Il “me ne frego” che sentiamo tornare d’attualità, usato in politica, (il generale Vannacci lo ha usato nel suo video di benvenuto a Cernobbio) non è solo una espressione dalla sfumatura volgare, è un motto che ha storicamente una connotazione molto precisa. Non è un caso che sia stata scelta per dare il titolo a Me ne frego!, il fascismo e la lingua italiana, documentario che la linguista Valeria Della Valle, accademica della Crusca, ha firmato nel 2014 per Istituto Luce per la regia di Vanni Gandolfo.

LA STORIA E LE ORIGINI

La copertina del libro Le parole del fascismo

Nel glossario che ha firmato nel 2023 nel libro Le parole del Fascismo come la dittatura ha cambiato l’italiano, Della Valle chiarisce l’origine del motto e il ruolo di Gabriele D’Annunzio, cui viene spesso attribuito. Secondo la ricostruzione di Della Valle: «La frase (già in uso tra gli Arditi, reparti d’assalto di fanteria della Prima guerra mondiale ndr.) risalirebbe, secondo una tradizione non documentata, alla scritta che un soldato ferito si era fatto scrivere col sangue sulle bende che gli fasciavano il capo, come incitamento a continuare la battaglia. Sempre secondo la tradizione, il 15 giugno 1918, durante la battaglia battezzata da D’Annunzio come “battaglia del solstizio”, il maggiore Luigi Freguglia assegnò al capitano Pietro Zaninelli la missione rischiosissima di riconquistare un caposaldo austriaco sul Montello e il giovane capitano, che morì a 23 anni nel tentativo disperato, avrebbe risposto: “Signor comandante io me ne frego, si fa ciò che si ha da fare per il re e per la patria”. D’Annunzio fece ricamare in oro la frase al centro del gagliardetto azzurro della squadra dei legionari fiumani. L’11 gennaio 1920, nel proclama Il Sacco di Fiume, incitando i legionari alla vendetta, D’Annunzio scrisse: “Il motto è crudo. Ma a Fiume la mia gente non ha paura di nulla, neppure delle parole”. Fin qui, la preistoria del motto, che poi fu adottato dagli squadristi. Nella voce “Fascismo”, firmata nel 1932 da Mussolini nel vol. XIV dell’Enciclopedia Italiana di Lettere, Arti e Scienze si legge: «L’orgoglioso motto squadrista Me ne frego, scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto stoica, è il sunto di una dottrina non soltanto politica: è l’educazione al combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comporta, è un nuovo stile di vita italiano». Dal 1936 circolò con successo la canzone Me ne frego, cantata da Aldo Masseglia».

Di lì in poi, a lungo l’espressione “Me ne frego” è stata l’emblema di quei trascorsi e ha assunto una connotazione politicamente inequivocabile e a lungo impresentabile: «Tanto che», spiega Valeria Della Valle che abbiamo contattato, «per molto tempoci si è astenuti dall’adoperarla proprio perché citava Mussolini e il fascismo, adesso, invece, vedo che viene usata molto frequentemente in contesti non politici, da molti quasi fosse un’espressione qualunque, neutra, stessa sorte di “Non mollare” , (non tutti conoscono il riferimento al motto neofascista “Boia chi molla”, è capitato, per esempio, che nel calcio si sia portata una maglietta con la scritta senza sapere o giustificandosi di non sapere ndr). Nel 2020 a Sanremo, per esempio, il cantante Achille Lauro si presentò con una canzone intitolata proprio Me ne frego: un testo con un contenuto intimista, privo di allusioni politiche, del tutto avulso dalla storia di cui stiamo parlando, di cui probabilmente il cantante non aveva contezza alcuna».

Italian singer Achille Lauro (R) performs during the 70th Sanremo Italian Song Festival, Sanremo, Italy, 04 February 2020. The festival runs from 04 to 08 February. ANSA/ETTORE FERRARI
Italian singer Achille Lauro (R) performs during the 70th Sanremo Italian Song Festival, Sanremo, Italy, 04 February 2020. The festival runs from 04 to 08 February. ANSA/ETTORE FERRARI
Achille Lauro al festival di Sanremo 2020 (ANSA)

CITAZIONI INCONSAPEVOLI E COMPIACIMENTO CONSAPEVOLE

E infatti con il passare dei decenni, come riporta il Dizionario Treccani 2008, “fregarsene” ha preso a entrare nel discorso in modo più generico, significando un colorito disinteresse, in diverse accezioni: «sia l’amore del proprio comodo, sia un atteggiamento che rifugge da compromessi, sia una strafottente arroganza».

Oggi invece il “me ne frego” torna nel dibattito pubblico come citazione consapevole e inequivocabile, sdoganata, seminata su un terreno che magari solo in parte la accoglie consapevolmente e per altra parte vi può aderire percependola come un invito all’individualismo sfrenato anche senza sapere tutta la storia: «Io temo», spiega Valeria Della Valle, che soprattutto molti giovani la ricevano con scarsa o nulla consapevolezza della connotazione storica e che tanti la ripetano senza sapere quello che citano, mentre dall’altra parte chi la adopera in politica lo fa consapevolmente, sapendo bene che cosa e chi sta citando: non solo non se ne imbarazza più, ma ostenta con compiacimento».

Caso del tutto diverso, invece, e niente a che vedere con la citazione del fascismo, semmai ironia solo ironia da parte di Michele Serra che, da direttore del settimanale satirico Cuore, intitolò E chi se ne frega (segno dissacrante di presa in giro dell’interesse spasmodico anziché per la cosa pubblica per il gossip anche politico) la rassegna stampa delle notizie più inutili, frivole e futili trovate sulla stampa italiana a inizio anni Novanta.

ANSA
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La scritta I care a Barbiana

I CARE, IL MOTTO DI DON LORENZO MILANI PER CONTRAPPOSIZIONE

C’entra eccome invece, al contrario, il motto I care che don Lorenzo Milani teneva sulla porta della sua camera affacciata alla stanza che fungeva da scuola della minuscola canonica di Barbiana don Lorenzo Milani.

Una scelta, consapevole, educativa, per contrapposizione, che nella Lettera ai giudici, una memoria difensiva inviata alla Corte che doveva giudicarlo per apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza, prima che diventasse legge, il priore di Barbiana spiegò così: «Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all'ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. Su una parete della nostra scuola c'è scritto grande "I care”. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”».