottovalutare il proprio lascito, di pensare alle opere imperfette, ai ruoli meno riusciti, alle occasioni mancate. Ma il tempo finisce per dare un giudizio diverso: ciò che resta non è soltanto il lavoro compiuto ma l’emozione lasciata negli altri. E quando un personaggio riesce a diventare parte dell’immaginario di un Paese, quando una voce, un gesto, un’espressione continuano a vivere anche dopo decenni allora quell’eredità vale molto più di qualsiasi oggetto destinato a consumarsi.

Lino, ma lei è nato il 9 o l’11 luglio del 1936?

«Mia madre Nunzia mi mise alla luce il 9 luglio ma la mammana diceva sempre a tutte le puerpere: “Faccio un piacere al bambino e te lo registro qualche giorno più tardi, così se è maschio, quando fa il militare ritarda un po’ la chiamata”. Se il bimbo nasceva a fine dicembre, si registrava nel nuovo anno. Quindi sui miei documenti c’è scritto 11 luglio».

Lino Banfi con il giornalista Antonio Sanfrancesco durante l'intervista
Lino Banfi con il giornalista Antonio Sanfrancesco durante l'intervista

Lino Banfi con il giornalista Antonio Sanfrancesco durante l'intervista

(Luigi Narici/AGF)

Come festeggia i suoi 90 anni?

«In realtà ho raggiunto i 30 anni di baffi e avevo promesso a me stesso che, dopo un periodo così lungo, li avrei tolti. Magari lo farò in diretta Tv. Qualcuno potrebbe aiutarmi a tagliarli un pezzo alla volta e ripercorrere così la mia storia».

Il primo ricordo della sua infanzia?

«Io che nel 1943, a sette anni, a Canosa di Puglia, faccio ridere i bambini della mia età per non farli spaventare dalle bombe della guerra che ci piovevano addosso. Mi portavo un pupazzo, una specie di Orlando Furioso fatto con molliche di pane indurite. Le mamme mi ringraziavano. Poi la guerra finì. I giornali scrissero che i bambini finalmente potevano tornare a giocare per strada in tranquillità ma io, nel frattempo, ero entrato in seminario».

Voleva diventare prete?

«Mio padre con i suoi fratelli avevano deciso che io ero quello della famiglia che doveva studiare. Le strade erano due: o prendevo la laurea in Giurisprudenza, diventavo avvocato e poi notaio o diventavo prete, poi cardinale e infine Papa. A 15 anni, una sera, convinsi un mio amico, che poi diventerà un cardiochirurgo famoso e che adesso non c’è più, a scappare dal seminario per spiare le suore del convento vicino. Gli dicevo: “Magari vediamo un braccio, una coscia mentre si spogliano”. Alla fine, ci scoprirono. Il rettore chiamò il vescovo, monsignor Giuseppe Di Donna, di cui è in corso il processo di beatificazione, un sant’uomo, e mi disse che non poteva ammettermi al Ginnasio. Io scoppiai a piangere: “Se lo sa mio padre mi ammazza”. E il vescovo, con la barba lunga che incuteva un senso di riverenza, mi guardò e mi disse: “Zagaria, gliel’ho detto tante volte, la sua missione non è quella di fare il prete ma di far ridere le persone. È una missione bellissima”. Gli chiesi perché mi diceva così. E lui: “Quando facciamo le recite sacre anche se interpreti Giuda o un ruolo drammatico la gente ti vede e ride. Forse perché hai la faccia che fa ridere”. Aveva ragione lui».

Alcuni ricordi di Lino Banfi nel suo studio
Alcuni ricordi di Lino Banfi nel suo studio

Alcuni ricordi di Lino Banfi nel suo studio

(Luigi Narici/AGF)

Il suo primo maestro di comicità chi è stato?

«Lo zio Michele, fratello di papà, quello che disse che sarei diventato Papa. Era il vero comico in famiglia. Quando facevo combattere i pupazzi lui faceva la voce: “Ti spezzo la noce del capocollo, ti metto l’intestino a tracollo, prendo il menisco e te lo metto nell’occhio”. E i bambini ridevano come matti».

Ma da Pasquale Zagaria com’è diventato Lino Banfi?

«Andai da Totò con un biglietto di raccomandazione di Graziano Iovinelli, il padrone dell’Ambra Iovinelli, il teatro romano in cui mi esibivo come comico d’avanspettacolo anche se facevo la fame e avevo i cravattari alle calcagna. C’era scritto: “Questo ragazzo è fresco di studi, è un bravo ragazzo, recita bene, non tocca i culi delle soubrette e non si perde nei congiuntivi e nei condizionali”. È la frase che mi è rimasta più impressa perché non perdersi nel congiuntivo era sinonimo di laurea, anzi di più lauree».

Totò cosa le disse?

