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Overtourism non è solo uno slogan, e un indicatore preciso che viene misurato in Italia dall'Indice Complessivo di Sovraffollamento Turistico (ICST) elaborato dall'Istituto Demoskopika che si basa su cinque variabil: ma su cinque variabili che misurano il peso reale del turismo su un territorio: densità turistica, densità ricettiva, intensità turistica, tasso di utilizzazione lorda delle strutture ricettive e quota di rifiuti urbani attribuibili al settore. In questo indice ai primi posti ci sono le province di Rimini, Venezia e Bolzano seguite, in ordine da, Livorno, Napoli, Milano, Trento, Roma, Verona e Trieste: dieci province dove la pressione turistiche è tale da mettere a rischio l’equilibro delle zona, sia in termine di vivibilità, sia per l’impatto sull’ambiente, ciò generando nei cittadini una reazione contro il turismo di massa.


Hanno cominciato gli spagnoli, i francesi e quest’estate si stanno facendo sentire anche voci di cittadini italiani, con proteste a volte pittoresche, come quelle dei cartelli stradali che invitano i turisti a tornare indietro, e riflessioni più articolate a cui abbiamo deciso di dare voce.
Una di queste è quella di Irene Renei, scrittrice, blogger, attivista, che vive nel Golfo di La Spezia, vicino a Portovenere
«Ci troviamo spesso in questi giorni a scrollare reel su Instagram o a leggere articoli in cui si parla di overtourism. Siamo sicuri di saper comprendere appieno il significato di questa parola? Perché se è vero che come primo significato si intende un numero di visitatori talmente alto da superare la capacità di carico del territorio, è anche vero che spesso i residenti del luogo si sentano manlevati da ogni responsabilità.
Mentre l'overtourism riguarda tutti.
Riguarda anche chi, vivendo in un luogo, non ne rispetti la natura primaria; chi, come abbiamo visto in molti video girati a Ferragosto, pensi sia normale riunirsi in baie e insenature naturali, calare decine e decine di ancore a pochi metri di distanza, spesso in fondali delicati e protetti, per dar vita a un Boat Party.
Riguarda chi gestisce un rifugio a duemila metri di altitudine e decide di alzare il volume delle casse esterne come fosse il proprietario di una discoteca, violando il silenzio sacro delle montagne innevate, coprendo eventuali segnali sonori di valanghe e non rispettando la natura dei luoghi.


È overtourism quello che distruggerà il territorio raro e fragile delle Cinque Terre, ma quanta responsabilità hanno i residenti in questo gioco al massacro della loro terra, e quanta ne ha la cultura del denaro e del profitto che ci hanno instillato negli ultimi vent'anni? Molte famiglie del posto, davanti alla promessa di un guadagno sicuro, hanno scelto di trasformare le proprie case storiche in affitti brevi, trasferendosi nei centri vicini. Così si è spenta la vita reale dei borghi: dove un tempo c'erano vicini di casa che si salutavano dalle finestre e piccole botteghe di quartiere, oggi troviamo solo appartamenti turistici e locali di ristorazione rapida nati solo per accogliere chi resta poche ore.
Abbiamo firmato così la condanna a morte dei paesi e forse anche la nostra. Persa l'anima, è rimasta la cornice e tante calamite da attaccare ai frigoriferi. E se è vero che la politica ha assecondato questa corsa all'oro invece di guidarla, è vero che i cittadini hanno idolatrato il vitello d'oro come unico dio, senza rendersi conto che non sempre avere le tasche piene è sinonimo di una vita felice.


Pensiamoci, quando da residenti delle nostre bellissime città ci sentiamo innocenti e, anzi, lesi dall'overtourism. Perché la verità è che siamo tutti parte dello stesso smarrimento. Nel momento in cui decidiamo di trasformare in profitto ogni singolo angolo della nostra storia, smettiamo di essere custodi e diventiamo venditori. Cediamo alla tentazione di svuotare i nostri borghi per una sicurezza immediata, dimenticando che la bellezza che stiamo offrendo non ci appartiene: ci è stata semplicemente affidata affinché la proteggessimo.


Il modo così distratto con cui oggi attraversiamo Venezia, Vernazza o i sentieri più silenziosi della montagna è lo stesso che ci spinge ad aprire le porte delle nostre case al miglior offerente. Abbiamo barattato l'emozione profonda e silenziosa del viaggio con il bisogno continuo di consumare esperienze. Cerchiamo conferme attraverso uno schermo, convinti che il mondo sia solo lo sfondo perfetto per i nostri ricordi virtuali, pretendendo che la natura o la storia si adattino ai nostri ritmi. Eppure le Cinque Terre, così come la Fontana di Trevi o il Colosseo, sono arrivate fino a noi grazie all'amore sensibile di chi ci ha preceduto, capace di fermarsi e fare un passo indietro.
Finché non ritroveremo il senso della cura, del limite e di ciò che è sacro, resteremo tutti intrappolati in questo cerchio, un po' vittime e un po' responsabili. Non ci sono tornelli o divieti che possano davvero salvare un luogo se prima non aiutiamo noi stessi a riscoprire lo stupore, a guardare il mondo con occhi più gentili e a ricordare che abitare la bellezza è, prima di tutto, un atto d'amore e di responsabilità».










