PHOTO
Un momento dei funerali di don Antonio Mazzi nella Basilica di Sant'Ambrogio a Milano
Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia che padre Massimiliano Parrella, Superiore generale della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza (Opera Don Calabria) ha pronunciato durante la liturgia delle esequie di don Antonio Mazzi celebrata nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Un lungo applauso ha accolto l'arrivo del feretro sul quale è stato posto un girasole. La chiesa è gremita dei tanti che gli hanno voluto dare l'ultimo saluto. Tra i presenti il prefetto di Milano, Claudio Sgaraglia, il sindaco, Giuseppe Sala, l'europarlamentare del Pd, Giorgio Gori, il presidente dell'Inter, Giuseppe Marotta, il presidente di Rcs, Urbano Cairo.
Fratelli e sorelle,
questa sera il Vangelo ci porta dentro una casa con le porte chiuse. Ma il problema non sono le porte. Il problema è la paura. Perché quando la paura entra nel cuore, l’uomo si chiude sempre. Si chiude dopo una delusione. Si chiude dopo un errore. Si chiude quando la vita gli è esplosa tra le mani. Si chiude quando pensa che ormai non ci sia più niente da salvare. È successo ai discepoli. Ed è successo a milioni di uomini dopo di loro.
Succede anche oggi. Succede a un ragazzo che si convince di essere soltanto la sua dipendenza. Succede a un padre che non sa più guardare negli occhi suo figlio. Succede a una madre che non riesce più a sperare. Succede a un uomo che esce dal carcere e pensa che il mondo abbia già deciso chi sarà per sempre. Succede ogni volta che uno smette di credere che la sua storia possa ancora cambiare.
E il Vangelo comincia proprio lì. Gesù non aspetta che quelle porte si aprano. Le attraversa. Entra lo stesso. Perché Dio è fatto così. Non resta fuori a dare consigli. Entra dentro le nostre paure. Entra dentro le nostre notti. Entra proprio dove tutti gli altri hanno smesso di entrare.
E forse non esiste un’immagine più bella per raccontare don Antonio.
Perché lui ha fatto questo per tutta la vita. Non ha aspettato che i ragazzi diventassero migliori. È andato lui da loro. Non ha aspettato che la strada diventasse pulita. Ci è entrato dentro. Non ha aspettato che il carcere producesse uomini nuovi. È entrato nelle celle a dire che nessuno aveva perso il diritto di essere chiamato figlio.
Ha attraversato periferie che tanti attraversavano con il finestrino chiuso.
Ha dato vita a Exodus quando sembrava una follia credere ancora in certi ragazzi.
Ha raccolto giovani che tutti definivano casi disperati e li ha restituiti alle loro famiglie. Ma il suo miracolo più grande non è stato questo. Il suo miracolo è stato un altro. Ha guardato persone che non si volevano più bene e ha detto loro, con la vita prima ancora che con le parole: «Tu vali ancora».
Perché don Antonio aveva capito una cosa che noi dimentichiamo troppo facilmente: quando un uomo cade, Dio non si allontana. Dio si avvicina. Gesù entra nel Cenacolo e la prima parola che pronuncia è: «Pace a voi». Non domanda dove fossero finiti quando lui era sulla croce. Non rinfaccia il loro tradimento. Non fa il processo alle loro paure. Regala pace. È il modo di fare di Dio. Ed è stato anche il modo di fare di don Antonio. Lui non ti inchiodava mai al tuo passato.
Non ti chiedeva: «Che cosa hai combinato?». Sembrava piuttosto chiederti: «Allora… quando ricominciamo?». Perché c’è una differenza enorme tra chi guarda un uomo e vede il suo errore e chi guarda lo stesso uomo e vede ancora il figlio che può diventare. Don Antonio aveva questo sguardo. Non vedeva tossicodipendenti. Vedeva ragazzi. Non vedeva detenuti. Vedeva uomini. Non vedeva falliti. Vedeva figli che aspettavano soltanto qualcuno abbastanza ostinato da credere ancora in loro. Ecco perché tanti gli volevano bene.