«Arrivò elegantissimo con una vestaglia bordeaux di seta, il fazzoletto nel taschino e uno stemma dorato sotto, mi guardò e fece: “Come ti chiami?”. “Lino Zaga”, perché mi vergognavo di dire Pasquale, il mio vero nome. E lui rispose che accorciare il cognome portava sfiga e di trovarne un altro e poi mi ripeté uno scioglilingua in dialetto napoletano che avrei dovuto imparare a memoria: “Pascale spacca a me e io non sono buono a spaccare a Pascale”. Banfi spuntò fuori dall’elenco di classe del mio impresario che faceva anche il maestro elementare. Qualche mese dopo rividi Totò al Teatro Sistina, durante una serata con grandi nomi dello spettacolo, da Sofia Loren a Renato Rascel. Riuscii anche a fare una foto con lui. Ma il ricordo più bello arrivò poco dopo: mentre tutto il teatro gridava “Totò, Totò!”, dall’alto sentii una vocina che chiamava “Papà”. Era mia figlia Rosanna in braccio a mia moglie Lucia che stavano sul loggione perché io non avevo i soldi per permettermi un posto in platea. In mezzo all’ovazione per il Principe, quella fu la voce che sentii solo io e mi emozionò tantissimo».

La svolta quando arriva?

«Nel 1969 grazie a Dino De Laurentiis. Una sera sua moglie, Silvana Mangano, uscì senza dirgli niente e lui restò a casa a guardare la Tv. Io all’epoca facevo le mie cose in dialetto pugliese, storpiando italiano e latino, lui rimase incuriosito del mio personaggio e mi fece chiamare: “Quanto guadagni Banfi?”. Gli dissi la verità: 70, 80 mila lire per una posa, qualche serata e che ero amico di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Lui cercava un vivaio di giovani attori da far crescere e mi propose un contratto di un milione di lire al mese. “Va bene come cifra?”. Non ci credevo, mi sembrava di sognare. Dissi subito di sì, pronto a firmare qualsiasi cosa. Ma feci una richiesta: volevo un anticipo in contanti. Non per me, ma per la gioia di mostrarlo a mia moglie Lucia. Pensavo ai debiti da pagare e alla speranza di un futuro migliore. Grazie all’agente Mario De Simone mi diedero mezzo milione di lire in banconote. Quando arrivai a casa e le sparsi sul letto, mia moglie rimase senza parole: “Madonna mia, hai fatto una rapina in banca?”».

Lino Banfi in una foto di famiglia degli anni '70 con la moglie Lucia, scomparsa nel 2023, la figlia Rosanna, oggi 63 anni, e il figlio Walter, 58
Lino Banfi in una foto di famiglia degli anni '70 con la moglie Lucia, scomparsa nel 2023, la figlia Rosanna, oggi 63 anni, e il figlio Walter, 58

Lino Banfi in una foto di famiglia degli anni '70 con la moglie Lucia, scomparsa nel 2023, la figlia Rosanna, oggi 63 anni, e il figlio Walter, 58

(OLYCOM)

Aveva pensato di mollare tutto?

«Sì, quando un giorno l’insegnante di mia figlia Rosanna, imbarazzatissima, mi chiamò per dirmi che la bambina le aveva detto che mangiava la carne una volta al mese. Fu un colpo al cuore. Tornai a casa piangendo. Poi presi la mia Bianchina ammaccata che Ciccio Ingrassia chiamava la caldarrosta, imboccai la Tiburtina con a bordo il baule con tutte le locandine e gli abiti di scena e bruciai tutto. Chiamai mio padre per farmi raccomandare da un potente senatore della Dc di Andria, Onofrio Jannuzzi, suo amico, che mi trovò un colloquio per fare l’usciere in banca. Mia moglie Lucia, che mi è sempre stata accanto e mi ha sostenuto, mi disse la sera prima: “Io non lo voglio un marito triste che si lamenta di non aver provato a fare quello che sognava. I debiti ce li abbiamo, li pagheremo piano piano, non mollare, vai avanti. Magari un giorno ti andrà meglio”. E io l’indomani non andai al colloquio».

Cos’è stata per lei Lucia?

«Tutto. Quando ci siamo conosciuti io avevo 15 anni e lei 13. In Puglia aveva un negozio avviato da parrucchiera e lasciò tutto per seguire a Roma un mezzo matto come me che voleva fare l’artista. Nella mia carriera ho lavorato con bellissime attrici, da Gloria Guida a Edwige Fenech, ma la sera non vedevo l’ora di tornare a casa da lei e per questo non ho mai fatto vita mondana. Ogni tanto scappavamo a Cannes, dove avevo preso un appartamento così minuscolo che non riuscivo neanche ad entrare in bagno che era pure senza bidet. Era la nostra fuga d’amore».

L’incontro più bello della sua vita?

