Dal Dopoguerra a oggi in Italia circa un milione di bambini sono stati abbandonati dai genitori e affidati ai brefotrofi e agli orfanotrofi. Un fenomeno che per diversi motivi si è ridotto col tempo, fino a che questo tipo di strutture di accoglienza, alla fine degli anni Novanta, sono state chiuse. Come l’Istituto provinciale per l’infanzia di Bari.

Il regista Alessandro Piva ha voluto ricostruirne la storia insieme a quella di alcuni di quei bambini andati in adozione, in un documentario intitolato Fratelli di culla.

Dal Dopoguerra alla fine degli anni Novanta, l’ex brefotrofio di Bari ha accolto migliaia di bambini (fino ai tre anni di età). Il documentario dà voce a chi si occupava di loro e a uomini e donne che lì hanno trascorso i primi mesi di vita. Storie spesso incredibili, drammatiche ma anche piene di speranza, con quel vuoto nel cuore con cui convivere se si è consapevoli di non avere mai conosciuto né il nome né il volto di chi ci ha fatti venire al mondo.

Storie come quella di Maria Patruno, adottata a sette mesi da una coppia già avanti con gli anni. «Quando avevo circa sei anni», ricorda, «i bambini del cortile per prendermi in giro mi dicevano che ero stata in carcere. Non capivo quella frase e chiesi a mia madre. A quel punto mi svelò la verità: il carcere nella fantasia dei bambini era il brefotrofio. Ho voluto andare a vederlo, ai miei occhi appariva come un gigantesco asilo. Col tempo ho sviluppato il desiderio di sapere chi mi avesse messo al mondo. Mia madre mi incoraggiava, diceva che anche lei avrebbe voluto conoscerla per ringraziarla perché ero stata un dono nella sua vita. Ma la legge mi chiudeva tutte le porte. Nessuno poteva rivelarmi il nome della donna che mi aveva partorito. Ho fatto di tutto: sono andata a Chi l’ha visto?, mi sono fatta aiutare da un avvocato dell’associazione Penelope, mi sono sottoposta a un test genetico fai da te di un laboratorio del Texas che poi mette in rete i Dna».

Da lì, seguendo la traccia di un lontanissimo parente, e molte altre ricerche dopo, Maria è arrivata a sua madre. «Ci siamo incontrate nel giorno e nell’ora in cui ero nata. Dopo il parto mi avevano portato subito via e lei non mi aveva mai vista. Aveva 21 anni, fu la famiglia a costringerla a non tenermi con sé. Poi lei si era sposata, aveva avuto altri figli. Dopo quell’incontro l’ho lasciata alla sua vita, mi era bastato poterla vedere e conoscere la sua storia. La mia mamma restava quella che mi aveva cresciuta e che ho accudito fino all’ultimo giorno».

La testimonianza di Michele Cornello

Michele Cornello in quel brefotrofio ci è rimasto un anno e mezzo. «Non ho ricordi dell’istituto, sono sempre stato convinto che mamma e papà fossero i miei veri genitori. È stato alla vigilia del mio matrimonio, a 28 anni, che ho avuto il primo vago sospetto sulle mie origini. Il giorno in cui dovevo recarmi al Policlinico di Bari per recuperare il certificato di nascita trovai davanti all’ingresso dell’ospedale mio padre che aveva già il documento in mano. Mi è sembrato strano da parte sua che avesse voluto anticiparmi, ne parlai con la mia futura moglie, ma poi finii per non pensarci più».

Qualche anno dopo una collega della moglie di Michele, durante una banalissima conversazione, pronunciò una frase che per lei era normale: «Non ricordo più chi tra tuo marito e sua sorella fosse stato adottato». Lo strano episodio di tanti anni prima acquistava un senso. «Scoprii così», prosegue Michele, «che tutti nel quartiere sapevano che ero adottato, ma per un senso di protezione nessuno mi aveva mai detto nulla. Oltretutto abitavamo nel palazzo di fronte al brefotrofio. Mio padre era già morto e mia madre era così anziana e vulnerabile che non volli rivelarle nulla. Ma da quel momento decisi che avrei fatto di tutto per scoprire chi fosse mia madre. Non volevo rimproverarle nulla né rivendicare alcunché, solo sapere se ero nato da un atto d’amore».

Per Michele è stata una ricerca molto complicata. «Ero stato registrato all’anagrafe come Mario e un cognome fittizio, Cervellini, ma in casa tutti mi avevano sempre chiamato Michele. Dopo tanta fatica e ostinazione ho trovato il nome di mia madre e ho scoperto che era ancora viva. Alla fine accettò di conoscermi. Scoprii che era una vedova di un militare caduto in guerra e con un figlio quando si innamorò, ricambiata, di un uomo più giovane. Rimase incinta, lui voleva sposarla, ma la famiglia lo ostacolò in ogni modo. E in quell’epoca, soprattutto al Sud, era un disonore crescere un bambino senza il padre. Così, dopo la nascita, mi affidò al brefotrofio e durante i primi mesi venne anche a trovarmi.

Dopo quel primo incontro ce ne sono stati altri, le sono stato vicino negli ultimi anni della sua vita. E questo per me è stato un conforto, pur consapevole di essere stato fortunato a crescere nella mia famiglia adottiva, perché sono un uomo felice, con due figli, tre nipoti, e ho ricevuto tanto amore».

Il commento dell’arcivescovo di Bari

Tra le persone che hanno assistito alla prima proiezione di Fratelli di culla c’era anche l’arcivescovo di Bari, monsignor Giuseppe Satriano, presente come ecclesiastico ma anche come figlio di un uomo cresciuto nel brefotrofio di Roma e poi adottato: «La vita di mio padre è stata serena, ma il desiderio di poter conoscere la sua mamma non lo ha mai abbandonato. Nei suoi ultimi istanti di vita, mentre si congedava da noi figli, ebbe la forza di dirci: “Vado a conoscere mia madre”».

Che emozioni le ha suscitato la visione del documentario?
«Il regista, sensibile e attento, è stato capace di creare una narrazione avvincente che ha reso il brefotrofio di Bari, e la sua opera benemerita, uno scrigno di emozioni feconde».

Come vescovo di Bari conosceva già la lunga storia dell’orfanotrofio?
«No, e da spettatore mi sono sentito accompagnato dentro la vita dei protagonisti. Le loro storie ancora vibranti toccano il cuore. Sono vite cariche di dolore e di gioia, di bellezza e di tristezza, trasudano verità».

Secondo lei la Chiesa che ruolo ha esercitato in questo fenomeno a due facce, da un lato l’abbandono e dall’altro l’accoglienza?
«Erano gli anni del Dopoguerra, anni di ricostruzione di una identità di popolo. La Chiesa ha accolto la sfida di quel disagio, scegliendo la strada della prossimità. Soprattutto gli istituti religiosi femminili sono scesi in prima linea. A Bari le Ancelle della Carità si sono rivelate un concentrato di umanità e sono state capaci di realizzare, con le operatrici sanitarie, una pagina bella della storia di questa città».