Non perché dicesse cose straordinarie. Ma perché quando eri con lui avevi la sensazione che la tua vita non fosse finita.
Permettetemi un ricordo che porterò nel cuore finché vivrò. Lo scorso Mercoledì delle Ceneri eravamo insieme, nella semplicità della Cascina. Eravamo in pochi. Don Antonio era già molto affaticato. Il corpo parlava della fatica di una vita intera consumata per gli altri. Eppure, quando ricevette le ceneri, vidi nei suoi occhi una fede limpida. Poi fu lui a imporle sul mio capo. Ricordo ancora quella mano. Era debole. Ma dentro quella mano c’era tutta la forza del Vangelo. In quel momento ho capito una cosa.
Don Antonio non era un uomo di sacrestia. Non era un prete che misurava la fede dalle cerimonie. Era un uomo che respirava Dio. La sua fede era pulita, senza trucco, senza parole inutili. Sapeva riconoscere un cammino quando ancora nessuno riusciva a vederlo. E aveva un dono che appartiene ai profeti: aprire strade proprio dove tutti erano convinti che ci fossero soltanto muri. E oggi la prima lettura ci consegna un’immagine che sembra scritta per lui. Mosè sale sul monte Nebo. Il Signore gli mostra la terra promessa. La vede. La contempla. La ama. Ma non vi entrerà. Potrebbe sembrare una sconfitta. Invece è una delle pagine più grandi della Bibbia. Perché Dio insegna che ci sono uomini chiamati non a possedere la terra promessa, ma ad aprirle la strada. Mosè non entra. Però senza Mosè nessuno ci sarebbe arrivato.


Un'immagine della camera ardente di don Antonio Mazzi allestita nella sede della Fondazione Exodus nel parco Lambro a Milano
(ANSA)Credo che anche don Antonio sia stato così. Ha passato la vita a portare uomini verso una terra che spesso lui avrebbe soltanto intravisto. Ha visto ragazzi rinascere, famiglie ricomporsi, vite rifiorire. Ma sapeva che il protagonista non era lui. Lui era semplicemente quello che indicava la strada. I grandi uomini di Dio non costruiscono monumenti a se stessi. Costruiscono ponti perché altri possano passare. Don Antonio è stato uno di questi ponti. E forse oggi il Signore gli dice le stesse parole dette a Mosè: «Hai visto la terra promessa». Perché la sua terra promessa non era un luogo. Erano i volti restituiti alla speranza. Erano figli che tornavano a vivere. Erano uomini che ricominciavano a chiamare Dio Padre.
Gesù compie un gesto bellissimo. Alita sui discepoli. Restituisce loro il respiro. E forse è proprio quello che ha fatto don Antonio per tutta la vita. Non ha semplicemente accolto ragazzi. Ha restituito loro il respiro. Ci sono uomini che vivono, ma non respirano più. Camminano, ma dentro sono morti. Sorridono, ma hanno perso ogni speranza. Don Antonio arrivava lì. E senza fare rumore rimetteva in moto la vita.
Non regalava illusioni. Regalava possibilità. Non prometteva miracoli. Diceva soltanto, con tutta la sua esistenza: «Proviamoci ancora».
E quante volte quel «proviamoci ancora» è diventato una vita nuova. Poi arriva la frase che è il cuore del Vangelo: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Gesù non dice: fermatevi qui. Non dice: costruite un ricordo. Dice: andate.


Padre Massimiliano Perrella con don Antonio Mazzi
Perché il Vangelo o cammina o smette di essere Vangelo. Ed è qui che don Antonio continua a parlarci. Lui non ci lascia un metodo. Non ci lascia una teoria. Non ci lascia uno schema educativo. Ci lascia un modo di stare al mondo. Ci lascia il coraggio di sporcarci le mani. Ci lascia il coraggio di perdere tempo con chi, tutti, considerano una perdita di tempo.
