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Controlli alla stazione Cadorna di Milano
Movimento 17 ottobre non è un nome, ma una data, la data della manifestazione contro il carovita del 17 ottobre a Milano (e in diverse città italiane), per la gran parte pacifica ma poi parzialmente degenerata in danneggiamenti, e infine seguita il 18 ottobre dalle devastazioni compiute da giovanissimi hanno assalito le vetrine del centro di Milano.
Il nome sintetizzato anche nella sigla,M1710, è comparso dopo la manifestazione, attraverso comunicati e “card” sui social network (le card sono elaborazioni grafiche che raggruppano informazioni in modo immediato e accattivante).
Il movimento si definisce in negativo: niente partiti, niente, sigle, niente rappresentanze, niente portavoce da invitare nei talk, niente sede da perquisire, niente nome politicamente connotato, ma una data che appartiene a tutti. Si definisce “un processo”, non una organizzazione. «Siamo», scrivono, «giovani che hanno deciso di smettere di aspettare». E ancora: «Siamo un processo: un movimento non strutturato nato per prendere iniziativa e far avanzare la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia. Prima di chiederci cosa chiedere, vogliamo capire insieme perché ci è stato tolto tutto,
chi ce l’ha tolto e come riprendercelo».
Rivendicano l’assenza di struttura come una scelta politica. E individuano bersagli di cui dicono di non fidarsi: le istituzioni e l’attuale governo che accusano di autoritarismo. Le strutture politiche classiche, partiti e sindacati ritenuti parte del sistema che contestano. Dicono di tutelarsi con questa forma destrutturata «dalla repressione dello stato e dei fascisti» accusati di repressione preventiva verso chi
scende in piazza.
A quello che si comprende il M1710 non sarebbe l’organizzatore di quella manifestazione, radunata sotto la rete “Italia in piazza” ma una emanazione successiva al fine settimana di proteste trasformatosi il 18 ottobre nell’assalto dei ragazzini ai negozi del centro di Milano. Violenze dalle quali la comunicazione social del movimento non ha preso le distanze ma ha controbattuto al grido di «i violenti siete voi che ci avete negato il futuro».
MODELLI STRANIERI
Dicono di aver studiato le esperienze di chi nel mondo ha messo in difficoltà le istituzioni senza una leadership definita: le mobilitazioni in Egitto e Tunisia, a Hong Kong 2019 ("be water"), in Sudan, Algeria, Libano, Cile 2019, i movimenti Indignados e Occupy, gli studenti serbi, la Gen Z in Marocco, studiando tanto i successi quanto le sconfitte di chi ha subito repressioni o si è progressivamente sfaldato per imparare. L’obiettivo sarebbe una mobilitazione permanente, fino alla caduta del Governo italiano, il loro linguaggio mescola rivendicazioni sociali e toni antagonistici, ma niente che finora sembri riconducibile a una eterodirezione.
MODALITÀ LIQUIDA
Come intendano mettere in pratica questa modalità liquida (problematica da intercettare ma anche illegale se sfocia in manifestazioni non autorizzate), sfruttando l’agilità dei social, lo hanno dimostrato il 23 ottobre cambiando in corsa le piazze in cui avevano deciso di incontrarsi, annullando quanto programmato fin lì e stabilendo che avrebbero ricomunicato via social solo mezz’ora prima alle 14.30 del 24 ottobre l’appuntamento per le 15, ora dell’appuntamento fisso di ogni sabato nelle piazze che si prefiggono.
Nelle chat del gruppo, lo strumento di comunicazione e di convocazione all’impronta, con l’obiettivo di depistare le forze dell’ordine e con una dinamica presa a prestito dai “rave” clandestini. Ai prontuari per tutelarsi in piazza dalle cariche e dai lacrimogeni, sorta di manuali per manifestanti alle prime armi, nelle ultime ore sarebbero arrivati quelli per criptare i messaggi.
La parola d’ordine è “fluidità” presa a prestito dallo slogan “be water”, comportati come l’acqua, citazione da Bruce Lee e utilizzata a Hong Kong e dai movimenti Occupy per rendere agili e meno prevedibili le loro occupazioni.
CHI C’È DIETRO
Dietro la chat del movimento sarebbe stato identificato in base a quanto emerso, Youssef Siher, un trentenne italiano di seconda generazione di origini marocchine, laureato alla Statale di Milano, con interessi di ricerca in ambito geopolitico, in stage nel 2024 all’Ispi con cui da allora non ha più collaborato, residente in provincia di Brescia, è indagato dalla Procura di Milano per istigazione a delinquere aggravata.









