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Dopo oltre due anni di indagini, udienze e polemiche mediatiche, il processo sul cosiddetto Pandoro-gate si è chiuso con l’assoluzione di Chiara Ferragni dall’accusa di truffa aggravata per una vicenda che ha coinvolto due prodotti alimentari legati a iniziative di beneficenza. La decisione del giudice della terza sezione penale di Milano, Ilio Mannucci Pacini, rappresenta una prima conclusione di un iter giudiziario complesso che ha visto l’influencer e imprenditrice digitale al centro di accesi dibattiti pubblici e giudiziari.


Le origini del caso: pandoro e uova di Pasqua
La genesi della vicenda risale agli anni 2021-2022, quando la società di Chiara Ferragni promosse due iniziative commerciali con presunti fini benefici:
- il Pandoro Balocco “Pink Christmas” per il periodo natalizio, realizzato in collaborazione con la storica azienda dolciaria Balocco;
- le Uova di Pasqua “Sosteniamo i Bambini delle Fate” per la Pasqua.
Secondo l’accusa formulata dalla Procura di Milano, queste campagne pubblicitarie avrebbero indotto i consumatori a credere che l’acquisto dei prodotti avrebbe automaticamente comportato la devoluzione di parte del ricavato in beneficenza a specifici progetti sociali. Secondo la Procura, la comunicazione delle iniziative sarebbe stata fuorviante e avrebbe determinato un ingiusto profitto per le società dell’imprenditrice, stimato in circa 2,2 milioni di euro.
Le indagini preliminari si conclusero nell’ottobre 2024 con il deposito degli atti da parte del procuratore aggiunto Eugenio Fusco e del pm Cristian Barilli, che ipotizzarono il reato di truffa continuata e aggravata nei confronti di Ferragni e di tre altri indagati, tra cui il suo ex braccio destro Fabio Maria Damato, una manager e il presidente di Cerealitalia, Francesco Cannillo.
Nei mesi successivi, la vicenda approdò in tribunale con citazione diretta a giudizio: la prima udienza fu fissata a 23 settembre 2025 davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Milano.
La Procura contestava a Ferragni e agli altri imputati di aver promosso le iniziative con messaggi ingannevoli, facendo intendere che la differenza di prezzo rispetto ai prodotti tradizionali fosse legata alla beneficenza, mentre – secondo l’accusa – tale legame non avrebbe avuto una base contrattuale chiara o continuativa.


Fronti amministrativi, donazioni e risarcimenti
Parallelamente alla vicenda penale, si sviluppò anche un fronte amministrativo e civile. Secondo fonti giornalistiche, Ferragni avrebbe versato complessivamente circa 3,4 milioni di euro tra risarcimenti ai consumatori e donazioni ad enti benefici durante i mesi dell’indagine, con lo scopo di chiudere i contenziosi e sanare criticità comunicative evidenziate dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM).
Gli stessi difensori dell’imprenditrice sottolinearono che molte delle criticità contestate riguardassero errori di comunicazione piuttosto che dolo, e che molte questioni fossero già state affrontate e risolte in sede amministrativa. Nel processo con rito abbreviato – scelta difensiva che consente una sentenza senza dibattimento pieno ma con riduzione di termini – l’accusa chiese per Ferragni una condanna a un anno e otto mesi di reclusione, mentre per gli altri coimputati furono avanzate richieste analoghe (circa un anno per Cannillo). Ferragni si è sempre dichiarata innocente, ribadendo di aver agito «in buona fede» e di non aver tratto alcun profitto illecito dalle iniziative, ma piuttosto di aver riallocato risorse per sanare interpretazioni fuorvianti delle campagne promozionali. La sentenza pronunciata il 14 gennaio 2026 chiude questa fase dell’iter giudiziario:
- il giudice ha assolto Chiara Ferragni dall’accusa di truffa aggravata;
- non è stata riconosciuta l’aggravante della “minorata difesa dei consumatori”, elemento chiave per la procedibilità d’ufficio senza querela;
- il reato è stato riqualificato in truffa semplice e quindi prosciolto per estinzione, anche in ragione del ritiro della querela da parte del Codacons, ottenuto in seguito a un accordo risarcitorio.
Anche gli altri coimputati, Damato e Cannillo, hanno beneficiato dello stesso proscioglimento.
L’assoluzione rappresenta una prima conclusione processuale per Ferragni, ma non elimina del tutto le conseguenze reputazionali e commerciali della vicenda, che per oltre due anni ha influenzato l’immagine pubblica dell’imprenditrice e alimentato un ampio dibattito su influencer marketing, trasparenza e responsabilità commerciale.
Resta aperto il fronte della percezione pubblica: indipendentemente dall’esito giudiziario, il “Pandoro-gate” ha segnato un caso emblematico nel rapporto tra comunicazione digitale, responsabilità civile e norme penali in materia di pubblicità e tutela dei consumatori.










