Bisogna stanziare «i pochi fondi che abbiamo per ampliare la capienza delle carceri giovanili» ed «eventualmente per trovare degli accordi in modo che dei settori di carceri e di istituti penitenziari destinati ai maggiorenni possano essere invece destinati ai minori». Lo ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio il 22 ottobre in collegamento a Sky Tg 24.

Le carceri minorili sono in effetti in sofferenza, per usare parole di Nordio, per l'aumento del 40% di detenuti minorenni all’interno degli istituti penali minorili dal 2022 a oggi. Un aumento dovuto agli inasprimenti del decreto Caivano.

Probabile – viene anche spontaneo dopo aver visto le immagini di domenica 18 ottobre a Milano – che chi ascoltava la Tv abbia pensato: «Bene, così imparano».

È un pensiero umano. Ma la domanda successiva, razionale, da parte di chi si occupa di questioni giudiziarie e ha più nozione di come stiano le cose rispetto alla media, non può che essere: «Imparano che cosa?».

La realtà carceraria italiana per adulti, più volte oggetto di procedure di infrazione da parte dell’Europa e molto borderline rispetto all’articolo 27 della Costituzione italiana, racconta di istituti spesso degradati, vecchi, e carichi di un cronico sovraffollamento (65.661 detenuti in spazi pensati per 46.812, fonte Dap 2026), che non solo ci fa chiedere: «E i minori in più dove li mettiamo?». Ma soprattutto: «A fare cosa?».

Nelle carceri per adulti un eccesso di detenuti significa non solo il degrado di convivenze forzate in spazi troppo piccoli e in condizioni igieniche precarie, vuol dire anche: lavoro, laboratori, programmi educativi, istruzione, educatori, volontari, agenti di polizia penitenziaria insufficienti al fabbisogno. Vuol dire, parcheggio in giornate vuote tutte uguali, nelle quali nella migliore delle ipotesi si giace senza peggiorare ma non si migliora, ma è difficile, perché si rischia nell’inutilità del percorso di maturarvi quantomeno rabbia sociale. Il più delle volte però invece si sostituisce il programma rieducativo mancante con un programma autogestito di corsi accelerati di educazione criminale.

Fuor di metafora, è noto che nel microclima carcerario la gerarchia dei valori è rovesciata rispetto alla società esterna: l’ascendente dei singoli si eleva in proporzione alla caratura criminale, chi entra per reati di piccolo cabotaggio rischia “dentro” di imparare i segreti del mestiere da chi sa compierne di più professionali.

E succede tanto di più se chi ci entra è un giovane che ha fatto sciocchezze anche gravi più spinto dal degrado in cui è vissuto che dalla intenzione di delinquere. E ancora di più questo accade se, a contrastare questa scuola, non ci sono dentro il carcere le risorse di una vera scuola, di un vero lavoro onesto da imparare, con educatori e professionisti in numero sufficiente adeguatamente remunerati per i tempi necessari: prospettive difficili da realizzare quando le carceri scoppiano di persone.

Il risultato è che al loro interno, anche per le leggi che hanno via via favorito le pene alternative, ci sono soprattutto criminali veri, di alto respiro, destinati a restarci a lungo, e disgraziati arrivati a delinquere e finiti “dentro” in mancanza di luoghi idonei ai domiciliari e di una rete sociale: persone destinate a uscire, senza arte né parte, una situazione che rischia di farle ricadere a breve distanza.

Il pericolo del modello proposto da Nordio, che da ex magistrato certo conosce la realtà meglio di noi, ma dato che siamo in campagna elettorale probabilmente pensa ai voti, potrebbe gli effetti indesiderati della legge n.575 del 31 maggio 1965, nota come soggiorno obbligato, adottata in risposta alla strage di Ciaculli del 1963, che prevedeva espressamente l’applicazione del soggiorno obbligato nei confronti degli «indiziati di appartenere ad associazioni mafiose» al di fuori delle regioni nelle quali le mafie sono nate: una legge che Enzo Ciconte, tra i massimi studiosi della ‘ndrangheta, definisce «criminogena», perché ha funzionato come porta d’ingresso delle mafie nel Nord Italia.

Ora portare under 18 nelle carceri per adulti dove si incontrano le professionalità del crimine rischierebbe di funzionare da contagio criminale.

Non solo, occorre tenere conto che i ragazzi minorenni che oggi entrano in carcere, minorile o adulto che sia, prima o poi ne usciranno, perché non si butta la chiave per una vetrina rotta. E allora si tratta di capire come alla società, che ha motivo di temere le loro intemperanze, convenga che escano: più delinquenti di come ci sono entrati o con una speranza di averli recuperati?

Il dove e il come qui fanno probabilmente molta differenza. La giustizia minorile finora ha puntato sulla rieducazione caso per caso, non sempre è riuscita nell’intento ma tante volte sì: l’esperienza dice che messa alla prova ai servizi sociali e collocamento in comunità riducono la recidiva più del carcere.

Siamo sicuri che ci convenga buttare a mare l’esperienza di questo diritto specifico, sull’onda emotiva, rischiando di restituire alla società con gli interessi persone più pericolose di prima? Pensiamoci, perché forse ne va della nostra sicurezza futura.