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Oggi che la vicenda della culla termica di Bari torna a far discutere, recuperiamo questa nostra intervista realizzata nel 2021 a don Antonio Ruccia, all’indomani del ritrovamento del piccolo Luigi nella parrocchia di San Giovanni Battista: una testimonianza che ricostruisce quei momenti e il senso che il sacerdote attribuì a quella esperienza.
L’intervista
«Quando è suonato l’allarme, pensavo a uno scherzo, invece dentro c’era lui. Ho provato un senso di paternità. Non è stato un abbandono, ma un affido».
Offrire un’alternativa per dire sì alla vita. Entrare in relazione con il mondo, che spesso quella vita la distrugge, attraverso un gesto di accoglienza. Insomma, evangelizzare in modo nuovo. Tutto questo rappresenta la culla termica per don Antonio Ruccia che, insieme alla comunità, l’ha voluta nella parrocchia di San Giovanni Battista in Bari: «Un segno, una proposta, un’ultima possibilità. Un vero inno alla vita che non va mai sprecata perché nessun bambino è un errore».
Erano le 8.15 del 19 luglio scorso quando è suonato il cellulare del sacerdote. Era in sagrestia con un altro prete che si stava preparando alla celebrazione della Messa e sul display ha visto lampeggiare “Culla”. Il primo pensiero è stato che si trattasse di uno scherzo: «Che qualcuno ci avesse messo dentro un peso, un sasso o un libro, motivo scatenante della chiamata». Quando poi ha aperto la culla termica, «con meraviglia e commozione ho trovato un bimbo che piangeva».
Ad accompagnarlo solo un biglietto: «Il suo nome è Luigi. Ti ameremo per sempre».
La prima cosa che ha fatto don Antonio è stata chiamare il 118; «Freddamente ho chiesto di mandarmi un’ambulanza con un medico e ho detto, a chiunque fosse intorno a me, di non toccare il piccolo».
Nel frattempo ha contattato il primario di Neonatologia del Policlinico della città, «il professor Nicola Laforgia con cui nel 2015 era nato il progetto della culla, tra comunità parrocchiale e istituzione pubblica, come segno di accoglienza alla vita». Il professore, a sua volta, ha allertato il reparto.
Intanto, sopraggiunta l’ambulanza, «tra lo stupore e le dovute attenzioni, il bimbo è stato caricato e mi hanno invitato a seguirlo con la mia macchina fino all’ospedale». Lì, ad accoglierlo, un clima di festa: «La dottoressa di turno mi ha suggerito di prenderlo tra le braccia. Ho provato quel “senso” di paternità mai avuto prima».
Don Antonio ancora si emoziona ripensando a quegli attimi concitati: «Con lui ho provato quel senso di responsabilità che è incancellabile e accomuna tutti i bimbi che vengono al mondo. Ho salvato una vita, un dono immenso da non sprecare. Con grande serenità mi è stata posta la sua vita nelle mani e io l’ho consegnata – tramite il tribunale – con l’auspicio che la famiglia designata (che non conoscono, ndr) possa oggi dargli ciò che è dovuto a un figlio naturale».
In una catena virtuosa di responsabilità. «Siamo tutti responsabili di questo piccolo: la famiglia di Luigi che l’ha affidato alla parrocchia, chi l’ha accolto, e la comunità che è e sarà voce di questo e di ogni bimbo».
È la stessa responsabilità «che riguarda ciascuno di noi. Proprio come accade anche nella pandemia dove nessuno si salva da solo, anche chi “affida” un piccolo mostra come tutti siamo responsabili dell’amore e della vita di ciascuno».
Ed ecco la culla, allora, a servizio della vita che, a sua volta, «è a servizio del mondo». Era il primo anno di incarico in parrocchia per don Antonio – dopo l’esperienza entusiasmante tra i poveri come direttore Caritas – quando è nata l’idea, «meditando il brano lucano della natività di san Giovanni Battista. Partorito in tarda età, Giovanni entra nella scena del mondo sconvolgendo tutti e superando gli schemi tradizionali ebraici. Schemi rinvenibili anche in alcuni spunti di cronaca: un bambino lasciato in una culla termica della Sicilia e quei piccoli, spesso non accompagnati, arrivati sui gommoni dei migranti».
Don Antonio, nel suo stile appassionato e profetico, coinvolge la comunità sottolineando come di fronte all’invecchiamento del quartiere e con il Policlinico a poca distanza si possa offrire, attraverso la prima culla termica di Puglia, «un’occasione di nuova evangelizzazione. Mostrare la Chiesa come luogo di dialogo e in relazione con il mondo; Chiesa Vangelo aperto in cui scrivere nuove parole d’amore con gesti pro-vocatori».
Il gesto compiuto dai genitori del “piccolo Luigi”, infatti, non è un abbandono, ma un affido come recita il sottotitolo del libro nato da questa esperienza È vita! Storia di un bambino scartato, abbandonato... affidato (Pozzo di Giacobbe).
«Mostra la piena fiducia verso la comunità parrocchiale di San Giovanni Battista. Senza giudicare nessuno, Luigi è un fiore che non è stato tagliato, ma trapiantato».
In questo tempo così tormentato «è l’icona della rinascita. Il segno più bello e luminoso che la vita è il grande dono della libertà che nessuno deve tarpare, ma deve far volare. Nel pieno dell’emergenza Luigi si è fatto largo e ha provato a dirci che ogni vagito è un inno di amore e di libertà».