Ci lascia il coraggio di credere che nessun uomo è definitivamente perduto. Ci lascia il coraggio di vivere il Vangelo prima di spiegarlo. Perché don Antonio, prima ancora di predicare il Vangelo, lo faceva vedere. Era in tutto figlio di San Giovanni Calabria. Un Vangelo con le scarpe sporche. Un Vangelo che sapeva di carcere, di periferia, di lacrime, di pane condiviso, di notti passate ad ascoltare, di ragazzi da rincorrere cento volte senza stancarsi mai.
Don Antonio ci dice e dice ad Exodus: Andate avanti! Camminate insieme! Non fermate il Vangelo!
Tra poco accompagneremo don Antonio fuori da questa Basilica. Ma sarebbe un errore pensare che stiamo accompagnando via soltanto un uomo. In realtà oggi il Signore rimette nelle nostre mani il suo stesso sogno. Perché ci sarà sempre una periferia dove qualcuno aspetta. Ci sarà sempre una strada che tutti diranno impossibile da percorrere. Ci sarà sempre un ragazzo che penserà di essere soltanto il suo errore. Ci sarà sempre un avamposto dove sembrerà inutile andare. E proprio lì dovremo esserci.
Perché è ai confini che nasce il Vangelo. È ai confini che don Antonio ha scelto di vivere. È ai confini che continua ad aspettarci.
C’è un’ultima parola che oggi continua a risuonare dentro questa Basilica. Una parola piccola. Una parola che don Antonio amava. «Ciao!». Sembrava un saluto. In realtà era una missione. Era come dire: adesso tocca a te. Vai. Apri quella strada che tutti dicono impossibile. Costruisci un avamposto dove tutti vedono soltanto deserto. Fermati accanto a chi tutti superano. Non smettere mai di credere che Dio arriva sempre un attimo prima di noi.
Qualche giorno fa è riemerso un suo scritto. Poche righe. Ma dentro c’è tutta la sua anima:
«Il ciao è leggero come un bacio. Il ciao è dolce come un cioccolatino. Il ciao è fraterno come un abbraccio. Il ciao è travolgente come un sorriso. Il ciao è tutto, è niente, è italiano, è universale, è familiare, è maschile, è femminile, è singolare, è plurale, è laico, è religioso. Il ciao lo voglio scritto sulla mia tomba perché dice, con quattro lettere, chi sono, cosa ho fatto e cosa farò. Signore, ciao».
E allora oggi comprendiamo che quel «ciao» non era una semplice parola. Era il riassunto del suo Vangelo. Dentro quel «ciao» c’era il ragazzo che nessuno voleva più ascoltare. C’era il detenuto che aveva ancora un futuro.
C’era il tossicodipendente che restava un figlio. C’era il volontario chiamato a ricominciare ogni mattina. C’era un Dio che non chiude mai la porta a nessuno. C’era la certezza che la speranza è sempre più ostinata della disperazione.
Per questo oggi non ti salutiamo guardando indietro. Ti salutiamo guardando avanti. Perché il tuo «ciao» non chiude una storia. Ne apre infinite altre.
Ciao, don Antonio.
Proveremo a cercare chi nessuno cerca. Ciao.
Proveremo a credere in chi nessuno crede più. Ciao.
Proveremo ad aprire strade impossibili dove tutti vedono muri. Ciao.
Proveremo a costruire avamposti di speranza nelle periferie dell’uomo. Ciao.
Proveremo a sporcarci le mani perché il Vangelo abbia ancora le scarpe impolverate delle nostre strade. Ciao.
Proveremo a chiamare figli quelli che il mondo continua a chiamare falliti.
Ciao.
Continueremo a credere, come hai creduto tu, che Dio è padre sempre e per tutti.
E quando un giorno ci chiederanno che cosa ci hai lasciato, don Antonio, non risponderemo con un’opera, con una fondazione, con un libro o con un ricordo.
Risponderemo: la sua.
E una parola,
piccola come un saluto ma grande come il Vangelo.
Ciao!