«Quello con papa Francesco, indimenticabile. Ho conosciuto anche gli altri Papi: Giovanni Paolo II, dal quale ricevetti la comunione durante il Giubileo degli artisti del 2000, e Benedetto XVI, che con Lucia andai a trovare nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano dove si era ritirato dopo le dimissioni. E spero di conoscere presto anche Leone XIV che per l’età che ha potrebbe essere quasi mio figlio e al quale ho dedicato una piccola poesia che ho scritto qui (mi mostra un tovagliolo, ndr). Con Bergoglio c’era un contatto umano speciale. Mentre parlava ti accarezzava, ti faceva sentire accolto. Una volta mi disse: “Lei riesce a farmi sorridere”. E io, scherzando, gli risposi: “Santità, allora mi nomini giullare ufficiale del Papa”. E lui mi guardò e disse: “Va bene, sei assunto”».

Con un Medico in famiglia, in onda con ascolti record per otto stagioni su Rai 1, dal 1998 al 2013, è diventato il nonno degli italiani.

«Mi viene in mente Giulio Andreotti. All’inizio quando la moglie lo guardava lui commentava sarcastico: “Hai tre lauree e stai a vedere queste sciocchezze in Tv?”. Poi però successe qualcosa. Fu proprio sua moglie a raccontarmelo durante una cena: “Caro Banfi, alla fine c’è cascato anche lui. La domenica sera è il primo a dire: ‘Andiamo a vedere nonno Libero’”. Quando lo incontrai, lo presi in giro: “Presidente, so che alla fine si è convertito anche lei”. Lui sorrise e mi fece un gesto con la mano, come a dire: “Va bene, hai vinto tu”».

Lino Banfi nel ruolo di nonno Libero e Milena Vukotic in quello di nonna Enrica in una scena della serie tv Un medico in famiglia 4 nel 2004
Lino Banfi nel ruolo di nonno Libero e Milena Vukotic in quello di nonna Enrica in una scena della serie tv Un medico in famiglia 4 nel 2004

Lino Banfi nel ruolo di nonno Libero e Milena Vukotic in quello di nonna Enrica in una scena della serie tv Un medico in famiglia 4 nel 2004

(ANSA)

L’hanno definita in tanti modi. Qual è la definizione che le piace di più?

«L’ultima che mi hanno dato, pochi giorni fa, che sarà anche il titolo del docufilm in onda l’8 luglio in prima serata su Rai 1 per il mio compleanno: Lino D’Italia – storia di un itALIENO. Quando me l’hanno detto ho sorriso e ho aggiunto: “Prima mi chiamavano Lino nazionale, poi sono diventato Lino d’Italia, a questo punto chiamatemi Lino di Mameli!”».

Qual è il pensiero che fa la sera prima di andare a dormire?

«Ne faccio tanti. Uno, però, torna sempre: parlo con Lucia. Le dico: “Perché non riesco a sognarti? Io sono tuo marito, forse ne ho più diritto degli altri”. E dentro di me immagino quasi che lei mi risponda: “Va bene così”. Poi mi vengono dei dubbi. Se un giorno dovesse succedere che finalmente la sogno, non vorrei però che fosse un sogno doloroso. Come diceva Totò, non vorrei che nascesse un “qui quo quo”. Se devo rivederla malata, sofferente, diversa da come la ricordo, allora forse è meglio così: meglio custodire il ricordo bello che ho di lei. Dopo questi pensieri faccio un po’ l’inventario della giornata e mi rivolgo a lei e a papa Francesco, perché ormai, come dico scherzando, loro due hanno aperto un ufficio di collocamento lassù: chiedo a entrambi di aiutarmi, di accompagnarmi ancora un po’».

La poesia scritta da Lino Banfi e dedicata a papa Leone XIV
La poesia scritta da Lino Banfi e dedicata a papa Leone XIV

La poesia scritta da Lino Banfi e dedicata a papa Leone XIV

Ha qualche rimpianto?

«Non aver fatto un grande film da premio, uno di quelli che vincono ai festival, con un ruolo drammatico importante. È una cosa che ho sempre desiderato. L’ultimo, Oi vita mia, che ho fatto con Pio e Amedeo mi ha dato una grande soddisfazione: interpretavo un anziano malato di Alzheimer e quel personaggio è piaciuto molto al pubblico».

La morte le fa paura?

«Un po’ sì ma è umano, credo. E comunque voi giornalisti per scrivere il mio coccodrillo (il ritratto commemorativo destinato a essere pubblicato alla morte di una personalità, ndr) dovete aspettare ancora un po’. Per questo ho preso un coccodrillo di plastica che tengo sempre qui sulla scrivania (lo mostra e fa un gesto scaramantico, ndr)».

Oltre all’ufficio di collocamento, come s’immagina l’aldilà?

«Troverò molti amici ad aspettarmi: Totò, Eduardo e Peppino De Filippo, Nino Manfredi, Gina Lollobrigida, Franco e Ciccio, e tanti altri che mi hanno voluto bene. E alla fine credo che perderò il tempo proprio così: chiacchierando, ricordando e magari facendo ancora qualche spettacolo. Perché sono sicuro di una cosa: ci divertiremo. E faremo spettacoli alla grande».